La Storie Ricorrente: epilogo

Le luci sono state disposte come nel video di Wrapped around your finger dei Police, solo che al posto delle candele ci sono dei bastoni bianchi laccati con delle piccolissime lampadine in cima. Tutte spente per l’arrivo degli ospiti, pronte ad accendersi non appena arriverà Bertrando. Il profilo basso e la discrezione mantenuti in settant’anni si concedono qualche eccentricità egocentrica stasera, quando arriverà a casa sua soltanto dopo che tutti gli ospiti saranno entrati, al buio o con torce di fortuna.

Il sottofondo che accoglie gli invitati è la canzone che Bertrando avrebbe dovuto portare a Sanremo, con Victoria che interviene nella parte centrale, con controcanti che nella registrazione hanno portato qualcuno a parlare di talento canoro. I notevoli cambiamenti fortemente voluti da Bertrando si scopriranno poco alla volta, senza fretta, come se un tesoro dovesse essere lentamente cacciato e altrettanto lentamente trovato, con calma e senza clamori. Bertrando rimane sotto casa , dentro la macchina, a guardarsi nello specchietto, si sorride e pensa che stasera non fa freddo, non fa caldo e percepisce i venti gradi che ogni essere umano vorrebbe  percepire in ogni stagione – cielo sereno, notte stellata, assenza di vento – sulla pelle e nella testa senza dover più parlare del gelo e dell’afa o dell’ umidità. Bertrando guarda verso Palazzo Fidia e comincia a rendersi conto.

E’ stato un volo.

E’ stato proprio un volo.

Un volo passato con le mani che senza i tasti bianchi e neri sembravano due moncherini inutili, due strumenti muti e rabbiosi quando non avevano un pianoforte davanti. Ma quanto è durato poco?

E lo so, lo so che tanti compagni di questo viaggio piccolo piccolo sono qui sopra ad aspettarmi e che hanno accettato apprezzato amato tutto di questo volo.

Mi hanno aspettato, mi hanno preso come farebbe un padre, mi hanno abbracciato come farebbe una madre, mi hanno invidiato come farebbe un fratello minore, mi hanno cullato i pensieri come una sorella maggiore. Hanno costruito, insieme a me, il mio tempo, abbiamo preso la pioggia, abbiamo mancato un treno, guardato da sotto un aereo, sognato la luna, ci siamo annoiati ad un matrimonio, indovinato il freddo sotto il fuoco, intuito la brace sotto il gelo, a volte è bastato uno sguardo, altre volte un sorriso è stata la porta più semplice per entrare in un’anima. Ci è capitato di star male e di capire, abbastanza presto, che bisognava dirlo. Che bisognava cercare qualcuno a cui raccontare un dolore, o una noia, o una gioia. Che bisognava per forza duettare per non sentire il rumore della fragilità degli esseri umani. E quanto è doloroso stare ad ascoltarlo da soli, sia prima che dopo l’amore. Che l’unico gancio a cui dobbiamo attaccarci è la possibilità di cambiare migliorando noi stessi e gli altri.

Con lo stesso dolore che cambia colore e diventa prima attesa, poi speranza e infine consapevolezza.

“So che oggi è un giorno importante. Non ci conosciamo ma volevo farle gli auguri”

Georgia Joanna ha trovato il coraggio di parlare a Bertrando appena scende dalla macchina. Ha un po’ di affanno, come se provenisse da una lunga corsa in un altro pianeta.

“Grazie. Il suo volto, però, non mi è del tutto nuovo.”

“Beh, abito qui dietro, è probabile che mi abbia visto. Io.. a me è capitato di vederla spesso.”

“Come si chiama?”

“Georgia Joanna.”

“Ah…è lei… l’avevo capito.”

“L’aveva capito?”

“Sì. Ci vada, la prego.”

“Dove… dove dovrei andare?”

Georgia Joanna ha il cuore che accelera, ha già capito dove Bertrando vorrebbe che andasse.

“Al cancello dei fenicotteri. E poi alla festa. Alla mia festa. Sa benissimo che è tra gli invitati, no?”

“Lo so. Lo so. Grazie.”

“E la vedrò dopo?”

“Non credo. Non è semplice.”

“Perché non è semplice?”

“Perché l’amore non lo è. Perché siamo prede continue del buio che lo circonda.”

“Ma certo, è come un campo minato. Attenzione.. felicità a tre passi… buio completo a quattro… mosse false, bombe, sabbie mobili.”

“Sì… tanto tanto buio.”

“Ci vada, però. Magari a dirlo a lui. Lo sa che Cristiano se non la sente per tre ore si spegne da solo? Sembra di avere a che fare con un uomo pulsante”

Georgia Joanna accenna un sorriso.

