In un inverno milanese di buon mattino, 1.

Bertrando Berna ha alzato gli occhi al cielo, lo fa agile, a volte sorridente, sempre speranzoso, ogni volta che si alza.

Prima di inquadrare il contesto, i mobili, i colori delle pareti, gli abiti lasciati ad asciugare la giornata sulla sedia accanto al letto, prima di ricordarsi chi è, che storia ha avuto, quanto ha dato e quanto ha ricevuto, poggia i piedi sul parquet e va alla finestra.

Un battito d’occhi rapidissimo, come a dare al mondo un indizio di intelligenza, di istintiva prontezza, e il cielo invade lo spazio visivo.

Oggi le nuvole. Ma sembrano nuvole a calare, nuvole dopo un temporale, nuvole in diminuendo. Le nuvole riquadrate dalle cime dei palazzi del quartiere, di quel paio di vie a cui deve ancora abituarsi, in cui era solito perdersi ogni volta che tornava a casa di Marko.

Tutte le sere in cui Marko dava una festa, Bertrando arrivava trafelato perduto, spesso bagnato,  e “ma mi perdo solo io per arrivare qui dentro?”.

“Solo tu”.

E un sorriso migliore di quello con cui si erano lasciati, settimane prima, o addirittura mesi. E il tempo non è mai abbastanza, se lo ripetevano al telefono, anche se si fosse immuni dalle malattie o dalle catastrofi.

Il tempo è poco per vivere da soli, per vivere in due, per vivere un amico, per un amore, un figlio, per approfondire un nonno, un cugino lontano, un ex compagno, un ex. Il tempo è poco. Era poco anche quando avevano trent’anni.

Bertrando ha le ultime frasi di Marko registrate nella sua memoria. Ci sta pensando mentre chiude la finestra da cui ha scrutato il cielo.

Poche persone gli hanno inquadrato come Marko la faccenda del tempo finito, del termine. Nei fatti e nelle riflessioni.

Stamattina si sta chiedendo se è vero che poche persone gliel’hanno inquadrato così bene perché Marko parlava come nessuno al mondo o se, semplicemente, la qualità della sua attenzione verso di lui era così chirurgica, attenta, cristallina da poter assorbire frase per frase, concetto per concetto, sguardo per sguardo proprio perché la sua corsia preferenziale lo faceva risaltare rispetto al resto del mondo.

Sorride mentre gli viene questo dubbio e mette su il caffè, tira fuori il latte dal frigo e lo versa nella tazza bianca, prende il cucchiaino dal cassetto sotto i fornelli e il tovagliolo rosso, retaggio di un party natalizio.

Si chiede come mai questo pensiero gli sia venuto solo stamattina. Tardi? Presto?

Gira la caffettiera e continuano a tornargli su parole su parole, concetti su concetti. La beffa di uno che parlava sempre del tempo e della fine che se ne va prima di lui. Come a dirgli “te l’avevo detto Bertrando e tu non sembravi capire. O capivi benissimo e non volevi mostrarlo, o cacciavi il pensiero come quando ti andavi a chiudere e niente, sulla terra, sembrava appartenerti”.

Appartenere. A un luogo, a una persona, a una situazione, a un progetto, a una canzone.

Bertrando Berna scrive canzoni da prima di capire come si scrivono le lettere, prima di quell’erogazione complessa di segni, stampatello, corsivo, aste, zampe, tondi. A 5 anni, suo zio, dall’America, gli aveva portato un registratore a nastro su cui poteva fissare le sue idee musicali.

A  Bologna, nei primi anni ’50, il dopoguerra respirava echi bellici ovunque, sui muri dei palazzi del centro, sugli esercizi commerciali sospesi tra rinascita e paura, sulle vie consolari e sui viali.

Ti giravi verso una strada e il paesaggio ti urlava di crederci, ti voltavi dall’altra parte e lo spazio inquadrato ti gridava un mondo che non esisteva più e che quindi anche il presente poteva sembrarti provvisorio, effimero.

Tu stesso potevi sentirti così e nel duello tra speranza e disperazione bisognava trovare una chiave, una svolta, una strada asfaltata con gli alberi su ambo i lati, magari dei cipressi, magari con la rugiada, magari appena potati a svettare contro il cielo, il verde scuro contro il blu e nessuna nuvola mai più.

Ogni volta che entrava a Palazzo Fidia, nella mansarda di Marko, Bertrando faticava a sovrapporre, nel muoversi all’interno, l’immagine della casa da fuori. Quella mistura pseudofuturista tra navicella e castello, come sospeso tra terra e cielo, puntata verso l’alto, quasi pronta a staccarsi dal suolo, un’invenzione libera che sfidava ogni funzionalità.

Ogni passo, ogni azione mossa all’interno gli sembrava meno audace, o nobile o straordinaria di quanto l’esterno potesse pretendere. E anche gli spazi, sebbene Marko li avesse riempiti con uno stile che non poteva che parlare di lui, gli sembravano tradire tale unicità.

“Qui ci vorrebbe un divano volante!” gridò Bertrando la prima volta che mise piede nella mansarda.

Marko lo guardò veloce e poi tirò via per cambiar stanza e fare qualcosa con le mani, come un progetto più importante di una frase, le cose meglio delle parole, i prodotti più importanti dei pensieri, e dal corridoio che porta nello studio gli gridò: “E’ una frase perfetta per l’inciso della tua prossima canzone”.

Bertrando non si sentì preso sul serio ma intanto gli diede retta, cercò un plettro dalla borsa, lo trovò bianco e imbracciò una delle chitarre di Marko.

Si distrasse, lavorò sui tre accordi base della canzone, come un ordine da eseguire più che un’intuizione scherzosa dell’altro,  e rimandò il pensiero a domani. Il giorno dopo non lo fece, non gli parlò più di quell’intuizione che aveva avuto, di quel distacco tra esterno audace e interno più normale e mise il discorso tra quelli mai fatti, mai spiegati bene, mai soddisfatti per la sete di narrazione che lo divorava.

Ho pochi interlocutori, so sceglierli, so individuarli e a loro voglio far passare tutto quello che mi viene, fosse dal cuore, dalla mente, insomma, tutto quel che non si vede.

Qui ci vorrebbe un divano volante

Una nave partente

Una folla adorante

Una festa speciale

Un pacchetto a Natale

Una piuma che scenda dall’alto e pian piano vien giù

La piuma dei suoi pensieri, il suo non detto che diventa così leggero, così in ritardo da non poter essere altro che non detto mai più.

Ritrovarsi, caffè in mano, in questa casa così vuota e così piena di parole taciute e anche gridate ( “ma quanto abbiamo litigato, qui dentro, io e te?” ) gli ha fatto venir voglia, due settimane fa, di chiamare qualcuno per scrivere stralci di testi delle sue canzoni alle pareti. Un sacrilegio assoluto.

Un tradimento.

Un pensiero che per due settimane ha tenuto dentro, completamente per sé e che ha trovato un corrispettivo nella realtà solo quando ha avuto la forza dell’azione. La forza di telefonare ad Irene Piovene, architetto, che aveva conosciuto dopo un concerto in un club a Roma, una piccola festa al Coppedè , amica di amici, una faccia pura, estranea a quella festa, a quel mondo, forse ad ogni mondo, che l’aveva colpito più di ogni altro volto, più di ogni altra voce ( parlava pianissimo ) di quella tre giorni nella capitale.

Elvio Calderoni