La Storia Ricorrente, 25a puntata

La freschezza percepita immediatamente.

Alcuni sguardi completamente candidi.

C’era una canzone, anche, una canzone che quando gli disse che ogni volta che la sentiva l’umore le cambiava, in positivo, era rimasto colpito, ma adesso non ricorda più quale fosse.

La disponibilità. E’ entrato nella sua vita a gamba tesa come fa con ogni situazione e ha trovato i vuoti esattamente come voleva riempirli, una geometria bidimensionale perfetta.

Alcuni hobby sono gli stessi, alcuni interessi, La passione per De Chirico, ad esempio.

E sicuramente la voglia di pensare che niente è davvero impossibile.

E’ stato sufficiente? Evidentemente sì.

Da qualche parte, in qualche zona dell’animo, non ha mai avuto il sentore che potesse esserci un’intesa di tipo diverso? Un imperativo? Una dittatura calzante a cui non si deve chiedere nient’altro che continuare ad impartire ordini. E ritrovarsi ad eseguirli, compito dopo compito, norma dopo norma, regola dopo regola, senza accorgersene. Un’ubriacatura eterna, uno stato febbrile prolungato. E che febbre c’era stata con Victoria? E lui, ecco, era stato davvero febbrile per lei? L’aveva ubriacata? Dopo quante settimane si era esaurita questa febbre? E il giorno del matrimonio che registro avevano i suoi pensieri? Non è passato tanto tempo, quanti giorni? Venti? Trenta? Eppure sembra l’alto medio evo, sembra uno scenario oscuro, di ragnatele e sortilegi, di nebbia fitta a banchi, privo di qualsiasi orientamento, popolato di damigelle evanescenti e di cavalieri ricurvi su loro stessi, i volti vuoti, assoluta mancanza di espressione, movimenti lenti e circolari, un mondo senza musica, un castello diroccato, una notte senza luna, lupi che ululano attorno alle mura del castello. Ma come è stato possibile?

E adesso, lei? Perché ha lasciato tutto in alterazione? Come ha fatto? Come ha potuto distruggere ogni passato, così? Ogni progetto? Come possiamo essere così pieni di finestre, come facciamo ad essere prede totali del vento che le spalanca?

Il cellulare interrompe ogni dubbio ed è ancora Victoria.

Piange.

Cristiano, ti prego, vieni qui. Vieni subito. Berna vuole ritirare il pezzo per via di quello che è successo alla diretta. Ti prego, vieni subito, mi sembra di impazzire. Vieni.

E’ completamente caduta, ha perso ogni misura, ogni ingenuità, tutto il suo moto è concentrato su un’intenzione che sembra un capriccio.

Come posso odiarla così tanto, adesso?

L’avrei detestata anche senza Georgia Joanna?

Come posso essere così doppio senza farmi schifo?

Vengo subito. Dammi cinque minuti per preparare qualcosa e parto.

L’ha detto male, l’ha detto astioso, non si sta piacendo, non si sta piacendo con lei, non gli piace lei. Cerca invano la bellezza, si annusa le mani ed è felice di sentire le tracce di Georgia Joanna, inquadra con gli occhi la copia di “Enigma della partenza”, il regalo di nozze di Victoria, che giganteggia sopra il divano beige in salone. Si annusa di nuovo le mani, prende un coltello dal cassetto della cucina, si dirige contro la tela e la squarcia, partendo dal centro, dall’ombra della statua e poi si allarga verso l’edificio bianco con gli archi sulla sinistra. Piangerebbe per la rabbia, per la stanchezza, per le emozioni rimandate, per quelle vissute pienamente, per quelle sfiorate, per quelle che adesso lo stanno mandando a fuoco, preda di tutte le incertezze umane, dell’impegno, dell’intento contro la voglia, contro la verità, contro la naturalezza.

