La Storia Ricorrente 48a puntata

Irene si è buttata a capofitto nei suoi progetti. Ha detto a sé stessa che le distrazioni sono state anche troppe e ha completato il piano di ristrutturazione degli ambienti di Palazzo Fidia. Il salone, anzitutto, e lo studio che era di Marko.

Con Bertrando ha ritrovato la condivisione degli spazi e degli argomenti, quell’unisono spirituale che suona così bene nelle loro anime e che rende naturale qualsiasi scambio.

Naturale e libero. Appena può, però, si rintana in camera sua e, circondata da libri d’arte, una piccola tavolozza e un treppiedi che si porta dietro da Cividale, sta studiando per creare la seconda metà del quadro di Tomaso. Lui sta scambiando per ritrosia il fatto che si stiano vedendo un po’ meno, in questi giorni. O addirittura per malcelata freddezza, empasse non superata dopo Victoria a casa sua.

Il dubbio c’è, il dubbio di averla delusa e questa cosa lo perfora. Irene non è che voglia perforarlo ma prova una certa soddisfazione nel tenerlo un po’ in tensione, anche se è solo una conseguenza del poco tempo da dedicargli a causa della sorpresa che vuole fargli.

Come si immagina la seconda metà di un quadro mai visto? Irene si documenta visionando tutti i quadretti di Hackert, in particolar modo quelli paesaggistici e di ambiente naturale. Si muove prima sul web, poi torna a Brera, un saluto con Sveva e un giro per le botteghe con lei e Isacco, lei che ancora ha le lacrime pronte e le ossa all’infuori, tutt’altro che stabile e completamente ondivaga, che cambia umore nel giro di una curva, ma che sembra prendersi cura del bimbo con un misto di irrequietudine e pentimento, di consapevolezza mista a scatti di scarsa lucidità.

Ma dove sei?
Sono con Sveva.
Perché mi stai evitando?
Non ti sto evitando
Tomaso le butta addosso il senso del vuoto che sta sentendo, come non ha mai fatto prima, percorso dall’incertezza, anche questa mai assaggiata prima. La ricomparsa di Victoria gli ha ricordato chi è sempre stato: tante sfide e tanti ripari, un’identità già compiuta in sé, nessun bisogno di completamento ad incastro. Semplicemente autosufficiente. Empatico, per carità, ma per nulla in grado di affidarsi ad altri per ricalcare la propria persona. Victoria un riparo notevole, nessun rischio di infrangere la zona del buio del cuore.

Come ha fatto Irene ad infrangerla?

Come può adesso, e così bene, tirarsene fuori lasciando questo vuoto assordante, questo silenzio del cavolo, questo tempo che non si toglie mai di mezzo e che sembra profumare di eternità istanti così solitari?

Esce a correre dopo aver interrotto la comunicazione.

Corre, esce dal quadrilatero del silenzio e si butta nel parco Indro Montanelli e si riempie di domande:

dov’è finito il buon senso che mi ha sempre riempito, che mi è sempre bastato?

Quell’equilibrio che sembrava incontrovertibile, quella disposizione d’animo naturalmente portata alla serenità. E invece, sotto, da sotto, questo basso continuo che è un tarlo che non ti regala nulla. Che toglie toglie e toglie. Che non mi fa ricordare chi sono, chi ero prima, né quanto magari sto esagerando, sia in quel che ho preso, in quel che ho dato, in quel che mi si sta togliendo.

Corre e non sorride.

Guarda i palazzi e il cielo e non sorride.

Forse i bisogni vanno virati, tanto finiscono con il non allinearsi mai.

Forse non siamo fatti per coincidere, siamo fatti per far sbattere gli spigoli di cui siamo composti. E più siamo presi più gli spigoli si appuntiscono, e più siamo presi più creiamo la camera gestazionale del nostro vuoto.

Andiamo a prendere le prime delusioni di quando eravamo piccoli e ne  riportiamo gli effetti devastanti da grandi.

Corre e non sorride.

Irene sorride, invece. Il segno del disappunto di Tomaso è la firma del legame e impazzisce di felicità all’idea che non sta sospettando nulla circa l’altra metà della tela. Non si sconvolge più di tanto, trova l’ispirazione in una piccola bottega gestita da un ragazzo belga, la barba bionda, gli occhi di fuoco, la carnagione chiarissima che fa luce nel semibuio del piccolo locale zeppo di tele. Ha visto un albero, ne vuole imitare il movimento e il colore, la forma, le proporzioni tra tronco e rami e foglie. Ha visto una stagione, le sembra ottobre, resa da una luce crepuscolare che starebbe benissimo con l’altra metà e questa cosa la emoziona. Sta capendo come potrebbe venire, il ragazzo belga si accorge dello stato quasi alterato e le sorride.

