La Storia Ricorrente 47a puntata

Cristiano ha riportato Victoria a casa e ha fatto tutto quel che c’era da fare, indossando i panni dell’uomo della solidità e delle certezze.

Complice le comodità della sua casa e della sua città, ha convinto persino i genitori di Vicky che la pallida copia che hanno visto di lui aggirarsi a Sanremo era l’effetto della preoccupazione per la scomparsa di lei.

La mamma, dopo un tiepido abbraccio, ha organizzato la scaletta degli appuntamenti, social e non, per celebrare il ritorno a casa di sua figlia e accade tutto come in una cerimonia dove le cose da fare superano l’impaccio delle cose da pensare.

Accade come nei matrimoni e nei funerali, quando i protagonisti, investiti del ruolo, pensano al necessario e anche al superfluo pur di non fermarsi.

Nessuno sta pensando a cosa sia successo, ma a come cancellarlo. Nessuno pensa alle cause ma alle conseguenze. La causa, in bianco e nero, lontana lontana lontana, e da attutire è Bertrando Berna e le sue scelte da vecchio, indiscutibilmente scorrette e fuori dal mondo.

Bertrando, invece, è fuori da ogni cerimonia. Ha guardato, anche lui da lontano, il trambusto che Irene gli ha raccontato.

Ha visto tanta di quella vita che non si è fatto coinvolgere dal teatrino di un uomo sospeso tra la donna del passato e quella del futuro, un bambino biondo a cui ridare la dignità di una madre, una madre, appunto, indubbiamente in panne e un uomo, Cristiano, che all’apparenza si direbbe solido ma che lui ha compreso, in poche parole al telefono, in uno sguardo nemmeno ravvicinato, in tutta la sua complessa difficoltà, nella confusione strutturale, nella tensione verso qualcosa che in quel momento a casa sua non c’era.

Bertrando si è sempre divertito a scovare le falle dietro le apparenze, le fragilità oltre le spalle larghe, le insicurezze sotto la messa in piega e le tinte, il vuoto e il buio oltre la fama, la notorietà che non ti basta a riempire i vuoti e tutta quella massa di artisti con cui è venuto a contatto, uno, spesso, più mediocre e invidioso e in competizione dell’altro, una realtà di competitivi divorati dai loro stessi buchi.

Alimentati dalle mancanze, più che dalla loro stessa arte. E decide, guardando la piscina vuota di Villa Necchi, mentre prende il tè e legge il giornale come un vecchio qualsiasi, di fare una telefonata:

-Pronto?

-Pronto…

-Ehi, Victoria.

-Ciao

-Ciao. Volevo chiederti scusa.

-Forse sono io che dovrei chiedere scusa a te.

-No, no, scherzi? L’idea di cantare insieme è stata mia. E un uomo, in una vita, ha tante di quelle idee sbagliate. Tantissime.

-Ci sono uomini che non le hanno proprio, le idee.

-Sì, è vero. E ci sono donne che hanno idee molto strane… e le mettono in pratica subito.

Ridono, come due compagni di quinto liceo che decidono di non andare all’esame di maturità, insieme, all’improvviso.

-Tu ti sei ritirato. Io… ho copiato, esagerandola, la tua idea.

-E come è stato?

-Non so, mi vedevo agire, mi vedevo scappare. Mi son vista portare con me Isacco.

-Immagino, Se non ce l’hai troppo con me, il disco vorrei farlo uscire. Senza Sanremo, senza social, senza nulla, Silenziosamente, se ce la facciamo. Vabbe’, nei limiti.

-Davvero?

-Certo.

-Ma… hai detto che non era una buona idea quella di cantare insieme.

-E’ una pessima idea. Ma quella di mollarti a sette ottavi del cammino è anche peggio. Non ho mai fatto una cosa del genere, non comincerò a settant’anni. I nostri mondi sono inconciliabili ma non penso che ci sentiremo morire se canteremo mezzo inciso insieme. Senza troppo clamore. Con un’etichetta indipendente, chiaro. Io ho litigato con tutti. Non credo di essere sotto contratto con nessuno, al momento.

-Insomma, ripariamo al male che ci siamo fatti a vicenda.

-E certo. Limitiamo i danni.

-Credo che sia una buona idea.

-Non consultarti con nessuno. Sto parlando con Victoria, non col suo brand.

-Ahahah, ok…

-Si dice così, no?

-Più o meno sì.

-Con tuo marito tutto bene? Ti ha capita?

-Cristiano comprende anche più di quel che si vede.

