La Storia Ricorrente, 26a puntata

Tomaso sta guidando ma fatica a slacciare la mano di Irene dalla sua. Non ha mai sentito l’urgenza, quest’urgenza, questa fatica di non essere una cosa sola, senza spazio in mezzo, di unirsi in ogni fibra ad un’altra persona andando a costruire un sistema unico.

Mentre guida e vede avvicinarsi, sulla destra, oltre le siepi ora rade ora più fitte, il lago d”Orta, pensa di gridare una frase come Io e te siamo un sistema, ma evita. Il controllo del buon senso che ha la meglio su un istinto così inedito e così totale di legarsi a qualcuno. Irene ha trascorso il viaggio scrivendo a Bertrando anche per non rendersi conto di quanto stia accadendo. Ha continuato a rassicurarlo, a sentirsi importante per lui e lui ha continuato a rassicurare lei costringendola a giurargli che non gli avrebbe più scritto almeno fino a domani perchè adesso è un tempo privato, un tempo per lei, un tempo per lei e Tomaso in cui è inutile fingere di rimandare la consapevolezza, nel bene o nel male, cercando di distrarsi.

Qualche messaggio:

Ora però la pianti di chattare con me, che sto già meglio, e guarda negli occhi colui che è alla guida. A proposito, guida bene?

Mi pare di sì ma non me ne sto accorgendo.

Tu non vuoi accorgerti di nulla…

E’ proprio vero…

Sto meglio davvero, Irene. E temo che non tornerò sui miei passi. Magari più tardi chiamo Victoria, l’ho liquidata malamente, voleva convincermi a tutti i costi a ripensarci, mi stava mettendo pressione.

E non credi di ripensarci?

Credo proprio di no. Hai presente quando ti si illumina un panorama buio? Ho visto lo sguardo di Marko e la smorfia che faceva quando voleva esprimere un sarcastico e lieve disappunto. Le mani che si univano intrecciando le dita con un piccolo movimento verticale come a dire “ma che cazzo stai facendo?”

Irene guarda la sua mano stretta a quella di Tomaso, persino in curva, prova a staccarsi per prudenza ma in risposta ha una stretta ancora maggiore e uno sguardo denso di promesse, di certezze. Il lago è sempre più vicino, gli stanno proprio sopra, ormai.

Sì, ho capito, dev’essere stato una persona molto divertente.

La più divertente che abbia mai incontrato. Una risata al secondo. Anche quando rimaneva a piedi di notte perché si dimenticava di far benzina. O quando non se la passava benissimo economicamente, con nessuno che voleva produrlo, ed è durato tanto. Anche quando stava per crollare. Anche quando stava male. Ed è stato male davvero. E non per poco. Eppure rideva. Rideva ma più che altro faceva ridere.

Che bello…

Il giorno prima di andarsene mi ha preso il volto tra le mani e mi ha detto: “Ehi… ragazzo. Come stai?” Io, stupidissimo, insulso: “Lo chiedi tu a me?”. “Eh beh… è un modo per non volare via. Per non volarti lontano, troppo lontano”. In quel momento ho ripreso a piangere. Lui ha fatto una qualche battuta che non so cosa darei per ricordare e mi ha fatto ridere, poi, poi, poi mi ha detto: “Pensami sempre e soltanto come quando mi hai ascoltato per la prima volta suonare la chitarra, e pensa alla faccia disgustata che hai fatto e alla spocchia che avevi, tu con i tuoi studi di conservatorio e io con il mio banale e rurale autodidattismo”. Chissà perché questo me lo ricordo benissimo e la battuta no. Sarà perché forse continuavo a piangere. O perché avevo i brividi. Li ho anche adesso.

Adesso basta, Irene.

Basta?

Basta. Ora mi giuri che posi il cellulare e ti dedichi a Irene. A Irene e Tomaso. Non aver più paura. E soprattutto non usarmi per distrarti, me ne sono accorto, sai? Ahahahah…

Ahahahah… ok, te lo giuro.

Fallo. Ci sentiamo domani.

Il telefono finalmente sul cruscotto.

“Scusami, Bertrando…”

“Vuole mollare davvero?”

“Penso di sì, non credo che cambierà idea”

Tomaso vola col pensiero a Victoria. A quanto pensava di esserle vicino, tempo fa, a come le vicinanze sono così relative e così fugaci, a come adesso non avrebbe senso nemmeno una parola di conforto, perché a lui non viene, perché lei non la capirebbe, perché la complicità è un vizio a termine e non si compra in nessun mercato.

“Ecco, questa è la frazione dove il signor Paolo Baragalli abita, Legro”

Irene guarda le case, scruta i volti dei passanti, che sembrano avvolti da un comune sentire, una curiosità passiva, adattata, vuota.

“E questa dovrebbe essere Matilde.”

“Matilde?”

“Sì, quel quadro”, indicando un dipinto affrescato su un muro per la strada, raffigurante una donna affacciata sul lago.

“Ah, mi sembra di conoscerlo. E’ stato usato da qualcuno per un film.”

“Bravissima. La stanza del vescovo, con Ugo Tognazzi e Ornella Muti.”

“Sì, me lo ricordo benissimo. Mio padre collezionava locandine dei film degli anni ’70-’80 e di questa aveva proprio il poster perché diceva che era una rarità. Perché, alla fine, la locandina definitiva non fu questa, ritenuta troppo… infatti pure per casa mia venne ritenuta troppo… e mia madre la tolse nel giro di qualche giorno.”

Irene ride, si toglie un ricordo alla volta e lo consegna a Tomaso, sospesa tra inconsapevolezza e sorpresa.

Tomaso non dice nulla, la guarda concentrato, poi guarda fuori, intravede il signor Baragatti che, puntuale e preciso, ha rispettato sia il tempo che lo spazio di questo appuntamento.