In un tramonto milanese di inizio febbraio, 3.

Bertrando Berna ha chiamato Irene Piovene per aiutarlo ad allestire il palazzo che ha scelto per festeggiare i suoi 70 anni. Un palazzo che ha ereditato dal suo ex compagno Marko Taglia, entrambi cantautori, scomparso da qualche anno. Nello stesso crocicchio di vie incrociamo i destini di Cristiano Cavalcabò prossimo al matrimonio di Geogia Joanna Brillanti, attivista di sinistra, e di Tomaso Garavalli, ricco rampollo che ha rinunciato alla fabbrica di papà per buttarsi, con passione, in politica. Lo sfondo è il quadrilatero del silenzio, la parte più segreta e inedita di Milano. Siamo nel 2020.

 

In un tramonto milanese di inizio febbraio,  3.

Irene mette su il thè e continua a guardarsi attorno come se fosse il primo giorno. L’invito di Bertrando è arrivato nel momento più giusto, ci ha pensato cinque secondi prima di dire di sì, forse sei, ma sapeva che non avrebbe voluto far altro. E adesso che il weekend sta diventando una settimana e una settimana quindici giorni, si sta abituando al prolungamento del soggiorno milanese a Palazzo Fidia come ci si abitua ad una passione, a un’invasione, anche se è lei che sente di invadere.

Bertrando la guarda muoversi e lavorare nel suo stesso ambiente e non è mai stato così padrone della situazione, sente di essere un ospite che ospita, condivide la responsabilità e tra le pieghe di quel volto intravede un bene meraviglioso, una capacità di amare smisurata, una lealtà meravigliosa, un’educazione che si percepisce dal gesto, dai movimenti, dall’occupare senza suonare intrusi, leggeri spostamenti di aria, virgole di vento, fruscii, libertà più che occupazione. Irene ha rimandato il ritorno a Roma giorno dopo giorno, un po’ per il lavoro nel palazzo ( progetti, certo, ma anche scelta di materiali, selezione di vernici, interventi strutturali sempre meno timidi ), un po’ per la sintonia infinita con Bertrando, la gentilezza e la pacatezza in ogni conversazione.

Quando si alzano al mattino e sembrano percepire lo stesso taglio di luce.

Quando, dopo il lavoro, si ritrovano a pranzo e, nel silenzio, condividono lo stesso pasto, discreti complici di parole ottocentesche, cortesie che non hanno mai un minimo di affettazione ma sempre tutta l’educazione possibile.

Quando al tramonto, stanchi entrambi, come adesso, mettono su il thè, di solito lui, ma negli ultimi giorni spesso lei, più padrona delle azioni, meno incerta e sussiegosa nell’occupare gli spazi, nell’aprire i cassetti della dispensa, più sicura.

Quindici giorni a Palazzo Fidia nemmeno Bertrando li aveva mai passati consecutivamente. Aveva sempre avuto bisogno di tornare a Bologna, di intervallare il paesaggio, gli affetti, la lingua, di riprendersi interamente sé stesso, anche e soprattutto nel rapporto con Marko, per capire quattro o cinque elementi davvero personali, non osmotici, non creati ad arte per rallegrarlo o stupirlo o rassicurarlo, ma quattro o cinque elementi che appartenessero davvero a Bertrando Berna.

“Parto direttamente stasera, hanno anticipato le prove con l’orchestra.”

“Ah, quindi prenoto il biglietto e stavolta senza disdire.”

“Vuoi scherzare? Cosa torni a fare a Roma? Rimani qui! Il lavoro è a buon punto ma non possiamo permetterci una pausa. E a me fa piacere. A meno che tu non voglia venire a Sanremo con me ma… boh. Secondo me ti secchi. Stai meglio qui.”

“Ma… Bertrando, mi sembra di approfittare della situazione.”

