Corri dall’inferno…a teatro

Aldo Amedei è uno di noi. Un uomo cresciuto a pane e film, libri e storie fantastiche che gli hanno aperto la porta del mondo dei sogni.

Quei sogni in cui puoi diventare chiunque tu voglia perché appartengono a te e sei tu il regista e protagonista e decidi tu come andrà a finire.

Il problema di noi sognatori è lo scontro con la realtà. Quella che manda all’aria tutto il racconto che ti sei costruito, quella che ti da una mano di carte schifose mentre nel tuo film avevi un poker d’assi.

Quando il bianco incontra il nero non sempre esce fuori il grigio.

Va bene se si tratta di di due materiali duttili, ma se hai due bicchieri di cristallo in mano, uno bianco e uno nero, tutto quello che ti rimane sono cocci taglienti.

Quando sei una persona sensibile e buona sei di cristallo e mal ti adatti alla realtà.

Non la accetti, la rifuggi e inevitabilmente tutto quello che accantoni nel tuo cuore, spazzando sotto il tappeto, esce fuori come un mostro oscuro che si impossessa di te, ti appesantisce, ti impedisce di alzarti dal letto la mattina, di lavarti o fare la spesa.

Gli altri intorno sembrano iceberg mentre tu cerchi di portare in salvo la tua nave piena di carabattole e dei cocci dei tuoi sogni infranti.

Poi un giorno, un piede davanti all’altro, un passo dopo l’altro, cominci a correre e scopri che tutte quelle pasticche che prendevi erano solo un concentrato farmacologico di tutta l’amicizia, l’amore, la fatica e il sudore che solo la corsa ti può dare.

Come Aldo, anche io ho percorso la strada verso l’inferno.

Mi sono svegliata una mattina e ho scoperto che ad ogni singolo bivio della mia vita avevo scelto la strada sbagliata e collezionato un nuovo fallimento.

Il lavoro, la famiglia, tutto andava a rotoli e io non sapevo come frenare questa caduta. Ho provato ad aggrapparmi con tutte le mie forze ad un sogno fino a spezzarmi le unghie e rompermi i denti, ma la vita non ha voluto realizzarlo.

Quello che per ogni donna è normale, per me era una scalata senza fine, una coltellata inferta al mio corpo senza esito, un eterno sanguinare senza mai morire, finché un giorno il mio Personal trainer mi ha detto “prova a cambiare allenamento, usciamo a correre”.

È stato un crescendo. In breve tempo ho incontrato amici, persone come me che mi hanno accolta e accettata per quello che sono, ho imparato che sudare guarisce l’anima e che il mondo è più bello se lo vedi a bordo delle tue gambe in movimento.

Quando ho acquistato il libro “Corri. Dall’inferno a Central Park” di Roberto di Sante ero in uno di quei momenti in cui non mi andava di leggere.

Sono fasi della mia vita in cui i pensieri fanno la voce grossa ed impediscono alle parole di trasformarsi in colori, personaggi e voci.

Quando leggo un libro io vedo un film, lo costruisco nella mia mente e ritorno bambina.

Ritorno a quel “facciamo finta che qui ci sia un panorama meraviglioso” ed in breve prende forma e colore nei miei sogni il più bel panorama che io possa immaginare.

Sono un po’ come Walter Mitty.

Tuttavia, quando il lavoro o la vita quotidiana richiedono la mia attenzione, la fantasia non riesce a spiccare il volo e mi trovo a leggere pagine su pagine senza poterci…entrare dentro.

Prendo il libro e comincio a leggere.

È curioso come la storia incominci con la mia più grande paura. La paura di voler mettere fine alle mie sofferenze volando dal balcone. Poi però qualcosa prende il sopravvento. L’amore per la vita e il variegato mondo di colori che la compone, come un lumicino, te lo impedisce.

Capisci che c’è ancora una luce, una via da percorrere, una ragione per restare. Mi ha rapita. Le lacrime mi sgorgavano senza singhiozzo, senza lamento. Senza fatica si stava facendo strada nella mia vita e mi diceva “non sei sola”.

