Per favore non chiamateci eroi

“Le parole “Eroe” e “Maratona” molto spesso sono state pronunciate e scritte vicine tra loro. Quasi che una evocasse l’altra.”

Inizia così un famoso articolo dell’amico Saverio Fattori, il quale analizza il fenomeno dell’uso improprio del sostantivo “Eroe” nel mondo di noi Runner amatoriali.

Personalmente resto colpito quando assisto, ancora oggi, ad una narrazione fastidiosa, dove alle medaglie ostentate sulle bacheche si associano commenti al finisher di turno, il quale viene definito “eroico”.

Ieri ho corso la Panoramica alla Sorrento Positano.

La giornata di gare, tra la 27k e la ultra da 54k, è stata segnata da un clima decisamente avverso: pioggia a secchiate e strade allagate. Mentre correvo sul primo tratto in salita che ci portava alla quota massima al 12km, pioveva così tanto che la sensazione provata era più di un pirla inebriato dalle endorfine che di un eroe.

Gli anni passati a raccontare le nostre gesta sportive ci avrebbero dovuto insegnare che “la parole sono importanti”, sottolinea Fattori, perché chi parla bene, pensa bene.

“Il termine “Eroe” andrebbe usato a gocce.

Un atto eroico non e’ riferito esclusivamente alla propria persona, è un sacrificio che ha come conseguenza diretta un bene comune.

Se uno finisce una gara nonostante pioggia e vento non ha compiuto nessun atto eroico. Lo ha fatto semplicemente per onorare un impegno con se stesso.”

Dovremmo essere noi i primi narratori di un mondo sportivo fatto per il piacere di stare in mezzo agli altri, diventare esempi virtuosi di un gesto che possono fare tutti.

Se continuiamo ad esaltare eventi ripetibili e che nulla hanno a che fare con l’unicità del gesto eroico allontaniamo chi, per curiosità, vorrebbe provare per la prima volta.

Definire “eroe” un finisher significa assegnargli un ruolo inarrivabile.

“Tutti noi, non essendo animali, dovremmo sempre interrogarci sul senso delle nostre azioni” – spiega Saverio Fattori, “anche quelle in apparenza semplici, come correre, che però ci identificano, ma al tempo stesso dovremmo prenderci un po’ meno sul serio”.

Il segreto sta tutto qui, capire che ciò che ci fa stare bene la domenica non è un sacrificio, non è una azione salvifica, e che nulla ha a che fare con il prossimo.

Il nostro è un gesto di sano egoismo in grado di generare effetti collaterali virtuosi in una comunità.

Sarebbe bello allora iniziare a riportare le parole al loro vero significato e raccontare delle nostre gesta sportive come di azioni portate a compimento senza mantello e scudo fotonico.

Buone corse a tutti.