In un inverno milanese di buon mattino, 2.

Mandarle un messaggio o parlarle direttamente? Avere questo coraggio, non rimandarlo indietro e fare la cosa meno conveniente. La cosa che Marko sarebbe felice che facesse. Forse.

Pronto, Irene?

Bertrando!

Ma ti ho svegliata?

No, no, sono già in piedi.

Già all’opera…

Sì.

Vado al sodo.

Certo.

Sono a Milano, a casa.

Palazzo Fidia?

Sì, la casa che mi ha lasciato Marko.

Sì.

Ti piacerebbe venire a

A?

A personalizzarla. Non so, mi piacerebbe riempire la sala di scritte.

Di scritte?

Sì, stralci di testi scritti qui dentro. Miei, suoi. Ma che non somigli a una bestemmia, a un sacrilegio.

Irene ha un sussulto e un’immagine. Non è mai entrata a Palazzo Fidia, men che mai nella mansarda di Marko Taglia. Le scritte su una parete, ardite, piccolissime o enormi.

Pensavi a qualcosa di grande, invadente? Per questo parli di bestemmia?

Be’, qui ogni piccolo movimento puzza di profanazione. Come se Marko fosse felice che la sua casa diventi un museo. E… ho paura persino a esprimere il pensiero di cambiare qualcosa. Lo sto facendo adesso con te. Insomma, le scritte, altre idee. Ho bisogno di un complice professionale. Ma anche emotivo.

Mi fa piacere. Piacere tu abbia pensato a me.

Perché sei un’aliena. Ed è un complimento, fidati.

Che tempi abbiamo?

A fine marzo festeggio qui dentro i miei 70 anni. Marko nel testamento ha espressamente fatto riferimento a questo, al di là del fatto di lasciarmi la casa. Lo voleva proprio. E sapeva che non ci sarebbe stato. Per cui vorrei, sempre se troviamo il coraggio, che tutto fosse pronto per l’ultima domenica di marzo, mi sembra sia il 30.

Be’, un po’ di tempo c’è.

Non è moltissimo. Calcola che c’è anche il festival di mezzo.

Ho letto che porti un brano di Marko.

Sì, insomma, è un anno molto suo. Molto nostro. Vorrei viverlo serenamente.

Ti andrebbe bene se venissi sabato mattina? Ho il fine settimana libero.

Andrebbe benissimo, Irene. Io ti preparo la stanza più bella.

Figurati, ho degli amici che…

Ma figurati tu. Dormi qui. Davvero, mi fa piacere.

D’accordo.

E adesso che quella telefonata sta diventando realtà, che Bertrando, nella finestra che dà su via Mozart, è con la tazzina in mano e sta aspettando di inquadrare Irene ( “non venire alla stazione, mi fa piacere raggiungerti da sola” ) mentre con l’altra mano giocherella con il cucchiaino lasciando residui di caffè sul davanzale, piccole gocce marroni su cui passa il polpastrello, adesso insomma, il cuore accelera e la realtà trasfigura l’idea che ad ogni minuto che passa gli sembra assurda. C’è da lapidarlo. Marko è morto da nemmeno tre anni e ci mettiamo a personalizzare casa sua? Personalizzare cosa, poi, che è sempre stato nella sua ombra, musicalmente, personalmente. Cosa sarebbe, questo? Un rigurgito d’orgoglio malcelato finora, un’invidia che diventa scardinamento della memoria e profanazione del museo Taglia?

Bertrando pensa densissimo, non si aspettava che l’onda lunga di un affetto potesse perdurare così tanto. Ogni suo passo gli sembra giudicato, si chiede cosa penserebbe lui. Ogni frase musicale, ogni parola che gli cade dal cielo, ogni scelta.

Anche la scelta di questo dopo casto.

Non è vero che a 70 anni non esistono più pulsioni.

Ecco, questa sì che sarebbe una frase da mettere sopra il divano verde, in sala.

Non è vero che Marko non mi ha mai tradito.

Non è vero che quando è morto eravamo ancora una coppia nel senso classico del termine ( se c’è un senso classico )

E non è vero, signori della giuria, che sono felice senza Marko, che sperpero il suo patrimonio, che abiterò questa casa con disinvoltura. Non più, quantomeno, di quella che ho avuto quando ero con lui. Quando Marko c’era.

Un anno molto suo. Davvero molto.