L’ho letto in un paio d’ore, non riuscivo a staccarmi, immersa nel mondo di Aldo Amedei.

Quando ho saputo che era diventato un lavoro teatrale, mi sono detta immediatamente “non puoi perdertelo”.

Lo spettacolo è di rara eleganza.

CORRI DALL’INFERNO A CENTRAL PARK IN SCENA A FRASCATI

Sul palco solo due figure. Aldo Amedei, impersonato egregiamente da Sebastiano Gavasso, e Giovanna Famulari, accompagnata dal suo violoncello che con la sua musica  da voce a tutto quello che circonda Aldo e alle sue emozioni.

La scenografia è un podio che, come uno scrigno, contiene tutti i momenti della vita di Aldo, dall’inferno a Central Park. Le sue scarpe da corsa, in evoluzione come il suo percorso verso la serenità.

Non c’è bisogno di altro, tutto il resto sarebbe superfluo, prenderebbe il sopravvento sull’occhio dello spettatore impedendogli di emozionarsi.

È tutto essenziale, pulito, arriva dritto al cuore. Come una bella architettura moderna, spogliata di decorazioni superflue e fronzoli, come una Prairie House di Frank Lloyd Wright che con una squadra e un parallelografo, prendeva la natura e la trasformava in architettura.

Le emozioni fluiscono una dietro l’altra e quando riprendi coscienza di quello che hai intorno ti chiedi “Beh?è già finito?e ora cosa ne sarà di Aldo?”

La risposta arriva immediata, nel momento in cui Roberto di Sante e Ferdinando Ceriani vengono invitati a salire sul palco.

Aldo è tra noi. I suoi mostri sono confinati in un pozzo con un enorme macigno sopra. Al loro posto ci sono tutti i runner di villa Torlonia. Tutti i suoi amici che tendendo le loro braccia lo hanno portato oltre il traguardo. C’è l’Atletica Tusculum, li riconosci dalla bellissima divisa sociale che portano con orgoglio e fierezza. C’è la piccola Sara, la principessa Sara con il suo sorriso meraviglioso.

C’è il “nostro” Wonder Doc, Francesco Fagnani che accusiamo sempre di non farci mangiare dipingendolo come un cerbero a tre teste, ma in realtà ci guida verso una sana alimentazione e il cerbero ce lo abbiamo in testa noi che sognamo un kg di gelato.

Roberto Di Sante con il “wonder Doc” Francesco Fagnani

C’è il maestro, il mio eroe, 84 anni, 50 maratone e…”Alza la testa!!A zozzoneee!” con la sua frase  più bella “la corsa unisce e non divide”.

Quanta saggezza e quanta verità.

Ci sono io. Lontano da tutti loro, ma tanto vicina ad Aldo, alla sua storia che è anche un po’ la mia e mi tocca l’anima ogni volta.

Ogni volta ricordo come sono uscita dal mio pozzo, come la luce bianca della sala operatoria è diventata il sole del laghetto in primavera, come 5km sono diventati dieci e poi ventuno e poi quarantadue e centonovantacinque metri che scritto in lettere rende l’idea di quanto siano lunghi.

Ogni volta ricordo quanto sono importanti e speciali i miei amici e sopra ogni cosa ricordo che insieme a Ludmilla ho un’amica speciale che mai mi tradirà. La corsa.

Un giorno anche io andrò a New York.

Correrò la maratona. Sentirò il rumore di 100.000 scarpe che mordono l’asfalto del Queensboro Bridge incessantemente.

Porterò con me Aldo e la sua forza di volontà.

Morderò la Grande Mela.

Ludmilla Sanfelice

 

Un giorno senza sorriso è un giorno perso. Non importa quanti pesi portiate sulle spalle, la vita è un battito di ciglia e va vissuta in ogni istante. Come l’ho scoperto? Allacciando le scarpe e cominciando a correre. Run Lud Run! Ogni giorno una nuova storia aspetta di essere raccontata.