La Storia Ricorrente, 23a puntata

Irene ha a destra il mare ligure e a sinistra le mani di Tomaso che guidano l’automobile sulla statale verso Sanremo. Genova dietro, superata da chilometri di curve ed incolonnamenti transitori, più lontana della Francia che è ormai a pochi nuclei abitati da lì.

Da Milano si son parlati fittamente ed è stato un crescendo di emozioni e conferme man mano che uscivano dalla città, dalla provincia e, poi, dalla regione. Tomaso ha fermato gli appuntamenti per due giorni e non è stato semplicissimo, perché sarebbe dovuto andare a Roma, lo attendevano da settimane, per una conferenza sui lavori socialmente utili dove avrebbe dovuto portare la sua esperienza prima di entrare in politica, il suo ruolo nel mondo prima e il suo punto di vista di adesso, l’impegno che ci mette ogni giorno, la passione che potrebbe salvare anche gli altri e non solo se stesso, che si fa contagiosa e disinteressata ad ogni scelta, con la politica che flirta con l’etica e l’affermazione di sé che è un tutt’uno con la donazione di sé agli altri.

Ha messo tutto in stand-by, anche il suo posto invidiabile, il film dentro il film, il rampollo che rinuncia alla carriera facile per mettersi al servizio della collettività, tutto in stand-by e anche un po’ opacizzato dagli ultimi eventi. Dall’arte che bussa prepotentemente e di nuovo, da Irene che graffia la porta del cuore con il suo sguardo che, silenziosamente, grida.

Gli grida di riempirle tutti i vuoti che ha accumulato, di tornare a rivestire un ruolo centrale nell’anima di qualcuno e nel permettere a qualcuno di invadere la sua. Due strade che potrebbero essere parallele ma che potrebbero anche incontrarsi, come sono paralleli loro due in macchina, che non si toccano, che non si sfiorano, ma che parlano parlano parlano. Anche lei ha messo in pausa il lavoro a casa di Bertrando e non vede l’ora di abbracciarlo davvero, preoccupata che il suo tono così mogio al telefono possa equivalere ad un dolore rinnovato o a un senso di smarrimento.

Guarda che bella!

Tomaso ha appena inquadrato, sulla sinistra, la chiesa ortodossa. Lo stile bizantino che fa della moltiplicazione dei piani, dei colori e degli elementi il suo punto principale di attrazione attira immediatamente lo sguardo di Irene che si fa liquido e sospeso.

Quando incontra la bellezza sembra non capirci più nulla e Tomaso, per qualche istante, rivede l’incanto della ragazza che qualche giorno fa guardava la vittoria alata, ferma la vettura e si gode lo spettacolo di lei che guarda.

Di lei che si fa trasportare, di lei che si affida, che scende dalla macchina, gli chiede scusa per questo gesto senza misura e, come fosse telecomandata, attraversa la strada, entra nel piccolo sagrato prima di varcare la soglia della chiesa. Tomaso la vede andar via e le giurerebbe di esser pronto ad aspettarla per tutta la vita, perché ha sempre sognato una donna capace di azioni imprevedibili ma con la misura di un’educazione inattaccabile. Irene si ferma a metà navata, presa dal sacro del luogo e dalla bellezza di ciò che celebra, attorno a lei, il divino. Ha l’istinto di pregare subito:

non parliamo da tanto, Dio.

Si sente fuori posto a sussurrare le parole che ha appena detto davvero, si chiede se non basti pronunciarle a mente, ma sceglie di continuare, pur frenata:

non parliamo o comunque io non ti sento. Non ti sento da troppo tempo. Ho rinunciato anche a te. Inutile fingere o girarci intorno. Andare in chiesa, alla messa, non vuol dire sentirti davvero, parlarti davvero o affidarsi a te. A chi penso di mentire? Nelle storie più banali delle fedi accade. Succede di perdere una persona, la più cara della tua vita, e insieme a lei la fede. E non ci sono funerali o cimiteri che tengano quando senti che dentro, tanto, qualcosa si è spezzato e non riesci nemmeno a capire o a chiederti se sarà per sempre, è come quando non senti più la musica sotto. Ecco, io non sento più la musica sotto ogni mio passo. Sento soltanto il rumore delle scarpe che pestano il suolo. Nuda e cruda. Non sento i miei passi sulla terra, che sarebbe ben diverso. Non ho sentito il mio posto nel mondo, ho sentito che non poteva più esserci. E ho smesso di cercarlo. E ho smesso di cercare anche te.