Bertrando appoggia la tazzina sul lavandino, torna con lo sguardo su via Mozart ed Irene appare lieve e sottile, la stessa gonna lunga con cui l’ha conosciuta, i capelli legati, un sorriso fragile sul volto, un trolley scuro che non produce alcun rumore. Lui le sorride, non visto, e sente una serenità diversa in arrivo. Simile a quella che sente ogni giorno, nel momento in cui si alza.

Tomaso esce dal portone di Palazzo Berri  Meregalli, guarda il cielo anche lui e spera che il tempo regga per tutta la durata della corsa di stamattina. Procede lungo via Mozart, fa attraversare questa ragazza che sorride verso l’alto, alza lo sguardo come lei e vede un uomo alla finestra della mansarda. Dopo l’uomo inquadra le nuvole e mentalmente decide il giro di stamattina. Il tempo è poco. Appena tornerà a casa, lo aspettano un po’ di appuntamenti. Mentre prende corso Monforte pensa che pochi trentacinquenni fanno politica in Italia.

Perché ha fatto così in fretta a diventare un leader?

Perché ha trovato le armi puntate all’inizio e le porte spalancate più avanti?

Perché ha cominciato così presto?

Perché ha cominciato, proprio?

Esce passando sotto l’arco come ad individuare un mondo esterno a quello del quadrilatero. Da piccolo pensava che qualcuno, residente nei palazzi lì intorno, prima o poi avrebbe pensato di piazzarci una dogana del silenzio, un passaggio obbligato per entrare ed uscire, riflettere e respirare, capire che il rumore di Milano non avrebbe attecchito in quelle quattro strade. E ogni volta che passa sotto l’arco che dà su Corso Monforte ci pensa e osserva, apprezzandola, la differenza di ritmo. Il free jazz del quadrilatero contro il blues rock del resto della città.

Corre nei giardini Indro Montanelli come un trentacinquenne qualsiasi, il cappuccio sopra il capo. Adesso, dalle nuvole sembra cadere qualche rada goccia, l’aspetto tonico, lo sguardo ginnico ( quanto lo prendeva in giro Victoria, quanto lo prendeva in giro bene, con gli aggettivi giusti e la velocità ammiccante all’istante successivo e non c’è bellezza che valga il capogiro che gli regalava lei con queste modalità ), il passo dritto, costante, consapevole, piuttosto fiero. Solo quando corre, Tomaso dimentica la sua storia anche se, gli direbbe Gionata, c’è poco da dimenticare. Il cammino opposto a quello dei rampolli. Liceo università master, percorso netto e futuro radioso. 25 anni da figlio Berri Meregalli, in una famiglia in cui sarebbe bastata la metà della testa di Tomaso per riuscire nella vita. Forse un quarto. Ma la qualità speciale nell’approccio al reale, alla velocità di comprensione di una situazione e all’altrettanta veloce volontà di migliorarla gli hanno fatto fare la scelta che lo fa alzare ogni mattina. Non che abitare il lusso alimentasse il suo senso di colpa ( Tomaso è immune dai sensi di colpa ), anzi ha sempre pensato di meritarselo, si coglie dallo sguardo, persino dai colori attaccati al volto, il giallo, il verde, il marrone chiaro che predominano sul resto. La scelta di mollare ( prima che sia troppo tardi, prima che questa droga mi distrugga, prima di accomodarsi sulle cose, diventare bravo e quindi necessario ) l’impresa di famiglia pensata e compiuta tre anni fa. Nell’androne del palazzo c’è una vittoria alata, inquieta ed austera, teatro inaspettato di una conversazione secca:

Papà, io da domani non riesco più a venire a lavorare.

No?

No. Devo cambiare direzione.

Lo sapevo. Lo sapevo già. Era solo questione di tempo.

Grazie.

Nessuno sguardo ulteriore. Nessuna pacca sulla spalla. Nessun sorriso e nessuna guerra. Solo l’incedere naturale degli eventi uno sull’altro, il tempo delle cose, la formazione delle dinamiche che giunge al suo compiersi annunciato. Tomaso si aspettava proprio questo. Suo padre anche. Si trattava solo di rendersi consapevoli della scadenza. Era arrivata. Il crescere forte di un progetto personale, di una strada propria era nei piani mentali della mappa cerebrale di Tomaso e di chi l’aveva visto diventare grande. Le 5 frasi asciutte erano nell’aria da qualche mese. Da quando Tomaso aveva cominciato a raccogliere, dal web anzitutto ma, in seconda battuta, da un paio di riunioni a cui aveva assistito, informazioni su un movimento politico che voleva – era questo che forse lo attirava così tanto – colmare lo iato tra politica e passione. Tornare alle origini. Tornare a credere in un sogno in qualche modo collettivo e sociale. Trasparente. Necessario come un vero viaggio di ritorno. Senza deviazioni e soprattutto senza pause. L’urgenza. Quella che non aveva trovato in nessun altro ambiente o occupazione.