-Sembra un quadro di Hackert questo…

– Lo so, accade spesso che in questa collezione, vieni… guarda qui quanti ce ne sono…

L’accento è quasi per nulla belga, Irene si avvede della provenienza soltanto da un paio di quadretti che certificano gli studi a Bruxelles e ad Anversa: Jules de Gand, restauratore e specializzato in belle arti.

Non ha nemmeno l’erre moscia.

-Non dovrei dirtelo ma alcuni vengono qui, prendono quelli più vecchi e li spacciano per degli Hackert autentici per via della firma. Vedi? Questo è un epigono napoletano, sarà successivo di almeno cinquant’anni, eppure… la luce è assolutamente la stessa.

-Ah, accade anche questo.

-L’ultimo qualche giorno fa. E’ venuto un signore che evidentemente era già venuto quando questo posto non era mio perché sapeva dove cercare, è venuto dritto qui e ha frugato.

-Un signore? Da dove veniva?

-Non me l’ha detto, molto misterioso. Aveva un bastone.

-Un bastone?

-Sì. Ha chiesto esplicitamente di vedere tutti gli esemplari degli imitatori di Hackert, girava con un libro in mano, controllava la luce, presumo, la paragonava con un Hackert vero.

Irene sorride e pensa alla faccia che Tomaso farà quando gli racconterà la storia donandogli la metà del quadro che realizzerà lei. Che varrà poco meno di quello posseduto dal signor Paolo.

-Mi dica…

Georgia Joanna guarda ancora i fenicotteri ma è come se visualizzasse l’animale circondato da banchi fittissimi di nebbia.

-So che lei si è sempre mossa in difesa dei diritti delle donne…

-Sì…

-Mi ha dato il suo numero Tomaso Meregalli, ma possiamo darci del tu?

Cuore che batte all’impazzata, la gola secca, le braccia che tremano propagando il movimento alle mani. I diritti delle donne, la solidarietà di genere, la donna ingannata, la donna derubata, la donna compressa nel ruolo.

-Certo, proviamo.

-Proviamo. Tomaso mi parlava spesso di te, anni fa, e adesso che sto istituzionalizzando il mio impegno a favore delle donne mi sei tornata in mente. E allora gli ho chiesto il contatto e ho pensato di chiamarti personalmente. Non so se hai mai sentito parlare di me…

L’imbarazzo, la vergogna, la voglia di sparire, in un istante, viene superata dalla rabbia. Dalla distanza. Da una sensazione di usurpazione. Di Victoria ai suoi danni.

-No, mai.

-Ah. Va bene, quando puoi fatti un giro sul web, così ti prendi due coordinate. Sia su di me che sull’idea. Mi piacerebbe collaborare con te, so che sei valida insomma, che hai fatto le tue battaglie.

-Sì…

-Vincendole, anche.

-Qualcuna l’ho vinta, qualcuna l’ho persa.

-Ma sei proprio sicura che non mi hai mai sentito nominare? La cosa è grave. Forse il cognome da sposata non è così noto ma, ripeto, Victoria Danse.

-Non mi sembra ma, vedi, io seguo poco la rete. Come hai detto tu stessa, sono sempre in battaglia.

-Beh, la rete. Non solo la rete, diciamo. In questi giorni, poi, non ne parliamo…

-In questi giorni?

-Beh, diciamo che ho fatto un po’ di casino a Sanremo, il festival, il ritiro dalla gara, io che mi prendo male e fuggo, vabbe’…

-No, di questo non so proprio nulla. Mi dispiace. Sia per questo ritiro che per non saperne nulla.

-Va bene, registrati il numero, non darlo in giro, ti prego, che già ce l’hanno in molti e mi tocca girare con due telefoni. Appena fai mente locale su come possiamo sinergizzare mi fai un fischio, va bene?

-Sì.

-Buon pomeriggio.

-Buona serata.

-Ciao Georgia Joanna.

-Ciao.

Sale l’odio verso chi dorme accanto a Cristiano, per chi non teme di abbracciarlo, o di baciarlo.

Sale l’odio verso di lei che inganna, che non dice, che si vergogna, che si sente in colpa. Sale l’odio verso di lei che sa. Che sapeva. Che ha fatto il male. E che amore e male, in questo caso, sono due orribili sinonimi, una coppia infernale che non doveva mai nascere.

Scoppia a piangere mentre raggiunge il portone di palazzo Meregalli. Lo supera e vede Irene approssimarsi a palazzo Fidia. Si guardano un istante, Georgia Joanna si asciuga le lacrime col polso, non sa se far finta di non vederla, indugia. Irene si gira quel momento in meno  sufficiente a non capire che Georgia è in lacrime. Si è solo accorta di lei, un mezzo ricordo davanti al cancello dei fenicotteri qualche giorno fa, nient’altro.

Elvio Calderoni