Inspiegabilmente, il volume si alza un po’, come se volesse esser sicura di farsi sentire da Dio. Tutte le immagini di Cristo sull’altare, ma quante saranno? Dieci? Venti? Cinquanta? Cento? Tutte quante sembrano ballare attorno a lei invitandola a parlare.

Io oggi, non sai quanto mi vergogno, non sai quanto mi viene da piangere, sto sentendo la musica sotto.

La musica sotto e attorno.

Quanti sono i Cristi che stanno ballando, Dio santo? No, non sono solo Cristi, ci sono teorie di santi che alzano le braccia, che battono le mani a tempo, che le stanno chiedendo di crederci.

Dio, ma quanto mi vergogno?

Quanto mi sto vergognando? E quanto sono felice? Quanto sto piangendo, forse anche rumorosamente perché sento gli sguardi di quel sacerdote addosso, vedo il suo sorriso e intanto mi sembra che l’intero edificio balli per me. Una danza in accordo col cuore a sciogliere ogni nodo del passato.

Irene è in ginocchio e non le ha mai fatto così bene sentire l’attrito tra il suo corpo e il legno del banco così vicino all’altare.

Come ho fatto a fare a meno di te tutto questo tempo?

Come ho potuto ignorarmi?

Come ho fatto a vivere?

Tra i santi che continuano a danzare, ad Irene sembra di scorgere il corpo di Alessandro, il volto meno definito, il ritmo più veloce di tutti, leggermente in anticipo rispetto agli altri, un particolare del sorriso, mezzo occhio, il violino tra le mani, le gambe che si muovono, le mani tra l’archetto e le corde, la musica che non è più sotto ma che adesso è davvero sopra di lei, più che attorno, più che di lato, a sovrastarla, a darle un lasciapassare definitivo per ritrovarsi, per dare sé stessa interamente agli altri, per non lasciarne più troppo per lei e basta, perché il troppo adesso sembra non esistere più.

Irene si rialza, si guarda ancora attorno, i santi riprendono il loro posto alle pareti, i Cristi tornano sull’altare a recitare l’immobilità appesa ad un muro.

Lei si avvicina all’uscita con un passo diverso, si guarda indietro un’ultima volta, tutto è tornato al suo posto, la musica è finita, sperava di rivedere un’ultima volta Alessandro suonare, un ultimo sguardo, un mezzo sorriso e invece sente solo il rumore di un flash alla sua sinistra.

E’ troppo buio, non vede più nessuno e anche se si volta verso il rumore dello scatto – qualcuno lo ha fatto davvero, qualcuno l’ha fotografata sul serio? – ha solo voglia di uscire adesso, di non guardarsi indietro più, di tornare nella vita e nella sua interezza. Esce nella luce del sagrato, ne è invasa come se fosse la prima luce della sua vita, correrebbe dritta verso l’auto di Tomaso per dargli il bacio che stanno aspettando entrambi, si fa strada tra due coppie di fedeli che stanno entrando, il sagrato le sembrava immensamente più piccolo all’andata ma lei lo percorre correndo, vede la macchina esattamente dove l’ha lasciata ma il suo campo visivo, all’improvviso, è occupato da un volto che si sta spaccando a metà dalla sorpresa di vederla lì. Bertrando si blocca incredulo, lei non vede più la macchina e nemmeno i passanti, corre verso di lui ad abbracciarlo.

– Ma…

– Mi hai trovato prima che ti venissi a cercare. Ho sentito che avevi bisogno di me.

L’ha detto con una velocità e una sicurezza che non si conosceva. Lui la sta stritolando per l’intensità e per la forza che vuole ricevere, ora che non sente di poter dare più nulla, ora che tutto gli sembra sbagliato, che si chiede le ragioni di buona parte della sua esistenza, o dell’esistenza, in generale.

– Portami da te.

– Sono qui apposta. E son passata prima da qui per darti tutto quello che posso.

I singhiozzi bloccano qualsiasi altra parola.

Elvio Calderoni