“Scemenze, Irene. Anche a me è sembrato così per anni. E magari chi me lo faceva notare aveva anche ragione. Tu no. Sono io che sto approfittando di te, della tua disponibilità. Credimi. Non sono un complimentoso, non lo dico per apparirti gentile, quantomeno non più di quanto lo sia. A me fa piacere se rimani e prosegui, io tanto torno mercoledì. Ti fa paura rimanere qui da sola?”

“No. No, questo no. Sono abituata.”

Bertrando percepisce, dallo sguardo basso, dal thè sorseggiato a fondo che forse è il momento di affondare un po’.

“Alla solitudine?”

“Beh, sì. Alla solitudine non programmata, ecco.”

“Non programmata?”

“No.  Specie nelle case preparate per due.”

“Cosa intendi?”

Irene raramente ha parlato a qualcuno della storia del suo matrimonio, ha cercato di mantenere i ricordi felici, di non chiamarli ricordi, di percepire Alessandro nel cuore finché ha potuto, di continuare la vita senza di lui nella casa che lui aveva preparato per loro, con le foto e le scritte sui muri, non invadenti, cortesi anche queste, le sorprese e  la musica che le ha lasciato, con il fiato che le è rimasto per urlarlo e piangerlo, in perfetta solitudine, magari attaccata al muro con la foto, o a un tavolino basso scelto da lui, nella stanza in cui avrebbero pranzato o a una finestra da cui si sarebbero dovuti abbracciare.

Morire il giorno prima di sposarsi, contravvenire a un patto nel modo più infinito possibile in un mondo che è invece finito, che è fatto di eventi, di sentimenti, di matrimoni, appunto, l’ha lasciata davvero senza fiato. Eppure ci è riuscita ad abitare da sola lì dentro, nella casa di un matrimonio che non c’è stato, in una città nuova, in una posizione che non sembrava aver senso da sola, o senza Alessandro.

“Siamo due strane specie di vedovi.” Bertrando si avvicina all’improvviso, colma lo spazio che sempre si frappone tra i loro corpi quando parlano, lo annulla, la prende tra le braccia e caccia indietro le lacrime. Gli tornano le parole del funerale, il rosso del dolore fresco, la sorpresa di Marko che muore di notte senza avvisare.

Non è mai troppo tardi per una morte di una persona che si ama. I 75 anni di Marko contro i 30 di Alessandro non vogliono dir molto. In quel momento erano amati e adesso questo amore dove va a finire? Dove si vede? Con quali azioni? C’è una locandina di questo amore che si possa toccare, percepire, con cui fare i conti, esserne responsabili e forti, esserne depositari destinatari e clienti?

Un manifesto, un posto caldo, un elemento palese nello spazio che possa riempire la vista e il cuore, che possa sostituire le vene delle mani, i passi e ogni genere di movimento, la risata, le parole spezzate, le parole urlate, quelle sussurrate, le pause, i silenzi singoli, i silenzi doppi, i silenzi multipli? Nell’abbraccio di Bertrando ed Irene c’è tanto silenzio e i petti si percuotono a vicenda, sobbalzando di singhiozzo in singhiozzo.

Muti e consapevoli di un’alleanza di anime che sfida il dolore e cerca la novità, cerca la vita dopo la disperazione, cerca la pagina nuova che Alessandro e Marko avrebbero regalato loro, se avessero potuto, l’attimo dopo averli lasciati. Bertrando si sfila per primo dall’abbraccio:

“Quanto tempo è passato?”

“E’ morto tre anni fa. A settembre.”

“Marko è morto ad agosto dello stesso anno.”

“Eh, lo so. Mi ricordo che Alessandro non faceva sconti alla musica leggera ma apprezzava tanto un brano di Marko. Tanto.”

“Quale?”

Se potessi immaginare

“Ah. E’ bellissimo.”

Si stropicciano gli occhi all’unisono, asciugano gli angoli dalle lacrime, si guardano come dopo aver fatto l’amore.

“In quel cassetto, cavolo, un cassetto davvero, non è una frase fatta, ho ritrovato il pezzo che porto a Sanremo. L’aveva scritto… boh, non so quanti anni fa. L’ho musicato in una notte. Cantarlo mi mette una tensione ingestibile, infatti sono pentito di aver accettato. Credo che lo sto facendo davvero per lui. Anche se non mi crede nessuno.”