Butta il coltello dalla finestra ed esce di casa sbattendo la porta, è percorso da un brivido che gli sale e scende dalla schiena, trova la via degli occhi e defluisce in lacrime e singhiozzi. Sta piangendo come farebbe un bambino di fronte al primo incontro con la morte, con la sospensione della felicità, con il rimandare ingiusto e inesatto della ricompensa dopo uno sforzo, dopo l’incontro col bene.

Caro Cristiano,

carissimo Cristiano. Sto piangendo da due ore. Non so che pianto sia, ma è una cosa che esplode nel cuore. Che mi sta perforando. Da una parte ci sono i miei occhi nei tuoi, l’incontro che ti fa intravedere la ragione per cui si scende sulla terra. Dall’altra vedo Victoria su tutti i canali del mondo, sulle pagine web che sfoglio e il suo volto mi martella, mi guarda, mi spoglia. Io non ce la faccio, non ce la farebbe nessuno. Ho sempre combattuto per i diritti di tutti, ho creduto tutta la vita nei doveri, nei progetti e nelle regole. Non posso non voglio non devo essere nemmeno lontanamente l’amante di un uomo che è amato da un’altra donna e che probabilmente è riamata da lui. Va contro ogni mio valore, va contro ogni mio sogno, ogni progetto personale e ogni credo sociale. Mi sento finta nel dirtelo, mi leggo banale, e invece è la mia verità più grande. Abbiamo sbagliato una volta. Abbiamo sbagliato di nuovo. Abbiamo sbagliato ancora, nel modo peggiore, nel modo più brutto. Io voglio solo sparire, non solo da te, ma da me stessa. Non è giusto che l’amore ti faccia sentire così male. E che faccia così male ad altre persone. Vuol dire che non è amore. Non può essere queste lacrime e questi singhiozzi, non può essere la forza percepita mentre eravamo insieme e questa debolezza vuota di adesso che mi fa sentire come una carcassa abbandonata. Dobbiamo riprenderci noi stessi, farlo al volo e non c’è spazio per noi due insieme. Sono sicura che per te sia lo stesso e che forse, anzi, e un po’ lo spero, starai deridendo tra te e te questa mezza matta che parla d’amore dopo tre volte che ci si è visti. Ma, purtroppo, l’amore lo riconosco da lontano. E’ questo. Ma non è il nostro.

Ti prego, lasciami andare, stavolta.

Lasciami andare bene.

Ha premuto il tasto invio, ha gettato il cellulare sul divano, si è presa il volto tra le mani e ha cacciato un urlo prima di chiudersi in una serie di singhiozzi che sembra infinita.

Stai arrivando, vero? Mi trovi in camera, chiedi alla reception. Mi manchi da morire.

Victoria è vicina a un punto di non ritorno. Ha sentito al telefono Bertrando che ha blaterato tre parole per poi dirle di parlarne col suo agente. Ogni complicità azzerata, sciolta. La patente di aggregazione e di accoglienza improvvisamente perduta.

Non sono parte di niente.

Non riuscirò mai a fare una cosa di qualità.

Non è possibile.

Non è possibile essere liquidati con tre parole.

Cosa mi ha detto? Come l’ha detto?

Victoria cerca di ricordare nel buio che la sta attraversando:

Credo di aver deciso di ritirarmi.

Eh?

Gli ha proprio detto così: eh?

Non penso di rimanere a Sanremo. Mi dispiace.

Ma che stai dicendo?

E forse è stata troppo aggressiva, e forse è stata stonata, o fuori luogo, o incomprensiva, o egoista, o. Fatto sta che le parole successive di Bertrando l’hanno tagliata:

Parlane con l’agenzia. Il numero lo trovi.

E ha messo giù.

Non ha potuto ribattere nulla.

Ha provato a richiamarlo tre volte. Non ha mai risposto. E Cristiano che sta tardando, che sarebbe l’unico in grado di avvolgerla di sicurezza. La sua colonna, il suo filo collegato davvero col mondo, in barba ai miliardi di followers.

Ehi, filo collegato col mondo, mi manchi da morire, non tardare, non tardare, ti prego, non tardare.

 

Elvio Calderoni

Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.