Ve la ricordate l’euforia delle prime corse? Quando bastava la scarpa che avevi in casa, quella “da ginnastica”, come la chiamavate. Chissene importava se era vecchia e consumata: l’importante era andare a correre, magari con quel gruppetto di quartiere fatto di gente con mille medaglie al collo e altrettanti aneddoti da raccontare. Il tempo passava senza accorgersene e tu correvi, senza mai voltarti indietro.
Iniziare a correre, con regolarità, insieme ad altri come te. Chiedere come si fa, cosa sono le squadre e perché ci si iscrive. Eri impavido e curioso. Più le gambe bruciavano, più ti sentivi acceso, a qualsiasi ora del giorno.
Sta qui il bello: diventare consapevoli delle proprie capacità, ma anche giocare con il proprio destino fisiologico, chiedendo al corpo sforzi che non aveva mai conosciuto. C’è chi regge l’urto e chi, invece, cede sotto quelle scariche di adrenalina. Poi arriva un momento in cui inizi a sentirti sempre più forte, capace di superare limiti che avevano il volto della pigrizia e dell’indolenza.
Solo allora puoi eleggerti a runner di città.
Non prima.





