Se anche voi questa mattina vi siete svegliati con metà del letto vuota, fate parte di quella categoria di persone che vivono con un atleta amatoriale e che, volenti o nolenti, si sono fatte un po’ cambiare la vita.
Queste sono alcune riflessioni sempre vere e, soprattutto, tranquillamente declinabili al maschile e al femminile.
Già, proprio noi. Quelle che quando alle 5.00 suona la sveglia e lo vediamo uscire di casa vestito da Uomo Ragno, ci insacchiamo ancora di più sotto il piumone e bofonchiamo un «bah!».
Noi, donne del runner medio, che per non fargli prendere un etto di grasso cuciniamo come in una casa di riposo: tutto sano, tutto leggero, tutto pesato.
Noi che, dopo la dieta a Zona, la paleo e il digiuno intermittente, ci becchiamo pure la luna nera dell’amico nutrizionista. E allora via con latte di soia, bocconcini di soia, carboidrati sì ma solo quando serve, verdure crude a pranzo e cotte a cena, legumi, legumi, legumi. Che nel frattempo lui è diventato pure vegano. Niente dolci la sera, non sia mai che arrivi il picco glicemico notturno.
Noi, sante donne del podista incerottato, che Candy Candy può pure cambiare mestiere.
Noi che viviamo tra bandellette infiammate, ginocchia doloranti, talloni che hanno ormai una vita propria, tendini che si ribellano, caviglie che si ammutinano e decidono di gonfiarsi come zampogne.
Noi, donne del podista che ci crede. Quelle che si spellano le mani per applaudirlo all’arrivo, che si rovinano la vista cercandolo tra centinaia di persone sulla finish line e perdono la voce urlando: «Vai amoreeeee!».
E poi, appena taglia il traguardo: «Bravo, bravo, bravo… mo’ basta però, eh?».
Noi che ogni gara della domenica mattina gliela facciamo scontare con recuperi notturni di figli nelle discoteche di provincia, assi da stiro pronti in casa, cesti di panni da affrontare e, per chiudere in bellezza, cantine da rassettare.
Noi, donne del podista amatore, che per stargli vicino abbiamo cominciato a correre pure noi. E, guarda un po’, ci è pure piaciuto.
Noi, povere donne del podista sentimentale, che incredule perché finalmente ci ha regalato una cenetta in un ristorantino romantico, ci ritroviamo intimamente a tavola con altri tre podisti e le rispettive mogli, a parlare amabilmente di gare, tempi e infortuni.
Noi, affrante donne del podista, che una sera, finalmente libere da figli, mamme, zie, cani, gatti e parenti vari, sfoggiamo un completino niente male. Ma quando arriviamo in camera da letto lui già dorme.
Domani c’è il lungo.
Noi, sagge donne del podista, che in questa realtà fatta di grida di dolore e facce sfrante dopo l’ennesima ultramaratona, entusiasmi per il prosciutto vinto alla garetta di paese e drammi esistenziali per un PB mancato, tutto sommato non ci stiamo poi così male.
Perché, in fondo, vivere in due significa anche questo: comprendersi mentre tutto intorno fa rumore, sostenersi nella fatica, accettare le piccole follie dell’altro e trovare il modo di ridere anche quando le cose girano storte.
Perché oggi stare insieme è faticoso quasi quanto una maratona.
Ma, se c’è ancora voglia di sostenersi per un’altra ripetuta, allora forse siamo ancora sulla stessa strada.
E non solo in pista.





