La Storia Ricorrente 39a puntata

Irene si gode il cammino del ritorno da Brera a casa. La luce del tardo pomeriggio di febbraio che cede pian piano al buio ma che trova punti illuminati dagli interni delle botteghe e dalle piccole insegne che punteggiano i viottoli del quartiere.

Nella borsa Irene ha questa piccola tela che le sembra il simbolo tangibile di qualcosa che è appena nato. Una promessa, una sorpresa, una speranza dopo un fatto negativo. Le sembra un pensiero pieno di mille riguardi, per sé stessa e per Tomaso, per il loro legame all’inizio.

Si sente forte con questa piccola tela bianca avvolta nella plastica, in attesa di trovare le forme e i colori, di diventare il compimento di un desiderio. Un atto d’arte e di amore. Passa di nuovo davanti alla Pinacoteca e poi gira verso la via che porta alla fermata della metro del Piccolo.

Una ragazza bionda, un caschetto accennato, una tuta, una sigaretta, il volto estremo, ossuto eppure gonfio. Irene registra i particolari di questa donna dall’altra parte della strada che la fissa ed è appoggiata al muro del vecchio palazzo giallo che si erge lì davanti. Sembra che le dita tremino, le sorride, si appoggia al muro, si gira verso il muro, fa un cerchio su sé stessa, sbatte i piedi leggermente ma non proprio silenziosamente e poi comincia a piangere. Cerca di trattenere i singhiozzi con le nocche che spingono sulle labbra, ma Irene registra il suo disagio, le sembra violento, la invade, ne ha timore e al tempo stesso si sente sufficientemente forte per affrontarlo, matura, solida. Attraversa la strada senza pensare e si avvicina a lei:

-Che succede?

L’altra la guarda, sorpresa, gli occhi enormi, un misto di gratitudine istantanea e dolore.

-Si vede così tanto che sto male?

-Sì.

La ragazza si guarda intorno.

-Son tornata di corsa qui a cercarlo, a dirgli che per lui l’ho buttato via, che voglio andare avanti solo con lui, ma non c’è. Non c’è più.

Frasi sconnesse, frammenti interrotti dai singhiozzi, dalla testa che continua a guardarsi intorno come fosse a metà tra una fuga e una ricerca, traballante nell’animo e nel corpo, sul punto di spegnersi o di urlare, di non reggere più la posizione eretta, di scivolare lungo il muro e mettersi in ginocchio.

-Calma. Lui chi?

-Roberto. Era in una stanza in questo palazzo fino a tre giorni fa. Dipingeva. Mi ha detto Maria che è partito, che non sa per dove. Che non devo cercarlo più.

-Ma…

-Ma lui non lo sa. Lui non lo sa che il bambino non è più con me. Che io voglio andare avanti solo con lui. Che non mi interessa nient’altro che lui.

-Il bambino?

-Sì. Il bambino. E’ nato l’altro ieri e l’ho abbandonato.

Irene sente il freddo di queste parole, sente il metallo delle vocali e delle consonanti prima di abbracciare il concetto, il messaggio che le parole hanno veicolato.

-L’hai abbandonato?

-Per forza. Roberto mi avrebbe lasciato. Non lo voleva questo figlio. Non l’ha mai voluto e io, come una scema, mi sono mi sono mi sono incaponita. Lo volevo ad ogni costo e invece ho perso lui. Me l’aveva detto: se lui nasce io me ne vado, non lo voglio non lo voglio non lo voglio. Ma non ho fatto in tempo a dirgli che non è più con noi.

-E dove sta?

-Sono scappata dall’ospedale e l’ho lasciato in una culla lì fuori.