-L’ho sentito al telefono e l’ho intravisto l’altra mattina quando vi siete sciolti da quella reunion. Non mi sono avvicinato perché ancora non avevo deciso di far uscire il pezzo con te. Perdonami. Avrei voluto abbracciarti ma non sapevo nemmeno quanto ce l’avessi con me.

-Perdonami tu. Ho pubblicato cose molto brutte su di te che non pensavo. Che non potrei pensare mai. Cristiano, stamattina, a casa, mi ha detto che tu sei il più grande di tutti. Che uno come te non se ne fanno più.

-E meno male.

-Dice che… così mi sembra abbia detto, che sei uno dei pochi a far coincidere le esigenze umane con quelle artistiche. Che l’hai sempre fatto.

-Beh, detto a te in questo momento è stato coraggiosissimo. L’hai mandato a quel paese?

– No, non ho detto una parola, l’ho solo ascoltato.

-E la mamma del bimbo?

-So che è merito di Irene se adesso Isacco è con lei. Credo che andrò a trovarli spesso. E che, giuro, non pensare male, non è pubblicità, non è smania di followers, istituirò una fondazione per le donne che sono nelle sue condizioni. Insomma, di dipendenza, di rapporti tossici, di…

-Fai bene. Anche se sarà difficile identificarle. Molto difficile.

-Sì, se aspettiamo che le donne si autodenuncino come vittime di un rapporto tossico stiamo freschi. Ma ci sono già delle idee in campo. Giuro, non è per un ritorno di immagine.

-Lo so, Victoria, lo so. Sei meglio di quanto si creda, lo so benissimo. L’idea di cantare insieme non è stata magnifica ma tu sei una bellissima persona.

-Magari ci riproviamo l’anno prossimo.

-Magari no. E, anzi, scusami ancora.

Georgia Joanna si chiede che senso abbia un giro nel quartiere con la gonna e i tacchi. Sente di sprecare il suo fisico, di non allenarlo mai, di portarlo in giro sbandierando al mondo la fortuna della sua fattura senza mai, per gratitudine, magari, o per volontà, nutrirlo di movimento, di sport.

Non ne ha mai sentito l’esigenza e la tonicità è sempre stata parte scontata del suo aspetto. Oggi ha bisogno di muoversi, di non sentirsi chiusa isolata in attesa.

Di non sentirsi di altri. Di sentirsi propria. Passa davanti villa Necchi ed è percorsa da un brivido, perché si rende conto che il suo piccolo quartiere non sarà mai più lo stesso.

Qualcuno ha virato i ricordi, le sensazioni delle strade, i percorsi che faceva sin da bambina. Qualcuno ha violentato – una sommossa, un impeto – le abitudini che la rafforzavano, che la facevano sentire viva e nel posto giusto. Passare davanti al cancello di Villa Invernizzi peggiora le cose: si affaccia per vedere i fenicotteri, le sembra che proprio quello che lei e Cristiano hanno riportato a casa le si avvicini.

Come si avvicina un cane, per fedeltà, per affetto, per riconoscenza. Toccare con le dita il cancello e i suoi intarsi è una vertigine.

Che partita stiamo giocando?

Quando vincerà la stanchezza?

La mia, la sua?

Chi si arrenderà prima?

Ci arrenderemo, amore mio?

Che ora sarà quando partirà l’idea di arrendersi?

Che luce ci sarà?

Come sarai vestito?

Che scarpe indosserò?

Quanto farà freddo?

Perché siamo così a scadenza, così a durata?

Perché non riusciamo proprio a farci bastare il tantissimo che siamo?

Perché non sei qui a parlarne con me?

Perché non sei qui ad abbracciarmi e a rassicurarmi?

Perché attorno a me vedo questa nebbia che si infittisce e che mi impedisce di vedere il cielo?

Perché ho questo fiato corto che cancella ogni percezione? Perché non riesco ad essere comunque e solo contenta di aver la fortuna di averti incontrato?

Perché siamo impomatati nei ruoli, bloccati, appiattiti nel gioco dei mestieri? L’amante come un mestiere, la moglie come una nemica, l’uomo come un acrobata?

Non dovevamo essere tutte complici?

Tutte solidali?

In quale copione liso sto recitando?

Perché ho la forza di accorgermene e nemmeno l’ombra di quella di tirarmi su?

Squilla il cellulare proprio mentre ripassa davanti al cancello di Villa Invernizzi:

-Pronto? Salve, sono Victoria Danse Cavalcabò.

What do you want to do ?

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Elvio Calderoni