La Storie Ricorrente 33a puntata

Tomaso torna alla realtà. Alla corsa mattutina, al lavoro febbrile ed insostituibile, alla routine di avere un upgrade ogni giorno rispetto a quello precedente. Un miglioramento, una velocizzazione, un’ottimizzazione, un punto di vista ulteriore. Ogni giorno una prova, una sperimentazione, una strada da intraprendere e poi magari lasciar andare se, lungo il cammino, si palesassero percorsi migliori.

Il miglioramento, comunque.

E il coraggio.

Il non stagnare.

Il rischio.

Nella corsa di stamattina mette accenti e passi diversi. Sfibrati fisicamente, figli della tensione e della stanchezza, ma carichi di un piglio che è più di un banale upgrade. Si sente pieno. Di aria nei polmoni, di muscolatura nelle gambe, di fiato e di resistenza. Di cuore.

E’ la terza volta che passa sotto Palazzo Fidia di corsa alzando gli occhi verso i balconi di casa Taglia e nessun rumore nessun segnale di vita, le persiane ancora chiuse, i davanzali deserti. Non aveva mai guardato in alto prima, non si era mai goduto la bellezza di questo palazzo astronave sul punto di decollare, di staccarsi da terra e puntare dritto su Venere.

Dopo i giardini Montanelli, ritorna nel quadrilatero del silenzio, riguadagna piazzetta Duse e intravede nuovamente sulla destra la sagoma di Palazzo Fidia. Ha paura di esser scoperto, come quando si passa più e più volte davanti a un luogo o ad un gruppo di persone e si ha la sensazione falsata che qualcuno stia contando il numero di passaggi e si stia insospettendo. Ma è troppo presto per i passanti – saranno le sette di mattina -, fa anche freddo, ed è presto anche per le persiane del secondo e del terzo piano di Palazzo Fidia, che sembrano chiuse da secoli, sigillate, serrate.

Tomaso è riuscito a dormire, vinto dal sonno. Gli sembrava di non farlo da settimane. Ha dato un’occhiata al web poco prima di chiudere gli occhi e ha letto di Victoria. Le ha mandato un sorriso sul cellulare, a trasmetterle vicinanza ma non si è preoccupato che lei lo abbia visualizzato. Non ha scritto ad Irene per non appesantire una giornata già densa ed emotivamente sfinente ma, nell’addormentarsi, ha fatto un paragone istantaneo con tutti gli altri innamoramenti della sua vita. Le cotte, le fisse, gli ardori, gli inizi, il mondo in prospettiva, i progetti, le nuove idee, gli spunti inattesi, il cuore che batte e la mente che pulsa e tira fuori pensieri ed energie che sembravano dormire o appartenere a un sottomondo ormai inesplorabile, una riserva a cui non si può attingere più.

Il paragone non regge.

Irene lo tende in ogni fibra, lo sconquassa, fa clangore, chirurgica nel suo relazionarsi inconsapevole, lo determina e ne fissa i contorni. Sente che lei è quasi l’autrice dei suoi pensieri, delle parole e si chiede come sia possibile un simile concetto in un uomo così strutturato e definito da anni. Dall’inizio, direbbe. Realizza che vuole che l’altra metà del quadro la produca direttamente lei e che il rifiuto anche solo della visione da parte di Paolo può essere una benedizione, la firma del loro legame, la potenza di un inizio che non finirà mai.

Le scrive:

a quest’ora dormi e lo so perché son passato più volte sotto il palazzo ed è tutto chiuso, in entrambi i piani. Ho pensato, sto pensando, agli accadimenti delle ultime ore ed è difficile metabolizzarle. Difficile e bellissimo. Ho capito che è un bene che il signor Paolo non ci abbia mostrato l’altra metà del quadro – sempre se esiste davvero – perché vorrei la facessi tu. Non ho fretta, lo so che sei qui per lavorare, ma subito dopo la festa di Bertrando, se vorrai, ti occuperai dell’altra, nostra, metà. Ti aspetto.

Isacco, mia benedizione. Mia linfa. Mia verità.

Ci stavamo aspettando senza saperlo.

Isacco, meraviglia e fonte.

Isacco, la quadratura, la nuova vita.

I tuoi occhi nei miei.

Io e te per sempre insieme.

Isacco, mio.

Victoria l’ha scritto su una busta del pane trovata mentre saliva su verso Bussana. L’ha scritto tremando e guardando Isacco negli occhi. Alle prese con il suo pianto ad onde, interrotto dai suoi abbracci, improvvisamente catapultata nelle sue necessità pratiche, la fame, la sete, il freddo. La destrezza e l’inganno, la sensazione della fuga. La notte appena trascorsa con i tremori osmotici tra paura e gelo. L’alito da soffiare sulle guance rosse di Isacco, il terrore di potergli fare del male, il progetto disperato e zoppo, l’euforia di averlo pensato, di veder giganteggiare nel cielo di Sanremo un enorme: se non ve ne andate voi, me ne vado io.

Me ne vado con il mio Isacco. La prima cosa solo mia, che non devo condividere con nessuno. Me ne vado e lascio questo mondo di falsi, di persone che non mi amano per quella che sono, che vedono in me soltanto un’icona. Io sono altro e non devo dimostrarlo a nessuno. Nemmeno a mio marito. Che ho implorato di non tardare e che invece ha tardato.

Se non ve ne andate voi, me ne vado io.

Senza i social.

Senza la fama.

Nell’ombra e nella notte.

Con Isacco mia unica luce.

Andiamo, Isacco, entriamo in questa chiesa. Appoggiamo da qualche parte questo messaggio. Vedrai che oggi farà meno freddo che è appena spuntato il sole. E troveremo il modo di placare la tua fame come già siamo riusciti ieri sera. Ci aiuteranno. E io starò sempre al tuo fianco.

Isacco, grazie. Grazie per aver dato un senso a questa vita.

Se non ve ne andate voi, me ne vado io.

 

Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.