La Storia Ricorrente 35a puntata

Tornare sulla Luna come imperativo categorico.
Tornare sulla Luna come andare a riprendersi non il senno, ma una parte di sé centrale, una metà di sé, un pezzo dell’anima, per non richiuderla a chiave e la chiave perdersela, smarrirla in mezzo alle pieghe dei giorni, il respiro diverso, il grigio dello sfondo, e le tante passioni e le tante avventure ma nessuna nessuna nessuna come questa. Tornare sulla Luna, adesso, subito.

Georgia, da cinque minuti, ha soltanto questo pensiero, lo deve a sé stessa ed esce di casa sicura di fare la cosa giusta, di azzerare la distanza a qualsiasi conseguenza. Azzerare la distanza per respirare meglio perché adesso un respiro migliore è possibile e forse era possibile anche prima di conoscere Cristiano ma non lo è più dopo averlo conosciuto.

E si mette in macchina con un sorriso amaro che le attraversa il volto: il guaio dell’amore che peggiora la vita quando manca. Il guaio dell’amore che quando non percuote è silente in un angolo remoto del globo e non ci tocca e non si fa immaginare, più spesso si fa dimenticare, non è un’urgenza né una priorità. Si dimentica il volo dell’anima. Ma adesso no.

Adesso basta.

E non è questione di amarezze sedimentate l’una sull’altra, o di banali cocenti delusioni delle stagioni passate, è proprio un volto che chiama un volto, un cuore che ne rincorre un altro, un nome che echeggia nel secondo e i chilometri tra Milano e Sanremo e le incertezze che sente tutto attorno vengono macinate dall’energia che Georgia Joanna sente scorrere nelle vene. Il sangue che batte, il cuore che lo manda ad ogni angolo e ad ogni fibra, le tempie che pulsano, le mani ben salde sul volante, e non è una storia d’amore, non è un volo romantico, è l’identità che grida a sé stessa di ritrovarsi anche se non si può. Anche se non si deve. Anche se è il momento più sbagliato perché il momento giusto lo decide lei.

Stordita dal viaggio veloce, Georgia Joanna arriva a Sanremo a mezzogiorno. L’aria è secca e ferma, nessun vento a far ondeggiare gli alberi, ogni auto della polizia o dei carabinieri che incontra le ricordano la scomparsa di Victoria, la ragione per la quale Cristiano si trova ancora lì.

Lui non la sente da un paio d’ore, non riesce a non chiamarla:
-Dove sei?
-Tu dove sei?
-Ho appena lasciato la caserma dei carabinieri. Spero che mi facciano ripartire ma al momento non è possibile.
-Sono venuta io.
-Come?
-Sì, sono davanti la Chiesa Rossa.

Cristiano chiude la comunicazione e comincia a correre. Nella pancia ha il subbuglio di un uomo innamorato che esce da un incubo, che annulla la distanza, che muore per la sorpresa, per l’improvviso, per l’azzeramento dell’attesa ed è un azzeramento inatteso, incauto, incantevole. In tre minuti che gli sembrano eterni raggiunge la Chiesa Rossa spintonando passanti e facendosi largo con velocità, la falcata sempre più spinta, il fiato che non gli manca ma che è messo a dura prova dal ritmo da zero a cento in tre secondi. La vede di spalle, la cascata di capelli neri, le spalle larghe, la gonna bianca, le calze scure, i tacchi, il passo senza fretta così diverso da quello di chi si fece cambiare giornata e destino da un fenicottero rosa. La cinge e la bacia senza nemmeno guardarla, per un istante ha paura che non sia lei, poi ad occhi chiusi diventa certo che sia lei e sussurra quasi piangendo:
-Stavolta non te ne vai più. Stavolta ti lego a me per tutta la vita.
-Sono qui per rimanere con te, non ne potevo più.
Abbandonano ogni ritrosia, stanno tornando sulla Luna, si scoprono fragilissimi eppure finalmente interi. La Luna ospita tutte le loro imperfezioni che diventano complementari, che diventano potenza, diventano astro, diventano vita.

La Luna di mattina li guarda e sembra blu come se fosse notte.

Nessuno potrebbe fermarli.

Isacco, mia benedizione. Mia linfa. Mia verità.
Ci stavamo aspettando senza saperlo.
Isacco, meraviglia e fonte.
Isacco, la quadratura, la nuova vita.
I tuoi occhi nei miei.
Io e te per sempre insieme.
Isacco, mio.
Se non ve ne andate voi, me ne vado io

Il biglietto è stato trovato un’ora fa dalla custode della chiesa a Bussana. Il rosso, la grafia incerta, sulla busta del pane infilata in un piccolo solco tra due pietre della parete muraria ha attirato subito la sua attenzione, una specie di manifesto stropicciato. La signora ha letto appassionatamente il contenuto del messaggio e pensa subito all’emozione portentosa di essere destinatari di un amore così assoluto.
Isacco, mia benedizione.
I tuoi occhi nei miei.
Isacco, mio.

Se non ve ne andate voi, me ne vado io.

L’ultima frase sembra scollegata dal resto, sembra un moto di rabbia incongruente dalla dichiarazione d’amore contenuta nel messaggio scritto. Ne parla con sua figlia al telefono, che le sta raccontando della fuga di una mamma dall’ospedale dove lavora. Sono scomparse una mamma e un figlio, di notte. Non se ne sa più nulla. E sembra che Sanremo sia diventata una città di scomparsi perché è sparita anche Victoria Danse, la blogger che stava per fare il salto nel mondo della canzone proprio al festival. E allora lei le racconta dello strano messaggio su una busta di pane che sembra proprio alludere ad una fuga. Cinque minuti dopo non ne parlano più e pensano al vento che è calato, discutono dello strano inverno che Sanremo sta vivendo, piuttosto mite e senza pioggia, più del solito, molto più di un consueto febbraio.

Elvio Calderoni