La Storia Ricorrente 28a puntata

Il quadrilatero del silenzio è sgombro di storie, si sta svolgendo tutto altrove e il silenzio è piombato davvero. Le grida sono da un’altra parte, alla stessa ora, con il cielo in pieno combattimento col sole che declina e le nuvole a fare da spettatrici colorate della lotta. Il cielo è lo stesso a Bussana e Cristiano lo sta fissando.

Il cielo è lo stesso sull’autostrada per Milano e Bertrando, mentre guida verso casa, lo sta inquadrando.
Il cielo è lo stesso a Sanremo mentre Victoria esce dall’albergo con una borsa, guarda in su, poi è attratta da un grido continuo, sommesso, incisivo, dal basso.
Il cielo è lo stesso anche sul lago d’Orta, con appena qualche nuvola in più, mentre Irene e Tomaso stringono la mano al signor Paolo.

Il cielo è lo stesso sul telefono di Georgia Joanna che ha premuto invio dopo quel “ti amo anch’io” che le è suonato come un’imprudente promessa di un presente eterno.

E’ un cielo di metà febbraio, con il rosa striato che invita a pensare alla primavera, che suona come una speranza dopo la disperazione, un vuoto ottimismo in contrasto con il declinare del giorno, come spesso suona il tramonto agli occhi e al cuore di chi lo guarda.

Bertrando: guida veloce lasciandosi alle spalle la decisione incauta, pensa, per una volta, a quel che sente. Senza compromessi, senza pensare alle conseguenze. A settant’anni quasi compiuti si può fare. Quando si è Bertrando Berna, al netto di un cuore sempre disponibile e agile verso ogni malleabilità, si può fare. Si deve fare. E’ felice mentre guarda il cielo e inizia a riconoscere Milano, oltre il casello.

Irene: è affascinata dalle rughe di questo vecchio che parla a bassa voce, con pause importanti tra una frase e l’altra. Pause riempite da uno sguardo che guarda dritto dritto dritto e che imbarazza un po’, veloce com’è a passare dai suoi occhi a quelli di Tomaso. Rimangono un po’ davanti all’affresco, il vecchio che lo descrive svilendolo un po’, Irene ne coglie un’espressività elementare ma nobile.

Tomaso: invaso. Felice. Invaso e felice.

Cristiano: riprende l’auto verso Sanremo, sta per fare buio e il coraggio di chiamare Georgia Joanna gli viene insieme alla certezza che stavolta gli risponderà.
-Pronto.
-Ehi.
-Sei ancora in quel posto?

La voce del ritorno a casa. Una casa pronta, nuova, che nessuno ha abitato mai.

A qualche chilometro Victoria e la sua borsa a tracolla, il suo vestitino beige, gli occhiali scuri a nascondere un volto parlante ed urlante di dolore e di inadeguatezza, si sono fermati a cercare l’origine di questo grido sommesso. Victoria non guarda più il cielo ma scruta il suolo. Nella testa ha un vuoto importante, una perdita forte. Si avvicina a un cespuglio ordinato, appena fuori dall’hotel. Vede immediatamente la culla, la coperta gialla, il ciuffo di capelli biondo che esce fuori a malapena dal cappello, le guance rosa. Comincia a tremare. Si guarda intorno, non c’è nessuno, il buio ha preso il posto dell’imbrunire, le sembra un’accelerazione contro la luce inconsueta, trema e prende il manico della culla in mano, sorride, bacia la guancia destra del bimbo che la guarda senza piangere più. Lei invece trema e piange e cammina. Si allontana dal cespuglio, dalla via dell’hotel, via via veloce. Quasi corre e ogni tanto avvicina le labbra fissando il bimbo.
-Isacco.
Si toglie gli occhiali scuri per baciarlo meglio, per avvicinare gli occhi alla pelle. Prende una via laterale che porta lontano dal centro. Cammina cammina cammina.
-Isacco, adesso io e te facciamo una cosa bella. Scriviamo una pagina insieme. La scriviamo, la scrivo io, insieme a te. Scriviamo una pagina nuova.
Piange, trema, aumenta il passo, si allontana si allontana si allontana.

-Venite con la mia macchina. Inerpicarsi verso casa mia è concesso solo ad autisti esperti.
Paolo, il signor Paolo, apre la vettura e invita Tomaso ed Irene a sedersi.
-Legro è un bellissimo posto dove lasciarsi invecchiare. Ed è bello tornarci. Poi devi tornare a fare il pieno altrove. Siete due spiriti affini, voi due?
-Affini a cosa?
-Tra voi, intendo.

Tomaso ed Irene si guardano negli occhi, si sorridono timidamente e non sanno davvero quale risposta dare e che senso abbia quella domanda, dove porti. L’odore di sandalo che Tomaso ricordava è meno presente di quanto si aspettasse.
-Non importa. Non volevo imbarazzarvi. Possiamo anche fare silenzio, tanto sono 4 minuti di macchina. In salita, ma 4 minuti. Ha portato la sua metà di quadro, sì?
-Certo. E’ qui con me.
La custodisce in un piccolo scrigno in fondo allo zaino, non l’ha ancora fatta vedere nemmeno ad Irene, è preso da stimoli troppo forti per farli incontrare. Irene e il quadro. E questo signore che continua a guidare con fare quasi imperioso per stradine sempre più piccole e strette che sembra che i vetri dell’auto siano un tutt’uno con i muri di pietra che li circondano.

Bertrando sta parcheggiando sotto Palazzo Fidia, la cui sagoma fa ombra a qualsiasi preoccupazione. Sente di tornare nel posto giusto, sente di tornare nel giusto, proprio. Ogni movimento, adesso, gli sembra quello giusto. Giusto e sicuro. Gli sembra confini con sé stesso, con baldanza, misura e solidità. Mentre scende dall’auto e prende con sé la valigia gli sembra di vedere un enorme sorriso nel buio e nel silenzio. Si volta a destra e vede chiaramente il sorriso di Marko. Si volta a sinistra e vede la sua smorfia. Di nuovo a sinistra e c’è il suo occhiolino. Di nuovo a destra e si palesa la sua linguaccia. La sua ombra nel buio che fa luce e continua a togliere ogni pensiero. Bertrando sorride come di gratitudine, chiude gli occhi, li riapre e il campo visivo è invaso da un colore vivo in movimento. Un fenicottero rosa ha appena attraversato. Il sorriso si apre ancora di più. Un ultimo sguardo al fenicottero prima di aprire il portone di casa sua.

Elvio Calderoni

Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.