Quello che mi ha insegnato il mio wonder Doc

Il cibo è sempre stato mio amico. Quando ero triste, quando ero stanca, quando ero felice, lui era con me sempre. A volte anche troppo.

Sono una donna fortunata, mia nonna e con lei mia madre mi hanno educata ad un’alimentazione sana, senza conservanti artificiali, senza troppi zuccheri, con prodotti a km 0 anche quando non se ne parlava ancora.

La mia famiglia ha sempre avuto contatto con la terra: nonna era contadina e papà lavorava con i coltivatori di tabacco che, oltre a quello, avevano alberi da frutto, colture biologiche, animali. Sono una delle poche persone che oggi può dire “ho bevuto il latte vaccino appena munto”.

Una sensazione meravigliosa che riporta ai primi mesi di vita. La temperatura del latte è quella del ventre della mucca, è denso e gustoso, lascia i baffi sopra le labbra.

In verità il mio problema è sempre stato la quantità. Ricordo mia madre che la sera prima di cena diceva “non mangiucchiare che ti rovini l’appetito!”.

Impossibile.

Ho sempre mangiato in maniera quasi interrotta dalla mattina alla sera. Aprivo la porta del frigo come se fosse quella di un saloon.

Continuamente.

Peggio di un hobbit. Non mangiavo a colazione perché, l’ho scoperto da grande, la commistione di zucchero e latte mi risultava completamente indigesta.

Mia madre provava a darmi il miele, ma era un macello, mi disgustava per almeno un paio d’ore. La mattina non ho mai fatto colazione. Era verso le 11.00 che si apriva il saloon e chiudeva intorno alle 23.00 prima di andare a dormire.

Nei periodi di esami universitari non chiudeva mai visto che restavo sveglia tutta la notte a disegnare o a studiare. Ho fatto i peggiori miscugli. Patatine e nutella, prosciutto e biscotti. Mi spostavo dal dolce al salato alla velocità della luce vorace come un velociraptor.

Non ho mai fatto attività sportiva. Le mie calorie le bruciavano l’ansia e l’iperattività, lo studio, lo stress, le corse da una lezione all’altra e l’odio per la macchina che mi imponeva di spostarmi sempre a piedi.

È stato solo dopo aver scoperto lo sport che ho capito che da sola non potevo farcela. Spesso andavo in palestra con la pancia piena, con il pranzo che faceva su e giù insieme ai pesi. Stavo malissimo. Ho provato con le diete fai da te, cercavo di mangiare ad orario, ma inevitabilmente bastava un dispiacere o un problema di lavoro a farmi tornare al saloon.

Ho provato quello che chiamano digiuno intermittente, un disastro.

Mangiavo quando ero legittimata a farlo dalla dieta e mangiavo di straforo anche quando dovevo restare otto ore senza farlo. Decisamente non era possibile continuare così, tanto più che avevo scoperto la corsa e mi sembrava di correre con un cocomero in braccio. Tutto il mio corpo era avvolto da un sottile, ma fastidiosissimo strato adiposo.

Lo sentivo avvolgermi e restarmi attaccato come la tuta di un supereroe malvagio che è quasi impossibile da staccare. Ho raccontato il mio problema ad un amico che mi ha proposto di vedere il Doc Fagnani. Un nutrizionista? Che ci devo fare io che sono magra? Era quello che pensavo ed è quello che mi dicono tutti: “Sei un’alice!! Che devi andare a fare dal nutrizionista!!”

Quanto sbagliano le persone a gettarsi in assurde diete fai da te, standardizzate per le riviste o per il web, che impongono abbuffate dello stesso alimento per perdere 5 kg in una settimana, alimentazione iperproteica da portare avanti fino allo sfondamento dei reni o “mangia un kg di gelato e digiuna per il resto del giorno”.

La nutrizione è una scienza complessa fatta di equilibri: mentale, fisico, alimentare.

L’equilibrio mentale è fondamentale per poter “far pace con se stessi e con il piatto che si ha davanti”; caricare il cibo di aspettative emotive non fa altro che alimentare lo stress. Il cibo è solo cibo. È questa la prima regola che ho dovuto imparare. Non è amico, non è consolazione, non è un porto nella tempesta. Serve a nutrirsi. È carburante per le giornate di lavoro, di allenamento, di vita. Se sei triste non è al saloon che troverai conforto, non in una bottiglia, non in un pacchetto di sigarette, non in un frigorifero o in una pasticceria.

Il corpo non necessita di essere viziato e i problemi della nostra mente vanno affrontati nella quotidianità con azioni e parole e non con l’articolazione della mandibola.

Anche il corpo ha i suoi equilibri. “C’è un tempo per ogni cosa” è scritto nella Bibbia. Parafrasandolo possiamo dire che c’è un tempo per dormire, un tempo per lavorare e un tempo per muovere il corpo. Se riusciremo a mantenere l’equilibrio tra le nostre attività quotidiane evitando di inserire “un tempo per aprire il frigorifero” saremo già un pezzo avanti.

Tutta la nostra vita si fonda su equilibri più o meno variabili, purché ci sia sempre equilibrio.

Anche gli alimenti hanno il loro equilibrio.

Questo l’ho imparato rubando l’arte e mettendola da parte. Mi piace smontare giocattoli per vedere cosa c’è dentro. È stato così che, osservando le tabelle alimentari che mi erano state assegnate, ho imparato a dividere i macronutrienti. Carboidrati, proteine, grassi. Il loro equilibrio è fondamentale. Se sono in equilibrio tra loro allora anche la nostra mente e il nostro corpo saranno in equilibrio e il cibo tornerà al suo ruolo primordiale. Nutrire.

Dieta è solo una parola. A volte le diamo un’importanza eccessiva, la carichiamo di aspettative e la viviamo come un sacrificio. In realtà non è così. Alimentarsi correttamente, consapevoli della qualità degli ingredienti e del ruolo dei macronutrienti nella nostra vita quotidiana e in quella di sportivi, è una meravigliosa abitudine che spoglia il cibo del suo ruolo di parafulmine emotivo.

È solo cibo. Sano, pulito, quotidiano.

Tutto quello che ricade nella sfera emotiva è un giocattolo che va smontato e analizzato in altri modi ,che non comprendono l’apertura spasmodica del frigorifero. Se siete in pace con voi stessi sarete in pace a tavola.

Questo mi ha insegnato il mio wonder doc, Francesco Fagnani.