Non era quello che stava già facendo nell’impresa?

In qualche modo sì e senza grossi ostacoli, riuscendo pienamente a portare avanti gli obiettivi. Ma l’urgenza no.

Non poteva non aspettarsi ostacoli, però, una volta fuori dall’ala protettiva del cognome. Anzi.

Uscire come oltrepassare l’arco-dogana. Fuori. Fuori coi nervi, coi muscoli, con la pelle, con le idee che battono in testa come un motore, con le pulsazioni e con le fitte. Uscire. Uscire che fuori da lì forse spunta anche il sole.

I primi ostacoli, in qualsiasi nuova scommessa, probabilmente, sarebbero proprio partiti dal cognome stesso. La credibilità di portare avanti questioni sociali e concetti come equità onestà pari opportunità dopo una vita di agio completo, camerieri a casa, viaggi e studi blasonati, amicizie influenti. Un cammino al contrario, una discesa, una scala mobile che sale percorsa all’indietro. Tomaso non era nuovo alle acrobazie, si era sempre disseminato, senza disperdersi, su più fronti e, davvero, appena sentiva profumo di meccanicismi, procedure ormai assodate, orizzonti sereni, l’ansia della fuga prendeva il sopravvento.

Un rampollo che fa politica?

Venticinque anni di vizi.

A certa gente il potere non basta mai.

Bello, ricco, intelligente e… politico!

Almeno il suo candidarsi era stato un evento. Se ne era parlato, magari male, ma se ne era parlato. Ma non bastò, sulle prime, a farsi eleggere. Il risultato negativo gli piacque e gli diede l’energia per incaponirsi, per accettare la sfida. Lavorò, studiò, sudò, litigò, si autoimpose una linea personale all’interno di un movimento già personale di suo, individuando un percorso appassionato e fuori dagli schemi. Gli serviva questo. Non essere vicino a nessuno ancora prima di diventare un leader. E i traguardi non si fecero aspettare. Festeggiò il suo trentesimo compleanno alla Camera dei Deputati. Neo-eletto. All’opposizione.

E adesso corre, scruta ancora il cielo e corre, cerca risposte, impone domande, a sé stesso e a chi lo circonda, appare inattaccabile per poi sciogliersi e poi apparire di nuovo inattaccabile, rigido, fermo, quasi bloccato e poi di nuovo agile, scattante, mobile, mosso. Accelera il suo passo, arriva verso San Babila, la città si sta muovendo meno veloce di lui, il mondo si sta svegliando meno veloce di lui, il peso delle cose, una biografia, un cognome, un cambio di rotta, saranno sempre meno veloci di lui.

Arriva in duomo e comincia a tornare sui suoi passi, e sente di averlo davvero il potere in mano, un potere assolutamente personale, che nulla ha a che fare con la politica, mentre corre sotto i rari portici della sua città. Milano non è Bologna, gli ripeteva un suo amico di Correggio, e ti protegge di meno, ti espone, ti sorregge poco, ti dilata.

Torna nel quartiere, con la coda nell’occhio spia uno dei fenicotteri rosa di Villa Invernizzi che tenta di uscire dal cancello, la cosa gli sembra strana, li ha sempre visti ben lontani dal confine della proprietà, sempre al centro, pronti per i mille scatti dei turisti, contornati dal verde e dai fiori, in gruppo, in posa, in trance. Non sofferma il pensiero e torna a sé stesso.

Sente la percezione dilatarsi stamattina, manda dentro l’aria, la butta via, col ritmo che ha scelto, con lo sguardo al cielo di nuovo, come se sentisse di essere un ponte tra pensieri ed azioni, tra terra e stelle, pronto. Al nuovo, al giorno, alla vita.