“Io ti credo. Ho letto alcune parti del testo, è davvero bello.”

“E’ bello e semplice. E lo canterò malissimo.”

Si avvicina allo scrittoio del salone teatro di questo incontro:

“Guarda. Eccolo, questo è di suo pugno.”

Irene prende tra le mani un foglio pentagrammato, stropicciato ai lati, appena ingiallito, senza una sola nota musicale. Solo parole scritte a matita:

                            Un posto come te ( Marko Taglia )

Ci vorrebbe un panorama gigante per capire chi sei

La sequenza delle strade e dei fiumi non la perderò mai

La memoria delle curve e dei tetti  la porto con me

Questo prato che è pieno di fiori profuma di te

Se distruggi ogni pensiero non è una guerra

E progetti da lontano ogni zolla della mia terra

Ami come se l’amore fosse stato inventato l’altro ieri

Scusa se continuo a chiedermi impazzito tu dov’eri

Fino a ieri

Fino a me

Fino a gestire in assoluto il cuore

Ad annullare la sua storia

A scartare così tanto amore

Un posto come te

Un cuore verso me

Un posto furibondo che ricorda il cielo

Un vuoto funambolico se non ti vedo

Un posto come te

Un cuore come me

Riapri la finestra, non tagliare questa vista

Mi conquista ad ogni passo la tua idea

La tua idea di ribellione, di riposo e di passione

La passione che contagia e che si dà

 

Irene legge con nuove lacrime a rigarle le guance. Fa i conti con il suo trattenere, le sembra di aver vissuto in apnea, o sottovuoto, di non aver svolto nemmeno un quarto dei compiti che Alessandro le aveva lasciato. L’imperativo di lasciarsi senza fiato, anche da soli, anche senza un amore, giorno per giorno, le sembra un ordine inevaso.

Il foglio tra le mani, i polpastrelli sulle cancellature, sulle incertezze della mano che crea, le virgole, gli accenti, la fretta e l’intensità. Umanità a chilate, a vagoni.  Va alla finestra dando le spalle a Bertrando, si affaccia su via Melegari e scruta il “panorama gigante” per capire chi è, l’andamento delle curve e dei piani, percepisce il tramonto come se avesse un odore, un profumo caldo e avvolgente, una verità impossibile da tenere per sé.

Lo stesso stare alla finestra le sembra un’azione mai realizzata prima, simbolicamente ma anche praticamente. La calma e la speranza che un’azione simile le sta dando, sarà colpa del panorama gigante, dei palazzi intorno, di questo tramonto che profuma, del cambio di prospettiva, ma adesso le sembra davvero di essere più pronta. Più intera.

Quanto tempo è passato da quando si è messa alla finestra col foglio tra le mani, attenta a non bagnarlo, attenta a non farlo cader giù? E Bertrando cosa ha fatto mentre lei le dava le spalle, inebriata ubriacata dal tramonto con quelle righe tra le mani e addosso?

Bertrando ha sistemato le valigie, ora sta partendo davvero, le sembra di vedere che ha le lacrime agli occhi anche lui, non sa se sono ancora quelle dell’onda dell’abbraccio o se sono nuove, a vedere le spalle di lei che legge alla finestra, la schiena sconquassata dai singhiozzi, la liberazione del lutto, l’imperativo di Alessandro percepito interamente, capire che liberarsi della morte di Alessandro non è liberarsi di Alessandro, che non lo farebbe mai, come mai Bertrando potrebbe liberarsi di Marko.

Un saluto lieve sulla porta dopo l’intensità, un sorriso accennato e Bertrando scompare. Lei ha il moto di dirgli di portare il foglio con sé ma sa che sarebbe un errore, lo ripone nello scrittoio e scrive un messaggio a Federico, il fratello di Alessandro:

“Oggi ho percepito che possiamo rinascere tutti.”

Elvio Calderoni