  • In quale ospedale?
  • A Sanremo.
  • A Sanremo?
  • Sì. Era bello, biondissimo. Ma io ho capito che non potevo tenerlo con noi. Ci avrebbe distrutto.
  • Ma adesso dove sta?
  • Non lo so, è partito, aveva degli amici a Venezia, dovevano organizzargli una mostra, ma io non posso andare a Venezia adesso.
  • Intendo il bambino.
  • Non lo so. Io non lo voglio. E’ lui che l’ha fatto andar via. E’ il mio fallimento, la mia condanna.Irene ha le lacrime che spingono sul volto. Sente come se i pori fossero invasi dal pianto, pori del naso, delle guance, della fronte, del mento. Tutto il viso invaso dalle lacrime sottopelle. La guarda negli occhi, vede la sua disperazione che l’ha raggiunta, vede l’amore andato a male, il dolore di cui l’amore si ciba, il delitto di cui non si ha coscienza, la coscienza che giustifica il male. Irene vuole andare avanti, non vuole aver paura del male come ha sempre fatto, vuole affrontarlo, vuole virarlo, modificarlo.
  • Non è la tua condanna. E’ tuo figlio. E’ lui che devi cercare.
  • Ma come? No, lui mi porta via da Roberto. L’ho già deluso così tanto.
  • Perchè non voleva vostro figlio?
  • Perché non serviva. Perché vedeva in lui la parte malata di me che voleva trattenerlo per forza. Ma ti giuro che non è vero e l’ho giurato tante volte anche a lui, io non l’ho fatto apposta, non volevo rimanere incinta, non farei mai una cosa del genere a Roberto. Non se la merita. Ma non mi ha creduto. Non mi ha mai creduto.Irene è incredula, guarda questi occhi quasi fuori dalle orbite, guarda in faccia il dolore e l’incoscienza, l’impotenza e il pentimento.
  • Sono pentita, non lo rifarei. Ho messo da parte lui.
  • Non rifaresti cosa?
  • Portare avanti la gravidanza. Perché forse aveva ragione. Io non l’ho fatto apposta ma ho sempre avuto paura di perderlo e il bambino forse, forse sì, per me era un’ ancora. Non dovevo. L’ho fatto sentire incastrato, braccato. L’ho anche pedinato una volta, sai? Perché avevo capito che voleva lasciarmi ed ero gelosa. Sono diventata gelosa ma ti giuro che io non sono mai stata gelosa, non… tu non mi conosci ma io non sono gelosa, te lo giuro. E invece l’ho pedinato e lui mi ha visto e ho visto il disprezzo nel suo sguardo. E allora mi ha detto: vattene dai tuoi. Vai a partorire a Sanremo. Ci incontreremo dopo, adesso lasciami stare. E io ho partorito e sono tornata subito qui. E lui non c’è. Lui è partito. Lui mi ha lasciato davvero. Devo avergli fatto schifo. Tu immagina una donna incinta di nove mesi, con una gonna rossa che lo pedina e lo trova in un bar, da solo, a dipingere. Ho letto il disprezzo. Non poteva che disprezzarmi. Ero anche diventata così grassa, così brutta. Non poteva che lasciarmi.
  • Ma cosa stai dicendo?
  • Non poteva che lasciarmi. Per punirmi. Dovevo aspettarmelo. La ragazza continua a traballare, ad ondeggiare, a disegnare cerchi intorno a sé stessa col corpo, a girarsi.
  • Tu dovevi aspettarti altro. Tu dovevi aspettarti lui che ti fa una sopresa ed entra nella sala parto con te. Che aspetta il primo pianto di vostro figlio. Non uno che ti dice vai a partorire a Sanremo e lasciami stare.
  • Tu non lo conosci.
  • Io non lo conosco ma lui non ti ha mai amato.
  • Lui mi ha amato. Adesso ho rovinato tutto e non mi ama più.
  • Come ti chiami?
  • Sveva.
  • Sveva, tu devi andare a riprenderti tuo figlio. Lui è tuo. Lui ha bisogno di te, non Roberto.
  • Lui ha bisogno di me? No
  • Sì.
  • Non può aver bisogno di una mamma che ha lasciato che il suo uomo la lasciasse. Meritandolo.
  • Sveva, non puoi dire questo. Posso offrirti una tazza di tè?

Sveva guarda Irene e ha uno sguardo meno freddo, meno metallico, meno distrutto. Traballa di meno, disegna meno cerchi col corpo, prova a fermarsi. Irene le prende le mani e prova ad abbracciarla. L’altra la stringe e stringe stringe stringe più che può, gli occhi si chiudono sulle spalle dell’altra, i profumi si confondono, come la pelle, i loro colori, i battiti del cuore.

Elvio Calderoni

Elvio Calderoni
Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.