Irene ha ancora gli occhi verso l’alto, il cielo di Milano riquadrato dal vertice di Palazzo Fidia, si guarda indietro, si guarda attorno, percepisce il taglio di luce diversa da quello di Roma eppure una familiarità inattesa nell’occupare lo spazio milanese la invade. Poi, prima di aprire il portone, a destra le sembra di vedere un fenicottero rosa attraversare la strada, ma caccia indietro la visione, a sinistra Georgia che parla al telefono sussurrando, nota la sua gonna lunga identica a quella che indossava lei, spesso, uno o due anni fa. Altra familiarità, altra promessa di trovare in questo spazio di futuro, un passato che l’ha divorata, attirata, fatta felice e, infine, fatta sopravvivere. Entra.

La conversazione di Georgia:

Solo un passo, cioè, saranno due passi da casa mia. No che non lo sapevo, non avevo mai… lo sai che non faccio caso a queste cose. O a queste persone.

L’accento milanese su un volto così scuro fa ancora sensazione, è sempre un incontro che profuma di lontananze accese, di scenari del lontano, di sorprese.

Non faccio caso a queste cose semplicemente perché non me ne frega niente. Cioè, se dovessi far caso alle vicinanze, ecco, ti direi che sto vedendo un fenicottero rosa che sta attraversando la strada. Eh…non ci credere! Ma lo sai, no, che villa Invernizzi è piena di… no, cazzo, però, lo stanno per investire. Aspetta, ti richiamo…

Georgia blocca la macchina con un gesto, uno sguardo e un labiale che lascia intendere un insulto. Il fenicottero si allontana verso Villa Necchi.

Georgia finisce di attraversare, raggiunge il marciapiede e si mette ad inseguire l’animale. Vorrebbe evitare che si mettesse nuovamente in pericolo, non sa nulla di animali e non capisce, mentre si avvicina e il fenicottero comunque accelera il passo tenendola a distanza, come potrebbe trattenerlo, acchiapparlo, ricondurlo a villa Invernizzi. Un po’ le viene da ridere, un po’ è circondata dalla situazione. Il fenicottero, poi, in certi momenti sembra illuderla che possa farcela a raggiungerlo, in altri sembra impossibile da bloccare. Non passa quasi nessuno per chiedere aiuto, nessuno tranne Tomaso, alla fine della sua corsa. Georgia lo guarda all’orizzonte e pensa che ci mancava solo questa.

“Ti metti a inseguire fenicotteri adesso?”, il sorriso largo di Tomaso prende il sopravvento per qualche istante fino a farle perdere di vista il fenicottero.

“Prova a darmi una mano, piuttosto. Magari evitiamo di farlo investire.”

“Tranquilla, ha oltrepassato il cancello di Villa Necchi, Oscar lo adotterà per mezza giornata e poi lo riporterà ai padroni.”

“Senti, non sono mai scappati dalla villa, non credo sia una prassi prevedibile come vuoi farmi intendere dal tono. Il tono da falso problema.”

“Non è il tono, sono proprio le parole che ho detto. E’ razionalità, mica esperienza.”

Si guardano, ma il problema non si risolve.

“Buona giornata, gestisco io.” Georgia entra dentro Villa Necchi, le pare di vederlo oltre la piscina, verso il bar e accelera il passo lasciando dietro di sé Tomaso, il suo sorriso largo, la spocchia, il tono e le parole.

“Altrimenti un guinzaglio di seta!” le grida dietro, pentito subito dopo della battuta detta male, troppo ad alta voce, infelice di per sé.

Tomaso si accorse di Georgia a scuola. Lei arrivò da un altro liceo, dove era stata bocciata per via della condotta. Attirato da subito, la mole dei capelli neri, lisci, il candore dei denti in mezzo al viso che avrebbe definito buio. L’imperfezione del nome rispetto alla variante più diffusa, esattamente come lui. Tomaso e non Tommaso. Georgia e non Giorgia. Poi gli studi all’estero, la lontananza di indole, nonostante una città in comune, e il ritrovarsela poi a piazzetta Duse, deputato lui deputata lei, la volontà di raggiungere Roma solo per cause di forza maggiore, l’ostinato rimanere a Milano, nonostante le posizioni politicamente opposte, la stima trattenuta a stento, l’ipotesi, anzi, di perseguire altre vie di impegno proprio partendo da lei. Chissà se lei pensava lo stesso? Chissà se, sotto sotto, lo ammirava da lontano? Se aveva mai pensato al fatto che la loro storia somigliava a quella di un incontro mancato, rimandato, nonostante i molteplici segnali di fato consapevole, di destino unente.

