La Storia Ricorrente 31a puntata

Prima di riprendere a parlare, Tomaso fa i conti con l’ansia che il signor Paolo gli ha così inaspettatamente regalato. La sera è arrivata senza alcuna promessa, senza un sapore ebbro e pacificatore ma portandosi dietro una febbre priva di costruzione. Irene ha rispettato quel silenzio andando via dalla casa con lui e poi lasciandosi il lago alle spalle, condividendo interrogativi pesanti, come lo svanire di un sogno, come accade quando si palesa l’eccessiva fiducia riposta in una situazione o in una persona, la delusione puerile che ne deriva, l’inadeguatezza, la felicità rimandata, le mani vuote. Avrebbe l’energia sufficiente per veicolare parole e frasi che però suonerebbero immediatamente come una consolazione, non trova la misura, e nemmeno la soluzione, giusta per stargli vicino. Vuole a tutti i costi fargli capire che sta sentendo lo stesso sentimento. Che forse la chiave, l’unica chiave costruttiva, di questa fallimentare gita al lago è proprio questa: sperimentare la condivisione di un piccolo grande dolore.

Vorrebbe fare di più. Il cuore cerca lo stesso passo dei chilometri orari che li stanno riportando a Milano ad una velocità sostenuta, come a superare l’empasse di un incontro sbagliato. Vorrebbe trovare le parole, tirare fuori ogni dolore, da quelli più piccoli a quelli che sembrano eterni, quelli intensissimi e quelli che scolorano, raccontare la zona del buio che prende spesso forma e parola mangiandosi il resto. Ma è lui a sorprenderla:

  • Raccontami di Alessandro. Raccontami tutto. E se non sei pronta scusami se te l’ho chiesto. Raccontami il bello che c’era.Irene lo guarda e le labbra le tremano. Per la sorpresa e per la riconoscenza. Per la capacità di superare uno scacco concentrandosi su loro, con una ripartenza, con un’aggiunta alla loro conoscenza.Raccontami il bello che c’era.

Tomaso ha capito in un istante, azionando il tergicristallo per una leggera pioggia che sta battendo al confine tra Piemonte e Lombardia, quel che c’era da fare e come farlo.

  • Dimmi dove vi siete conosciuti. Che stagione era?Irene sa che non sarà più la stessa dopo questa risposta, sa che si sta penetrando, non vuole il dolore ma le sembra l’unica cosa da fare adesso, parlargli, esplorarsi, condividere il buio. E la luce piena.
  • Era estate. Eravamo a Roma.
  • Com’era vestito?
  • Oh, beh. Era buffo. Mi pare indossasse un paio di bretelle. Sai quando si vuol mostrare ironia anche con gli abiti? Ironia, distanza…
  • Presa in giro, insomma. Autoironia, distacco.
  • Sì. Autoironia, ecco.
  • Un giusto mix tra incanto e disincanto.
  • Sì.Sembrano tremare le vene delle mani, i vetri della vettura, dentro l’abitacolo sta accadendo qualcosa di alto. Tomaso le prende la mano, percepisce il clangore dell’anima.
  • E che approccio ha avuto?
  • Aveva l’aria di essere in ritardo. E lo era veramente, con la mia migliore amica, doveva farle delle foto. Ma non se ne curava affatto.
  • Lo credo, aveva incontrato te.

Lei gli stringe la mano di più.

    • Abbiamo fatto tardissimo. Ma lui rideva. E ridevo anche io. Aveva una risata contagiosissima.
    • La immagino. Me la stai facendo quasi sentire.
    • E poi mi disse che mi aveva scelto subito. Che aveva capito subito che ero io.
    • E tu? Ci hai messo di più?
    • Un po’ di più, sì. Mi ha invaso, è andato dritto dritto e all’inizio mi sono fidata della sua certezza. Che poi è diventata la mia.
    • E l’idea di sposarvi?
    • E’ venuta da sé. Molto naturale. Al di là delle distanze, delle differenze. Diciamo che non ci hanno fermato.
    • Immagino che una persona così avesse parecchi rapporti speciali.
    • Beh, quello con suo fratello era incredibile. Sembravano gemelli. Identici.
    • Quanti anni ci sono di differenza?
    • Meno di uno.
    • Lui più grande?
    • Sì.
    • Cos’avevano in comune? Cos’hanno di simile, a parte l’aspetto.
    • La musica, anzitutto. E poi… questo parlare senza filtri, i pensieri senza orpelli. Sintetici ma completi, non so spiegarlo meglio.
    • Lo stai spiegando benissimo.
    • Che poi era musica anche quando non suonava. Io l’ho vissuto quando è uscito dalla musica. Non voleva più. L’aveva messa da parte per la fotografia. E ogni scatto era musica, così sembrava a me e così dicevano. Ma lui ogni volta minimizzava, disincantava appunto.
    • Disincantava…
    • Ma a me incantava.
    • Tante passioni, quindi.
    • Tante. Improvvise e imprevedibili. Tanto che all’inizio mi chiedevo quanto sarebbe durata quella per me.

Ride, di imbarazzo, di memoria, di nostalgia.

        • Glielo chiedevi?
        • No. Non gliel’ho mai chiesto. Non avevo il coraggio, mi vergognavo.
        • Che passioni aveva ultimamente?
        • Beh, gli era tornata quella per la musica, di brutto. Grazie a un ragazzo che suonava il violino come lui. Aveva cominciato a dargli delle lezioni, si sono legati tantissimo in poco tempo. Pensa che lo aveva scelto come testimone di nozze. Aveva 18 anni, no, forse 16.
        • Adesso quanti anni avrà?
        • Mah… 25? 26? Barnaba.
        • Da quanto non lo senti?
        • Non l’ho più sentito. Siamo stati vicini nei mesi successivi ma poi ci siamo perduti. Forse ne ha più di 26, non ricordo bene quanti anni aveva all’epoca. Ci siamo aiutati.
        • Bello, no?
        • Bello.
        • Si è fatto tardi.Ti spiace se ci fermiamo prima di Milano?
        • Ci fermiamo dove?
        • Voglio abbracciarti e in macchina viene male. Viene malissimo. Voglio abbracciarti da quando quel simpaticone ha espresso le sue volontà, il suo giochino cretino di farci venire fin lì sottintendendo che volesse venderci l’altra metà del quadro per poi non farcela nemmeno vedere. Voglio abbracciarti perché non lo faccio da troppo tempo e perché l’ho fatto troppo poco fin qui perché sei un cristallo che si ha timore di scheggiare solo a guardarti e invece sei vera e questo è un miracolo.

Irene lo guarda e il miracolo gli sembra sia lui. Le sue parole in piena, lo guarda come si guarda una luna per la prima volta, consapevole di quanto si possa essere colpiti dalla reciprocità di uno sguardo. Gli sorride, Tomaso ferma la macchina, accosta, lei gli cerca le mani, lui spegne il motore, cominciano un abbraccio destinato a durare a lungo, se lo promettono con gli occhi e con le vene della fronte, si cercano come dopo una guerra lunghissima, in una stazione piena di gente, di reduci, di feriti, di donne in attesa, di ricerche a vuoto e di attese millenarie, come se fossero in mezzo a cento passanti, a mille passanti, a diecimila sconosciuti. Eppure si trovano, si stanno trovando, stanno seppellendo stanchezze e lutti, ritrosie e paure, l’amore che esplode senza chiedere permesso e inonda le fibre di entrambi nel buio della provincia di Varese, in un abitacolo che sembra il posto più giusto, adesso.