Dipiniti in cerchi – trentanovesima puntata

– Posso aiutarla? Ha bisogno di qualcosa?
Una ragazza si è fermata vedendo Eraldo trascinarsi a malapena su una panchina e cedere il peso quasi di botto, perdendo il controllo di Hegel per qualche istante e riprendendolo, dopo essere inciampato per finire col sedere per terra sul prato nel mezzo del piazzale. Lo sguardo fisso sullo schermo, le lacrime che gli rigano il volto.

– Nessun problema, grazie.
– Ne è certo? Vuole una mano col cane?
– La ringrazio davvero, non… no, non ho nulla.
– Non le piace Dipinti in cerchi forse? Sta reagendo male…

Eraldo trova la forza di sorridere, si chiede se la vita non sia tutta uno scherzo, un disegno nascosto da qualche parte che ogni tanto qualcuno riprende in mano facendolo accadere, finendo lo schizzo, colorandolo, per poi strapparlo e rifarlo daccapo.

– A me sembra interessante, non trova?
– Lo è.
– Poi lei è eccezionale. Il ragazzo non l’ho mai visto ma lei è eccezionale.
– Lei è eccezionale. E’ vero.
– Il ragazzo somiglia a lei, lo sa?
– A lei, all’attrice, intende?
– No no, a lei lei. A lei, padrone di questo cane splendido.
– Magari. In realtà somiglia alla mamma, troppo.
– Beh, somiglia anche alla Blanchard, in effetti. Eccoli, li guardi.
– Il ragazzo è mio figlio.
– Sta scherzando? Ma è fantastico. Potrebbe essere il figlio di entrambi.

Eraldo manda indietro un singhiozzo ma non le lacrime.
– Lo farebbe un figlio con la Blanchard? Credo di sì.
– No, non penso.
– Sta scherzando? E’ nei sogni di tutti la Blanchard.
– Non nei miei.
– E perché?

La guarda, non sa da dove gli stiano uscendo le sillabe delle parole delle frasi.
– Perché è nei miei ricordi più dolorosi.
– In che senso? Ma perché continua a piangere, oddio, mi dispiace e non so cosa fare.

Eraldo guarda negli occhi, anche se i suoi al momento sono stabilmente occupati dalle lacrime che gli impediscono di distinguere bene le forme e i colori, questa ragazza con una coda di cavallo sui capelli morbidi e castani, ad incorniciare un volto senza ombra di trucco, chissà se è una studentessa, una segretaria, una stagista o ancora una ricercatrice. Si è già pentito di quel che ha detto ma non ha resistito.
– Quanti anni hai?
– Ventisei.

La guarda ancora, ha paura di parlare, come se il dolore che sente potesse essere veicolato dalle parole che potrebbe dire, non vuole sembrare ridicolo agli occhi di lei, si sente così, sia se parlasse che se smettesse di farlo.
– Non farti scherzi, non fare cose di cui potresti pentirti. E fai quelle che potresti rimpiangere.
– Eh, a saperlo. Pentimenti, rimpianti, bella partita. E dove stanno le istruzioni per evitarli? Mi sembra un consiglio un po’ scemo, mi scusi se mi permetto.
– Hai ragione…
– Almeno ha sorriso…

Guardano lo schermo e si guardano intorno, le persone si stanno moltiplicando, sembra stiano mandando all’aria piani, orari, tabelle e scadenze. Una sorpresa collettiva in un paese sempre più privato.

Sullo sfondo i volti di Michelle e di Fidel continuano a stare appaiati, interrotti da qualche piano americano su Narciso alla tela, le luci sembrano perfette, i movimenti di macchina precisissimi a creare un controllo dell’immagine lontano da ogni regia televisiva.
Jorge sta piangendo le stesse lacrime, formate da assenze e rimpianti e smarrimenti e l’emozione di vedere la partenza di un progetto a lungo accarezzato covato portato avanti ogni giorno, quando ogni giorno era d’amore e quando c’era sempre una novità bella ad aggiornare il bottino della felicità.

Malvina si accorge dell’emozione reciproca che li sta devastando e, in cabina regia, lo abbraccia in un moto di soddisfazione e di fedeltà, senza pudori e senza più attese:
– Ce l’abbiamo fatta, Jorge. Abbiamo cominciato! Ci credi?
Le parole soffocate dall’attrito tra le labbra di lei e il tessuto della camicia di lui.
– Mi scoppia il cuore.
– Anche a me. C’è tanta vita qui dentro, forse troppa.

Malvina si pente di pronunciare la parola vita indugiando oltretutto sulla presenza della stessa in questo abbraccio, in giorni così vuoti di vita per Jorge. Si ritrae dall’abbraccio improvvisamente scoperta, nuda e piccola. Tutte le sue emozioni, dallo smarrimento alla sicurezza, passano attraverso di lui e questo ruolo, questo rapporto, le va sempre più stretto, sempre più impossibile da indossare senza, con questo, ritrovarsi cristallizzata nell’innamorata senza speranza.

