L’amore corre con i Run Club. Ma rimane un po’ performativo

Negli ultimi anni la scena degli incontri digitali è diventata parte integrante della vita sentimentale di molti giovani. Tuttavia, emergono segnali di disillusione: secondo un’indagine della rivista Forbes Health, il 79 % della Gen Z dichiara di sentirsi “esausto” dall’uso delle app di dating.

Un’analisi più recente sostiene che per la Gen Z solo il 23 % degli adulti incontra oggi potenziali partner attraverso app di dating, suggerendo un cambio di strategia verso l’“offline”.

Il trend che sta emergendo è chiaro, sempre più giovani — soprattutto della Gen Z — scelgono luoghi reali per incontrarsi, uscire dallo schermo ed entrare nel mondo fisico con corsa, libri, vino e pizza.

In città come Milano, Roma o anche ambiti universitari, proliferano i run club, ovvero gruppi che si incontrano per correre insieme, fare aperitivi post-allenamento, magari con un pezzo di pizza e  una birretta.

Allo stesso tempo cresce l’interesse per eventi in librerie indipendenti, wine & book nights, workshop di lettura o cultura in cui la frequentazione diventa occasione di “incontrare qualcuno” oltre la mera app.

Abbiamo raccolto due testimonianze per dare un quadro più concreto.

– “Sara”, 24 anni, graphic designer

«Ho usato Tinder per un paio d’anni, ma era tutto molto faticoso: molti match, pochissimo seguito. Poi ho scoperto un run club del mio quartiere: si correva la domenica mattina, poi un piccolo aperitivo. Conosci persone, chiacchieri, non stai ad aspettare che qualcuno ti mandi like… è più spontaneo.»

– “Marco”, 26 anni, copywriter

«Mi piacciono le librerie indipendenti e sono andato a una serata wine & book. Non era un blind date, era solo un evento casual: ho scambiato due battute con una ragazza che stava prendendo lo stesso libro. È meno “profilo perfetto”, più realtà. Non significa che sia automatico, però avevo la sensazione di meno pressione.»

Questi contesti off-line rispondono a tre pressioni crescenti: l’autenticità (fare insieme un’attività reale), la saturazione digitale (troppi swipe, troppe opzioni) e la nuova cultura della socialità attiva (allenarsi, muoversi, partecipare, condividere valori). Il risultato: l’incontro irrompe dove la persona «fa» qualcosa — invece di curare solo il proprio profilo.

Il ritorno agli incontri dal vivo, lontano dagli schermi, è spesso accolto come un segnale positivo: più contatto umano, meno mediazione digitale. Tuttavia, anche nel mondo offline, la logica della performance non scompare, ma si trasforma. Le attività condivise come la corsa nei run club o la partecipazione a eventi culturali diventano nuovi palcoscenici dove mostrarsi: l’incontro è reale, ma spesso pensato anche per essere raccontato, fotografato, condiviso.

In questo contesto, gesti apparentemente autentici — come leggere un libro, scegliere un vino biologico o partecipare a un allenamento — assumono un valore simbolico, diventando segnali di identità e appartenenza. La pressione a “essere all’altezza” non è più legata al profilo digitale, ma si sposta sull’interazione dal vivo, sull’evento, sull’impressione che si lascia. Anche se il contesto fisico può facilitare la connessione, non elimina le dinamiche di selezione, confronto e tensione: la performance resta, ma cambia palco e costumi.

La Generazione Z sta progressivamente abbandonando le app di dating, stanca di dinamiche digitali ripetitive e frustranti come ghosting e overload di opzioni.

Al loro posto, cresce l’interesse per contesti reali e condivisi — eventi, club, attività culturali — che offrono occasioni più ricche e autentiche per incontrarsi. Tuttavia, anche l’offline non è immune dalla logica della performance: si sceglie dove andare, cosa fare, come apparire.

L’incontro diventa parte di uno stile di vita da raccontare, un contenuto da condividere. E se da un lato questi spazi favoriscono connessioni più profonde, dall’altro rischiano di essere accessibili solo a chi ha tempo, risorse e capitale culturale. Il vero cambiamento, forse, non sta tanto nel passaggio dallo schermo alla realtà, quanto nella possibilità di vivere relazioni meno orientate alla rappresentazione e più alla presenza. Meno “esserci per farsi vedere”, più “esserci per esserci”.