In una seduta c’era stato anche un faccia a faccia. Si beccarono, come stamattina, sul tono. Non sulla sostanza. E non si dissero mai se si erano divertiti o se si erano davvero arrabbiati, come i toni dimostravano bene, con la voce più alta, con il viso tirato, il sarcasmo urlacchiato, la misura fuori misura.

Georgia entra dentro Villa Necchi e cerca di non perdere di vista il fenicottero, si sente ridicola e senza storia mentre lo avvicina, come se avesse poi una soluzione una volta annullata la distanza da lui. Oscar non le appare subito, attorno a sé vede soltanto un fascino decadente che non l’ha mai rapita, nonostante le mille colazioni con le persone con cui voleva far bella figura e la solita storia di Villa Necchi e le seduzioni del cinema che qui hanno girato “Io sono l’amore” e lei, che, col suo sguardo attento, lasciava intravedere le attinenze con un italiano che conquista il mondo col cinema, come se anche lei fosse pronta a decollare, ad intendere qualcosa come “sono in Italia giusto in prestito, giusto il tempo di ambientarmi un po’, sono un lusso”. E il lusso di Villa Necchi si prestava bene anche a quel pensiero, un’aria da altrove che permeava interni ed esterni, una decadenza disperata con più forza e fascino di un grattacielo sontuoso appena terminato di costruire. Il fenicottero è ben attento a passeggiare senza entrare negli interni, evita le seduzioni del bar e quelle del ristorante, prosegue dritto verso i campi da tennis, sembra guardarsi intorno e disegnare, col suo passo, percorsi ad elle, Georgia lo studia senza perderlo di vista, sorride e lo vorrebbe davvero il guinzaglio di seta, magari imbottito per non correre il rischio di tirare il collo, anche se, e intanto si avvicina a passi silenziosi e continua a sorridere, sarebbe meglio una pettorina. Il bar ha appena aperto ma ancora non c’è nessuno, due tennisti del sabato mattina stanno uscendo dal campo:

“Ehi, ma guardalo come se la passeggia!”

“Ehi, bello, hai sbagliato villa… ah, ecco la padrona.”

“Non sono la padrona ma se riuscite a bloccarlo mi fate un favore.”

Il più alto dei due lo prende in un istante tra le mani all’altezza della pancia e lo fa aderire alla sua, lo blocca, sembrava impossibile. Il fenicottero cade come in trance, semiaddormentato, passivo.

“Ma si rassegna subito così?”, Georgia non sa se esser contenta o no.

“Beh, dipende da come lo prendi. Da quanto gli risulti affidabile. Lo inseguiva da molto?”

“No. Attraversavo la strada e l’ho visto, temevo si mettesse in pericolo.”

“Sono sudato, dovrei lavarmi… lo riporta lei?”

“Se supero il test di affidabilità sì.”

“Ok, lo riporto io.” Ridendo, ma senza voler colpire programmaticamente.

“Ah, bene.” Ridendo anche lei, stamattina è di un buon umore inspiegabile.

“Piacere, Cristiano, non le do la mano che potrebbe sfuggirmi il volatile!”

“Georgia. Joanna Georgia Brillanti, nome intero.”

“Ah, vabbe’, allora io sono Cristiano Davide Cavalcabò, nome intero.”

“Sì ma come si risolve?”

“Si risolve che lo riportiamo insieme, villa Invernizzi è a due passi e intanto lei farà finta di non percepire il sudore, il suo olezzo, il mio aspetto disfatto”

“Il mio olezzo?”

“No, l’olezzo del sudore. Del mio sudore, no? Potrebbe almeno prendermi la racchetta in mano? La borsa la lascio, ma la racchetta no.”

Georgia non è convinta da nulla e le secca circondare con la mano il manico sudato della racchetta . La giornata è iniziata in contropiede. A quest’ora avrebbe già dovuto essere nella sede del partito, a rispondere alle mail, a programmare alcuni aspetti della campagna sui quali era in evidente disaccordo con il segretario, migliorare la veste social e la distribuzione degli slogan per non risultare disperatamente perdenti così come si dice in giro, così come i sondaggi vogliono che sia. Invece no. La telefonata interrotta,  Il fenicottero, l’incontro con Tomaso e adesso questo Cristiano Davide Cavalcabò.

