La Storia Ricorrente, 9a puntata

Corse reali e corse virtuali. Schermi che non si accendono e fughe del cuore. Cristiano e Georgia Joanna: fermiamoci a pedinarli, questo sabato è tutto per loro.

Cristiano Cavalcabò guarda lo schermo del cellulare e non capisce perché continua a vedere lo sfondo che ha scelto sei mesi fa ( una racchetta legata a una bottiglia da un fiocco blu ). Vede solo quello e le app, nessuna notifica da ore. Ad un tratto sente il vuoto assoluto, una patente di non esistenza improvvisa in cui l’improvviso però non ha affatto il sapore della leggerezza ma l’olezzo del sempiterno. Il riparo del matrimonio, una fissa che gli era venuta su da tempo, che non è sufficiente, l’amore che richiede il suo spazio senza nemmeno sgomitare granché e che mette in fila il resto. Il resto che congela del tutto, che non ha più il suo respiro o il suo passo, l’inconsistente suono della vita che non è lei. La banalità di rendersene conto, di respirare l’inadeguatezza che non pensava gli sarebbe mai toccata in sorte. Cercare conferme d’esistenza allo specchio se non sullo schermo del telefono, impazzire di silenzio in un istante, annullare anni di traguardi consensi conferme per un pomeriggio off.

Finalmente il telefono che squilla:

Amore, sono emozionatissima. Abbiamo appena finito di provare… non so spiegarti bene, ma ho cantato come mai prima d’ora. Sono… non lo so… è come se fossi diventata brava!”

Victoria ride e piange allo stesso tempo, Cristiano prova a scardinare la delusione provata leggendo Vic sullo schermo del telefono che sembrava fino a quel momento fuori da ogni rete, una natura morta.

Sei sempre stata brava!”

Dal diario emotivo di Georgia / le cose che non dirà

La corsa verso la ripresa di se stessi.

Dire ok ci siamo sbagliati e adesso andiamo a riprendere la vita intera, la vita di prima, la vita senza sussulti e senza respiri accelerati.

Lo so lo so che andiamo incontro alla catastrofe.

Che la curiosità diventata passione poi fa marcia indietro e rimane solo l’amaro di un tradimento.

Che c’è un momento in cui non riesci a fermarti e invece c’è un sottile piacere anche a sapersi fermare.

Che è semplice che non è semplice che non è semplice per niente.

Che vorresti invece che bloccarlo gettargli le braccia al collo e urlargli che anche lui è importante per te e che queste fughe non servono a nulla, sono falsità memorabili che ci fanno solo perdere tempo perché io non le voglio tu non le vuoi e ci stiamo solo girando intorno. Intorno per perdere le ore chissà i giorni chissà le settimane. Una settimana senza adesso è impensabile, una settimana senza mangiare sortirebbe effetti simili.

Una settimana senz’acqua.

Una settimana senza potersi riparare dal freddo.

Una settimana senza il cuore.

Una settimana senza le ossa, senza la pelle.

Una settimana, ok, non si può.

Ma riprendersi il cuore, l’anima, la pelle, decelerare, frenare, arrestarsi?

Perché sembra tutto così incontrovertibile? Non siamo ancora in tempo per conservarci? Per trovare il bene e il bello laddove li abbiamo trovati fino a prima di noi? Non può essere così difficile? Perché questo languore incessante che trasmette un vuoto atomico prima d’ora sconosciuto? O è come il dolore che si dimentica? Un dolore atavico, vissuto da tutti e da tutti accantonato, tutti che se ne mettono al riparo, nessuno che vuol viverlo più, qualcuno che lo sfiora, qualcuno che ci si ammazza, qualcuno che pensa sia da stupidi, qualcuno da squilibrati.

Le viene da correre proprio come farebbe Tomaso

Elvio Calderoni