“Sul serio, sa?”

“Lo so.”

“Ci andrà?”

“Non lo so, se mi trema la voce adesso, si figuri con quali gambe potrei arrivare fin lì.”

“Vuole che la accompagni? E’ così vicino!”

“Oh, no, lei ha la sua festa. E’ una festa così… così della vita, no?”

“Sì, lo è. E’ la festa della vita. Ha ragione. E’ tutto lì dentro, guardi che belle candele.. si vedono da qui giù.”

“La sua vita merita una festa simile. Bella quanto la vita che fin qui ha vissuto”

“Bene, infatti devo andare. Ma la aspetto, eh… e non tremi. Non fugga da quel che la fa tremare, non ha proprio nessun senso, mi creda. Ci sarà un giorno in cui si renderà conto che nulla la fa più tremare e non sarà un giorno così privo di buio. Lo sfidi questo buio, lo colori lei, accenda le candele anche lei. Da domani potrò regalargliene tante.”

“Buon compleanno” e il filo di un sorriso sul volto mentre si allontana.

Bertrando sale le scale del palazzo che sente sempre più suo. Sente che questo volo è stato qualcosa di fortunato. Che ha seguito le traiettorie più magiche, incrociando altri aerei, alcuni più grandi e veloci, altri da trainare e proteggere dietro la sua stessa scia. Sale e gli sembra di sentire, sin dal piano di sotto, il profumo della cera. L’idea è stata di Irene: appena entrerai, io e Tomaso provvederemo a spegnere le candele una dopo l’altra per svelare tutto il lavoro che abbiamo fatto. Fino a quel momento ti aspetteremo nel semibuio. Con la canzone tua e di Marko in loop.

E Irene aveva detto loop in un modo strano, come se la parola non le appartenesse totalmente, o avesse fatto uno sforzo di cui non era nemmeno troppo convinta.

E Bertrando si ricorda la luce nello sguardo, la luce di chi ha trovato un compagno di volo alla sua stessa altezza, pronto a raddrizzare la scia, a chinarsi, a tornare indietro, a rallentare e ad accelerare, in una volontà condivisa.

L’emozione è forte, non è trascurabile, mentre mette la chiave dentro la toppa e gli arriva come uno schiaffo il momento in cui entrò, secoli fa – a che punto eravamo nel volo? – in questa casa. L’odore che lo invase, la bellezza dello spazio, lo sguardo di Marko finalmente fiero senza le parole, solo sguardi azioni e movimenti. Come se le canzoni che avesse scritto per tutta la vita fossero solo strumentali. O come se le parole le potesse utilizzare solo per le canzoni. Che schiaffo potente entrare e vedere le candele invece di Marko che fa strada, che si gira ogni tanto per vedere la sua faccia sbalordita, gongolante per la sorpresa, padrone dell’ambiente come se fosse casa sua da sempre. Le candele che nascondono gli ospiti – quanti saranno? Cento? Mille? – cominciano a spegnersi a partire dalla finestra grande dell’open space, la musica si ferma, la sorpresa nei volti di Bertrando che si trasferisce sui sorrisi di chi è lì. Di chi è a fianco a lui da una vita, di chi c’è da qualche mese.

Le candele continuano a spegnersi come in un domino, non velocissime ma incessanti, e accendono i volti.

Sua sorella Vanessa. La fierezza e la tenerezza in un abbraccio rapido, lei con un abito nero senza maniche e la coda bassa, il volto senza pieghe, un sorriso che ha accompagnato Bertrando per tutto il volo.

Renato. L’amore impoverito dopo Marko. Un’eredità impossibile. I segni sul volto di quanta distanza un morto possa mettere tra due vivi. I rimpianti, l’affetto gratuito, la consapevolezza di essere di meno. Di non poterci fare nulla eppure di esserci lo stesso. Di accettare la situazione, persino riuscendo ad amarla.

Sveva ha Isacco in braccio e nessun uomo al suo fianco, sembra meno ossuta, meno in allarme di qualche mese fa, cerca Irene appena si allontana.

Le candele sono state spente tutte, Tomaso ha appena finito il duro lavoro, con un entusiasmo bambino che lo divora, giorno dopo giorno, settimana per settimana, da quando Irene è con lui in ogni momento. Anche da lontano. Anche quando misteriosamente si assenta e si prende del tempo. Hanno organizzato la festa dei settant’anni di Bertrando insieme.

Bicchieri che tintinnano, risate fragorose, sguardi meravigliati di fronte al lavoro di Irene, la presenza di Marko che aleggia, o meglio, il rispetto eterno di Bertrando verso Marko, verso questa casa e verso il loro passato che echeggia, sussurra, urla nel presente e che sarà sempre, in ogni futuro, in chi abiterà questo posto.

