La Storia Ricorrente, 8a puntata

I dubbi e le tensioni che portano a scoprirsi. A Milano in un palazzo, a Sanremo nel backstage del festival. Essere interi, finalmente.

“Ha dieci minuti per un’intervista?”

“Salve, non si era detto tutte dopo la conferenza stampa del festival?”

“Sì, lo so, ma non per parlare del festival. E’ una cosa diversa, io l’ho raggiunta qui solo perché sapevo di trovarla. E’ un progetto diverso, non è un’intervista a un cantante.”

“Ah, no e cos’è?”

“E’ una serie di testimonianze sull’abbandono.”

“L’abbandono?”

“Stiamo scrivendo un volume sulle sensazioni dell’abbandono. Cento personaggi famosi che in cento secondi ci raccontano l’abbandono, il sentirsi soli, o il non sentirsi più insieme”

“Perché lo chiede proprio a me tra i cento? “

Si sorridono. Bertrando guarda la giornalista, sarà una giornalista, magari è solo una blogger, o una fan travestita e il progetto del libro è del tutto inventato.

Si sorridono nel silenzio. Sembra tutto fermarsi attorno. Sembra anche stiano calando le luci. Bertrando si accorge di non aver mai parlato con nessuno di abbandono.

Cosa si prova?

Intanto ci si chiede perché.

Perché andarsene in un punto preciso della vita. Perché non è mai troppo presto, probabilmente. Perché pensi sempre che alcune persone della vita, stiamo parlando di persone, giusto, siano eterne, che muoiano con te e non prima.

A volte ti annoiano, a volte ti devastano, ti sovraccaricano di stress ma quando il giorno dopo non ci sono più, ti chiedi immediatamente come è potuto succedere, quanto hai sbagliato a farti annoiare, a farti devastare, a pensare che fosse tutto scontato.

Anche un buongiorno al telefono o una sorpresa fuori stagione. E’ brutto l’abbandono perché ti ritrovi a calcolare di nuovo chi sei, è molto brutto.

E capisci che da solo non ce la fai, e capisci che hai bisogno di altro, che questo altro c’era e non l’hai ben calcolato perché sei un coglione, mortalmente e immancabilmente un coglione.

E ti ripeti, perché te lo ripeti, che il mondo è pieno di cuori importanti e che troverai certamente altri fili insondabili che legano il cuore agli occhi alla mente alle mani ai pensieri di ogni giorno, ma mentre te lo ripeti, dall’altra parte, il cuore, proprio lui, ti fa il segno del naso che si allunga perché in questo momento esiste solo lui, esiste il suo nome che batte batte batte allo stesso ritmo del tuo cuore.

Quando tu invece non batti più nel suo. O perché batte per qualcun altro, o perché, comunque, ha scelto di non battere più nel tuo, col tuo, o proprio perché ha smesso di battere e stop.

Sono finiti i cento secondi? In ogni caso non ho altro da dire. Grazie.

Bertrando si allontana stropicciandosi gli occhi, come se l’abbandono, tirandolo fuori, fosse appena stato vissuto. O elaborato. Come se la morte della persona che hai amato si potesse mai elaborare davvero.

Squilla il telefono appena finita la telefonata, gli occhi ancora lucidi, il cuore senza fibra.

“Pronto?”

“Irene. Ciao…”

“Va tutto bene?”

“Va tutto male.”

Silenzi.

“Scusami, è che ho appena passato cento secondi nel 2015… mi hanno chiesto un’intervista. Non so perché ho detto di sì, so che non mi ha fatto bene.”

“Capisco.”

“Passiamo la vita a inseguirci, poi ci troviamo e dura tre secondi.”

“Lo so.”

“Hai presente quando ci siamo abbracciati?”

“Certo.”

“Non piangevo da tre anni, non l’avevo mai più pianto. E adesso è appena capitato di nuovo. Credo tu mi stia aiutando ad assorbire tutto, credo tu sia davvero la persona giusta nel posto giusto nel momento giusto, Irene. Mi stai tirando fuori tutto e io spero di essere utile a te almeno la metà.”

Irene non risponde, si affaccia dal balcone e riprende a piangere, è in pieno collegamento con la sua anima, sente che sta tornando a casa, una casa che era sempre più drammatico abitare ma che ora sente di poter riaprire.

“Non dirmi nulla, Irene. So che sei un incontro speciale, che forse ci stavamo attendendo a lungo, che più bello di così non potrebbe essere. Che forse aver rimandato il dolore era necessario. Vado alle prove.”

Ci va con un passo veloce, accennando una piroetta per evitare un paio di ragazzine, un passo scherzoso e voglioso di ricominciare da capo davvero.

Irene rimane alla finestra, ormai il suo essere a questa finestra è diventata una cartolina di queste settimane così intense, un riferimento emotivo che la inonda, che la caratterizza, spesso con la tazza del tè tra le mani, con lo sguardo pronto a farsi prendere dalle storie dei passanti, dai loro soprabiti, dalle scie dei profumi che talora le sembra possano salire fino all’ultimo piano.

Si ricorda di quando Alessandro la prendeva in giro per la pronuncia delle vocali, così diversa dalla sua perché tradiva le sue origini, la sua provincia friulana, cuore della sua inadeguatezza che venne annullata, e allo stesso tempo evidenziata, dalla verve di lui.