Escono da Villa Necchi, come una famiglia che rinuncia a un figlio e adotta un fenicottero, e mentre attraversa la strada avvicinandosi alla via di Villa Invernizzi si rende conto che le politiche sociali inducono ogni coppia a rinunciare a un figlio prima di pensarci, ogni giorno di più. Il pensiero le sembra il primo non leggero, il primo non divertito del giorno e forse proprio per questo l’unico decente. Si aspettava un diluvio di domande da Cristiano che invece tace, le sembrava uno che ci avrebbe provato subito con la scusa del fenicottero, ma al momento non sembra avere alcun impaccio, alcuna attrazione, alcun pensiero su di lei, allora non era un gioco, era disprezzo davvero quello delle schermaglie dell’inizio. O forse il quadrilatero del silenzio, mentre lo si percorre, fuori dagli interni, impone sul serio il silenzio. Un silenzio jazzato, una concentrazione. Nemmeno Georgia parla, non sa veramente cosa dire, si chiede soltanto se sarà necessario citofonare alla villa o se il fenicottero, che è sempre più passivo, fermo tra le braccia di Cristiano, entrerà autonomamente tra le sbarre del cancello.

“Ecco fatto”, il gesto automatico, come se ogni mattina facesse passare un fenicottero rosa tra i disegni di ferro del cancello, tempo stimato due secondi. Il fenicottero, una volta in giardino, rimane qualche istante al confine, poi punta verso l’abitazione e verso il gruppo degli altri e prima di sparire si gira verso Georgia e Cristiano, quasi come per un saluto.

“Chissà se i fenicotteri si sposano”, dice lui, divertito.

Georgia lo guarda, invasa da un momento di surrealtà.

“Si sposano? Se hanno soldi da parte a sufficienza sì”

“Puoi ridarmi la racchetta?”

Cristiano la imbarazza, sarà il sudore, sarà la velocità, sarà lo sguardo che perfora ma pensa a sé stesso senza indagare, forse persino senza curiosità. Georgia gli affida la racchetta:

“Ah, certo.”

“Io mi sposo domani.”

“Domani?”

“Sì, alle 11. A San Babila. Vuoi venire a vedere se ci vado vestito come ora? O se mi sarò lavato? O se mi farò accompagnare all’altare da un flamingo rosa?”

“Flamingo? Perché flamingo? Ti suona international, flamingo? Fenicottero è troppo italiano?”

“Non so, ho sempre detto flamingo. O forse l’ho solo pensato, non li nomino ogni giorno, e nemmeno li riporto a casa!”

Georgia sorride scoprendo i denti e tirando leggermente la testa indietro, molto più incerta di come si è vestita, delle sue parole e del tono.

“Che tempi hai? Hai fatto colazione?”

“Veramente no, non ho ancora…”

“Peccato. Io sì.”

Silenzio imbarazzato, pentimento di lei ad aver mostrato disponibilità.

“Bene, è stato un piacere, vado a…”

“Sei mai andata a Dialogo nel buio?”

Georgia si prende del tempo, ha paura di un’altra trappola e cerca la risposta migliore, ma non esce nulla.

“No che non sei andata, andiamo?”

“Ma adesso, intendi?”

“Certo. Io, te e la racchetta. Peccato, anche il flamingo non ci sarebbe stato male.”

“Vestito così?”

“Sì, al massimo sentiranno l’odore, si sente davvero che ho giocato un’ora e mezza?”

“Ma, scusa, il tuo amico? Il tuo lavoro? Il tuo matrimonio? Nessuno che ti aspetta, non so”

“Se nessuno aspetta te, perché dovrei preoccuparmi? Sì ma rispondimi.”

“No, perché dovresti preoccuparti, giusto.”

“Alla domanda di prima, sveglia: si sente che ho giocato un’ora e mezza?”

Un’altra pausa di Georgia, ma non è volontaria, non è una pausa da partitura, non è musica.

“No, non si sente niente.”

“Avvicinati.” La guarda con un mezzo sorriso, tra sfida e tenerezza.

“No, non sento nulla.”

Georgia che si avvicina, Georgia che cede e che sente vicina l’idea di scompigliare i piani, che prova a guardare la vita dal punto di vista dello sconquasso e non la vede male.

 

Elvio Calderoni