Cristiano è l’unico ad entrare dopo Bertrando, si scusa del ritardo con un sorriso che trattiene speranza e difficoltà. Il padrone di casa va verso di lui:

“Sei solo?”

“Per il momento sì”

“Ma è venuta al cancello?”

“Sì, è venuta.”

“E’ già qualcosa, no?”

“Non lo so. Stasera è il tuo compleanno e zero ombre!”

“Zero buio”

“Zero buio”

Cristiano e Bertrando sono diventati amici dopo quel caffè ad Isola. I balbettii emotivi di Cristiano sono diventati parole ed azioni grazie a lui.

Victoria ha lasciato lui subito dopo la sua confessione. Anche lei è qui, con un fidanzato messicano uscito fuori dal nulla e pubblicato sui social due settimane dopo: Jorge, che stasera è il meno elegante, il più in tiro, il più abbagliante. Uno smoking dorato con cravattino slacciato color argento e una montagna di capelli ricci a incorniciare il viso. Victoria, più sobria e disinvolta, che abbraccia Sveva come se non l’avesse vista prima e che prende in braccio Isacco guardando Cristiano da lontano:

“Prima dell’estate vedrai che mettiamo in cantiere una specie di fratellino, Isacco. O una sorellina…”

“Vieni con me”

Irene prende Tomaso per mano e lo porta in camera sua.

“Bertrando fa 70 anni e noi che non abbiamo una data per definirci ci siamo fatti un regalo.”

“Un regalo? Una data?”

“Sì, un regalo, una data e una promessa.”

Irene, da sotto il letto, estrae una piccola teca.

“Apri.”

“Apro?”

Gli occhi guizzanti di Tomaso sballonzolano ai quattro lati della stanza.

“Volevo portarti qui con la luce delle candele ma il tuo occhio avrebbe sofferto troppo di non poterlo guardare subito come si deve”

Tomaso apre la teca e gli occhi si riempiono dell’altra metà del quadro.

“Eh? Sei tornata a Luino?”

“No. L’ho fatto io. E a Luino non avresti trovato nessun’altra metà”

“In che senso?”

“Poi ti spiego. Se ad aprile non hai nulla da fare mi piacerebbe sposarti.”

Le dita di Tomaso sulla piccola tela, la paura di farla cadere per l’emozione, gli occhi che si incrociano, traiettorie che sembrano indivisibili, le mani che si toccano, Irene che lo bacia e lo trascina verso la sala grande, i pezzi di candele spente a far da corridoio alla loro corsa piena di promesse.

Bertrando è felice, la festa sta venendo meglio di come la stava immaginando da un anno. Sente di amare ancora, magari senza tremare, ma di essere vivo e percorso da emozioni discrete e sostenibili. Prima di un nuovo brindisi guarda i volti di Tomaso e Irene, di Victoria e di Sveva, vicine, con Isacco in mezzo e Cristiano con lo sguardo perennemente rivolto al cellulare.

Lo schermo si sta illuminando di queste parole:

“Forse non siamo fatti per essere una coppia ma per dimorare in un sogno. E un sogno è fatto di strappi e di fughe, di passaggi mancanti, di mutazioni improvvise. Ma un sogno così bello non credevo di poterlo vivere. Buona festa, perdonami.”

Non è bastato che Cristiano lasciasse Victoria per convincere Georgia Joanna che mettersi con lui sarebbe stata la cosa più giusta e naturale.

E’ scattato qualcosa, una solidarietà femminile, un senso della giustizia che l’amore si era divorato, la consapevolezza di iniziare una storia tra un traditore ed una traditrice come se non potesse portare da nessuna parte. E Cristiano che crolla ad un passo dal traguardo, carico di tutte le scelte che non lo hanno portato a conseguire l’obiettivo preposto. Un tracollo, appunto. Reciproco. Un dolore perforante. La mancanza, la delusione, l’impossibilità di essere o diventare una coppia normale, l’impossibilità di stare distanti. Qualcosa di paradossale ma di assai lontano dal gioco.

Bertrando guarda fuori dalle finestre di palazzo Fidia, Irene lo raggiunge e si ritrova con la stessa tazza di té che sorseggiava i primi giorni di Milano. Sorseggiava il tè e intanto beveva la città, ingoiandone gli stimoli e le caparbietà, ne tratteggiava un disegno a matita sempre più nitido e sempre più definitivo.

“Il tè dopo lo champagne.”

“Oh sì, è più caldo. E fa ancora freddo in questa città in questa stagione.”

“Sei felice?”

“Sì”

E non si sa chi dei due lo chieda all’altro.

Elvio Calderoni

Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.