La Storia Ricorrente, 7a puntata

Nella settima puntata i pensieri di Victoria e subito dopo i dubbi di Georgia Joanna. Due donne e la loro poetica del ripensamento. La paura e il desiderio che fanno a pugni, l’ambizione, la verità, la coerenza, la passione. Roba da 4 soldi, proprio…

Cristiano mi vede così, ma sarà vero?

Io sono follemente innamorata di Cristiano, è l’uomo della mia vita da cui vorrò avere almeno tre figli. Ma non sarà che farò tre figli solo per pubblicare le foto prima della pancia e poi dei neonati?

Qual è il limite tra le cose e la rappresentazione delle cose? Cosa mi piace di più? E, in fondo, chi sono davvero?

Di certo senza boccoli biondi, con questi capelli quasi sciatti, di certo anonimi, nel colore e nel taglio, il suo ingresso all’Ariston finì per ottenere l’effetto opposto. Ovvero tutti a dire: che fine ha fatto il glamour di Victoria Danse?

Il matrimonio con Cristiano Cavalcabò è finito prima di cominciare?

Non riuscirà a conciliare la carriera con la famiglia?

Interviste improbabili mai rilasciate intervallate a riflessioni assai discutibili su Victoria come emblema delle difficoltà delle donne italiane, tempi stretti e poche certezze, nessun aiuto, a conciliare famiglia e lavoro, amore e realizzazione personale. Le umili origini aiutavano l’identificazione ma erano ormai ben lontane: Cristiano più ricco di lei, più convincente, più coerente, solido, un percorso inattaccabile, sportivo e professionale.

Esistono sorrisi stupidi?

Victoria gli aveva posto questa domanda, che le girava in mente da mesi, a freddo e Cristiano, per la prima volta, non aveva saputo cosa rispondere.

Perché questa domanda?

Perché guardo il tuo sorriso e mi sembra intelligente, mi sembra che sia ironico, pieno di chiaroscuri. Un sorriso da cui puoi intuire anche il mondo che sei, anche le cose brutte di te, anche il dolore, la tua interezza.

Sì, credo di sì e allora?

Guardo il mio allo specchio e non ci vedo nulla. Vedo un vuoto…

Un vuoto?

Sì. Vedo una persona che sembra stupida, che non racconta niente di sé, che esiste solo in quel momento. Nell’attimo del sorriso. E basta. Non vedo nient’altro.

Lo diceva accalorata, anzi addolorata, perfettamente consapevole che la porta del sorriso, quella che spesso conduce alla verità di ogni persona, nel suo caso era una condanna. Una situazione imbarazzante di visibile difficoltà, di iato tra essere e apparire, una maledizione.

Ma io amo il tuo sorriso, le disse per nascondere il pensiero che gli aveva provocato quel pensiero.

La paura che fosse vero. Che non ci aveva pensato a sufficienza, che quella poteva essere la porta della fine. A due settimane dall’inizio del matrimonio.

Ma io amo il tuo sorriso.

Ami un sorriso stupido.

Comunque la risposta è no, non esistono sorrisi stupidi.

E la abbracciò forte sperando che quell’abbraccio gli togliesse ogni dubbio, stupido questo sì, sulla porta della fine, su questo dolore consapevole di Victoria così difficile da togliere anche per lui e su un altro dubbio, tardivo e insinuante, che qualcuno, nel mondo, potesse amarla meglio, toglierle ogni tarlo, farla sentire al riparo.

Riparati, le sussurrò tra i capelli, e in realtà il riparo lo voleva lui, improvvisamente impaurito, il cuore sottovuoto, a scatti.

Bertrando indovina la sagoma di Victoria almeno tre volte prima di beccare quella giusta. Non si aspettava capelli legati, occhiali da sole, abbigliamento privo del colore oro, non sa se esserne deluso o compiaciuto e viene invaso dal concetto dozzinale che per dare qualità a un progetto bisogna minimizzare la presenza fisico-scenica, caccia indietro la riflessione che Victoria potrebbe averlo pensato davvero. Le riflessioni vengono interrotte dai flash:

E’ vero che il citofono di casa sua è un grande orecchio?

Be’, non funziona da anni, ma diciamo che è un portafortuna!

Suo marito Cristiano Cavalcabò è consapevole di essere tra i più invidiati d’Italia?

In realtà dovrei essere io a suscitare invidia, lui è meglio di me, in tutto!

Si aspettava di incontrare così presto nella sua carriera di cantante la storia della musica d’autore italiana? Addirittura un pezzo di Marko Taglia e Bertrando Berna!

Taglia e Berna sono gli autori con cui sono cresciuta, quindi, be’, sì, in un certo senso non me li aspettavo, ma li aspettavo!

Le domande si fermano qui, l’agente rimanda ai social ogni dichiarazione ulteriore e Victoria entra in teatro per la prima prova.

Bertrando le sorride a una distanza di tre metri, lei lo vede subito, nel corridoio rosso oltre l’entrata.

“Sei già qui! Che bello!”, gli corre addosso e lo abbraccia, ma sembra più una richiesta di essere abbracciata. A cui Bertrando risponde bene, con misura e trasporto.

“Siamo arrivati insieme, praticamente.”

“Ma me la spieghi questa cosa?”

“Quale?”

“Come mai hai voluto che il duetto di venerdì diventasse un duetto tutte le sere?”

