Questa mattina, mentre correvo sul lungomare di Bosa, all’altezza della spiaggia di Turas, ho incontrato un ragazzo in evidente stato confusionale.
Aveva gettato a terra il telefono, le sigarette e le cuffie. Piangeva. Parlava in un miscuglio di arabo, inglese e francese. Minacciava di uccidersi, ripeteva parole sulla scuola, sul Marocco, sul fatto di essere laureato e di avere un PhD.
Mi sono fermato. Con calma, senza spaventarlo, gli ho chiesto di sedersi sul ciglio della strada. Gli ho detto di respirare, di non avere fretta, di raccontarmi cosa fosse successo.
Si chiama Osama e viene dal Marocco.
«Mia madre mi ha fatto studiare. Era orgogliosa di me. Ma qui ho dovuto ricominciare tutto da capo.»
Mentre parlava, tra le lacrime, ha aperto il telefono e mi ha mostrato l’app Classroom con le interrogazioni sostenute in un istituto superiore di Sassari, dove ha dovuto conseguire anche il diploma italiano per poter costruire una nuova vita.
Osama non è un ragazzino. È alto, robusto e assomiglia in modo sorprendente a Mbappé. Proprio quella somiglianza, la sera precedente, durante i festeggiamenti di Santa Maria del Mare, aveva attirato l’attenzione di alcuni ragazzi in un locale. Qualche presa in giro, qualche sfottò, nessuna aggressione. Ma per lui è bastato sentirsi di nuovo al centro dell’attenzione perché riaffiorasse una ferita molto più profonda.
Nel giugno del 2025, a Sassari, dove vive abitualmente, era stato picchiato da alcuni balordi e ricoverato in ospedale. Le fotografie delle ferite me le ha mostrate più volte, quasi a voler dimostrare che quel dolore era stato reale e che da allora non aveva mai smesso di accompagnarlo.
Oggi Osama è a Bosa per lavorare come stagionale in un albergo. La crisi che lo ha travolto probabilmente è nata dall’intreccio di una serata con qualche bicchiere di troppo e di ricordi che non se ne sono mai andati davvero. Perché certe paure non chiedono il permesso prima di tornare.
Dietro quel momento di disperazione ho visto soprattutto la fatica di chi prova, ogni giorno, a conquistarsi un posto nel mondo. Studiando. Lavorando. Cercando di integrarsi. E anche concedendosi una serata in discoteca con una camicia sgargiante, come dovrebbe poter fare serenamente qualsiasi ragazzo in una notte d’estate.
Siamo rimasti seduti davanti al mare per almeno mezz’ora. Tra lacrime, silenzi e parole spezzate. Osama, in fondo, non chiedeva altro che qualcuno disposto ad ascoltarlo.
Quando sul posto sono arrivati altri tre ragazzi, l’ho affidato a loro e, poco dopo, ho incrociato i sanitari del pronto intervento, insieme ai Carabinieri, che avevano già iniziato ad attivarsi per assisterlo.
Tornando verso casa ho ripensato a quella mattina e ho fatto la somma delle persone che, spontaneamente, si erano fermate a preoccuparsi per lui. C’erano i soccorritori, le forze dell’ordine, alcuni passanti, il parroco di Bosa che, come ogni mattina, passeggiava sul lungomare.
In un tempo in cui il racconto pubblico sembra volerci convincere che lo straniero sia prima di tutto un problema, questa mattina ho visto qualcosa di diverso. Ho visto una comunità che non ha chiesto da dove venisse Osama prima di tendergli una mano. Ha visto un ragazzo in difficoltà e ha scelto di restargli accanto.
Forse è da gesti semplici come questi che si misura la qualità di una società. Non dai muri che alziamo, né dagli accordi che allontanano le persone, ma dalla capacità di riconoscere, prima di ogni altra cosa, l’umanità che abbiamo davanti.





