Il running e l’obsolescenza programmata delle scarpe

“Ieri mattina la mia app con cui gestisco gli allenamenti mi ha certificato che le scarpe che uso da poco più di due mesi sono giunte al capolinea.”

580 km in 73 uscite, che a pensarci bene sono praticamente meno di 10 chilometri a volta, al costo unitario di due euro ad uscita, per un valore complessivo di 140 euro del modello in uso.

Bello è?!

In soldoni mi restano una ventina di chilometri e poi si cambia.

Si ma chi lo ha deciso?

Io ho iniziato a correre a metà degli anni 90, quando papà mi regalò un paio di asics e credo di averci corso per almeno due stagioni.

Ma nel frattempo cosa è successo intorno ai nostri piedi?

I modelli che abbiamo indossato sono cambiati, con la tecnologia e con la voglia di moda.

Al momento dell’acquisto oltre a curare l’aspetto relativo alla corsa, pensiamo anche alla parte estetica. Le scarpe così hanno una doppia vita: andarci a correre prima e indossate sotto un paio di jeans poi. Se la prima opzione dura per 600-800 chilometri la seconda ha una vita molto più lunga.

E’ chiaro che siamo stati abituati troppo bene dai produttori di scarpe in questa continua rincorsa alla morbidezza che nel tempo ci ha drogato e quando l’usura del battistrada si fa sentire entriamo in crisi d’astinenza alla disperata ricerca di un “pusher” che ci dia la nuova dose di scarpe da corsa…

Negli anni Novanta una scarpa con il massimo della ammortizzazione poteva pesare 360/380 grammi, mentre adesso una A3 sta tranquillamente sotto i 300 grammi”, mi raccontò un giorno Max Monteforte sintetizzando una questione che la maggior parte dei runner amatori si trovano ad affrontare ogni sei mesi circa nei grandi store sportivi o nello shopping online.

Ovvero il cambio scarpe per usura da chilometri, quella che in termini tecnologici viene definita ‘obsolescenza programmata‘.

In passato, prima degli anni Novanta le scarpe potevano durare anche 1500 chilometri. Adesso sfido chiunque a correre con una scarpa, di qualunque marca, per più di 600-800 chilometri.

Questo perché non sono più ammortizzare come prima e molte marche hanno problemi sulla tomaia fatta sì di tessuti più leggeri, ma anche meno resistenti.

Un tempo le scarpe le sfruttavi fino ad evidente usura e collasso della suola, situazione che poi spesse volte corrispondeva a percorrenze di 1.000 e oltre chilometri.

Adesso le “indicazioni” dei produttori “consigliano” la sostituzione anche senza nessun segno di apparente usura se non quello di qualche area di suola consumata.

Ma siamo sicuri che siano da buttare?

Tutta questa ammortizzazione “persa” per strada è veramente l’accorato monito a non indossarle più se non a costo di atroci infortuni che sapientemente le vecchie volpi del marketing ci hanno insinuato per anni?

Eppure i piedi sono gli stessi di quando trent’anni fa si correva con scarpe dove il verbo ammortizzare era un dispregiativo.

Si lasciava intendere una perdita di energia propulsiva e dove il massimo della tecnologia dei materiali era rappresentata da un composto leggermente più performante della suola di una Superga.

Ma la domanda a cui facciamo fatica a trovare una risposta è: ma noi amatori abbiamo davvero bisogno di un prodotto così performante e costoso che duri troppo poco per poi correre “solo” per stare in salute?

In sostanza non cerchiamo un prodotto per correre, cerchiamo un prodotto che ci renda felici.

Felici di andare più veloci, contenti di correre più morbidi, entusiasti d’indossare il modello più desiderato.

Siamo orgogliosi di usare gli stessi modelli dei campioni, ma poi…quando il giorno dopo iniziamo il solito, straziante, giro del quartiere ci rendiamo conto che l’euforia dell’acquisto ha lasciato il posto, ancora una volta, al solito incespicante, dolorante e strascicato passo che ci accompagnerà fino al nuovo, prossimo e delirante acquisto..

Buon passo a tutti

Marco