“L’ho chiesto e l’ho ottenuto, ma ci pensavo dall’inizio. E’ un pezzo nato per esser cantato in due, parla di due persone, non ha molto senso star da soli sul palco. E poi mi dai una mano…”

“Io a te?”

Si sorridono, stanno sperimentando una complicità all’inizio. Si abbracciano di nuovo e ridono, invasi uno del profumo dell’altra, tessuti, fragranze, le sciarpe, le creme sulla pelle.

“Mi sa che sarà una settimana bellissima”, lo guarda mentre lo dice, mentre sente di essere accolta, di voler fare senza dimostrare, di voler fare senza strafare, di poter essere sé stessa, senza falle, senza sensi vietati, senza sensi di colpa.

Senza sorrisi stupidi.

“Andiamo a cominciarla allora. Tocca a noi tra cinque minuti!”

Georgia ha posato la racchetta all’ingresso, si è tolta le scarpe senza far rumore, ha aperto il frigo, ha aperto una bottiglia d’acqua, ha bevuto a canna e si è chiesta se gli ultimi quarantacinque minuti sono stati ambientati sulla luna. O dove.

Ha sempre odiato ogni genere di rivalità tra donne.

Ha sempre detestato la comoda scomoda categoria delle amanti, degli amanti.

Ha sempre difeso i diritti di qualcuno. Diritti contro i soprusi, diritti contro le scorciatoie, i sotterfugi, le menzogne.

Eppure.

Ha una nebbia davanti, si gira ed è ancora nebbia. Ne è avvolta, proprio.

Continua a bere e vorrebbe avere la forza di un giuramento vietatore: mai più.

Non devo vederlo mai più.

Non devo parlarne, non devo pensarci, non devo tenerlo un minuto di più tra i miei pensieri.

Ripensarci. Nel senso di cambiare idea per non pensarci mai più.

Inizia puerilmente: rimette l’acqua in frigo e cancella il numero.

L’attimo dopo arriva un messaggio su whatsapp: 3476767678  dalla Luna alla Terra, tre riunioni in una mattinata. Ma se il buongiorno si vede dal mattino e il mattino ha i tuoi occhi, posso star tranquillo ancora un po’.

No.

No.

Tutta l’aria attorno, questa nebbia interna, parla dell’inizio di una storia. Parallelo all’inizio di un matrimonio.

Georgia accende il ventilatore color ghiaccio.

I mobili, gli oggetti, le mattonelle del pavimento parlano dell’inizio di una storia.

Il cuore martellante dice la stessa cosa.

Georgia spegne il ventilatore.

Le gambe che tremano quando hanno riconosciuto il numero, senza contatto, appena cancellato, dicono la stessa cosa.

La raccontano in un’unica lingua.

Georgia accende di nuovo il ventilatore.

Bloccarlo?

Avere questo coraggio.

O mantenersi nel limbo della non risposta.

Georgia appoggia il cellulare e se ne allontana, come in una fuga.

Poi spegne ancora il ventilatore.

Squilla il telefono e attorno al cuore percepisce una ventata bollente.

Si vergogna di quel che prova, guarda lo schermo del cellulare e vedere Tomaso lampeggiare la invade di un senso di non pericolosità, di ritorno a casa, nonostante l’antipatia. Un senso di appartenenza.

“Pronto?”

“Ti prendo bene?”

“Sono a casa.”

“Scusami, scusa l’ora, anche.”

“Nulla, non è un’ora particolare, dimmi.”

“Non riesco a trovare il contatto di un’artista, è stranissimo. Non la trovo da nessuna parte.”

“Di che parliamo?”

“Parliamo del fatto che vorrei, per quanto strano possa sembrarti, commissionare un quadro ad una ragazza.”

“Non vedo il nesso con me, non vedo il nesso con te, anche.”

“Perché con me?”

“Perché pensavo ti interessassi solo di egopolitica.”

“Egopolitica?”

“Sì, la tua politica. La passione che diventa tale solo perché in mezzo c’è l’ego. Certo, meglio di tanti altri che non ce la mettono affatto, però…”

“Le tue lucide analisi sono sempre molto illuminanti.”

“Uhm, sì, adesso però illuminami tu. Da me che vuoi?”

“Che mi aiuti a cercarla.”

Georgia ride ed è come se le pareti si accendessero e leggesse “prima risata dopo Cristiano”. Non sa se è contenta di questo, se invece ha pudore di questo pensiero consapevole o della risata stessa.

“Perché ridi?”

“Perché tu che chiedi aiuto già suona male. A me poi.”

“Dai, si sa che tu nel mondo dell’arte hai più contatti di me. E forse col mondo in generale, proprio”

“Ah, questo non penso.”

“A parte che non so quanti contatti abbia lei col mondo dell’arte. Ma mi piace proprio per questo. Mi piace perché non si trova! E poi è bravissima.”

Georgia registra un tono da bambino che le ricorda i primi anni del liceo, un entusiasmo in attesa che le fa bene.

“Ti aiuto. Dimmi il nome.”

“Irene Piovene.”

“Ti faccio sapere. Ciao.”

“Georgia?”

“Sì.”

“Bella l’egopolitica.”

“Eh, molto.”

“Intendo l’invenzione della parola.”

“Grazie, ciao.”

“Ciao.”

Secchi e promettenti l’uno per l’altra.

Elvio Calderoni