Non si sente innamorata, è certa si tratti di un’affezione professionale o, al limite, umana in senso lato, non vuole fare la ragazzetta che approfitta della situazione e si sostituisce al grande amore, sono pensieri piccoli messi in atto da persone piccole. Nello staccarsi da Jorge di questo istante vuole intravedere un futuro più pieno, non vuole essere trapassata dalle emozioni degli altri ma cercare le proprie, la propria voce senza più mettere in discussione la propria centralità. Jorge si asciuga il volto mentre Malvina torna vicina ai monitor:

– Si sente bene la voce di Fidel?
– Ho alzato i microfoni al massimo. Sussurra, ma lo sapevamo, no?
– Beh, magari facciamoglielo notare, si sente troppa differenza con Michelle.
– Eh, ma Michelle è Michelle…
– La ragazza è fantastica, ha un viso che buca. Buca anche nella vita, credo.
– Narciso? Sì. Non abbiamo mai avuto dubbi se prenderla o meno. Credo sia il primo nome che ci siamo appuntati. Magnetica. Buca anche se non parla. Buca solo se guarda.
Sono in sei a guardarli all’opera, rapiti. Intanto sale una musica d’epoca, un ragtime altrettanto ipnotico e circolare, che contribuisce alla credibilità del clima, si scrutano tra loro increduli di come stia venendo bene, di come ogni preparazione, pur essendo necessaria, non sarà mai vicina a quel che accadrà dopo, a quel che sta accadendo, che è meglio di quanto potessero credere. L’adrenalina è al massimo, la preparazione e la concentrazione non li avevano resi consapevoli di quanto stavano costruendo. Dello spessore, del rigore formale, della novità.

– Hai preso le medicine, Thoby?
– Le ho prese ma mi sembra non mi facciano nulla. Ci sono giorni in cui sto benissimo e altri in cui mi sembra di morire, ma queste pasticche sembra siano acqua.
– Ma no, non credo proprio.
Thoby appoggia le tempie sul vetro, poi guarda la sorella:
– Virginia, ma… senti freddo anche tu?
– No, non fa freddo. Senti freddo?
– Molto. Da stamattina.
– Sdraiati e copriti, misuriamo la febbre. Vanessa, puoi andare a prendere il termometro?
– Sì.

– Ecco, adesso sta parlando più forte. Va bene, no?
– Sì, adesso va benissimo.
– Jorge, guarda. Questa è piazza del Duomo.

Malvina mostra a Jorge un tablet con la piazza piena e ferma davanti allo schermo, montato di fronte al duomo. Si guardano sorridendo, la soddisfazione dell’idea che si realizza, del desiderio che diventa immagine non più figurata.
– A Roma come sta andando?
– Uguale. Il posto è diverso perché non è pedonale ma mi pare che stia funzionando, abbiamo quasi bloccato il traffico. A Napoli siamo in piazza del Plebiscito. Tra dieci minuti spegniamo questi tre e tra due ore iniziamo con Palermo, Bari, Bologna e Firenze. Nel pomeriggio tocca a Genova, a Venezia, a Torino, a Cagliari e stasera accendiamo anche Merano in piazza.

– Tutte accensioni da dieci minuti, giusto?
– Certo, dieci.
– I social stanno rispondendo?
– I social stanno scoppiando, non hai idea. Guarda che numeri!
– Ricordiamoci che l’interesse deve essere trasversale. Dimentichiamoci etichette e settori.

Puntare a tutti. Ma proprio a tutti. Dobbiamo far vedere che finora lo spettacolo deve sembrare come se non fosse mai stato inventato, che tutti ce l’avevano proprio a portata di mano ma che nessuno l’ha mai fatto così, meglio di così, più coinvolgente di così. Non è una nicchia quella che stiamo stregando. Devono essere tutti. E tutti dovranno interessarsi, da domani, a Virginia Woolf, ai suoi fratelli, a sua sorella. A Bloomsbury. Devono tendere al bello. Devono capire che nel mondo la bellezza esiste. E che esiste l’arte. E che esiste la libertà dell’arte. E la potenza…

Malvina lo guarda e pensa che la sta stregando lui, mai così bene. Lui le cerca il volto con le mani e le scoppia a piangere addosso.
– Scusami. Scusa, è che ci tengo troppo. E mi sento troppo pieno e sono pieno di vuoti. Mi manca Blu in ogni sguardo che rivolgo verso lo schermo. Nell’idea… nell’idea c’è lei.
– Te l’aveva fatta venire lei?
– E’ difficile da spiegare. L’idea è venuta a me ma so che non mi sarebbe mai venuta senza di lei. Senza l’aria che cambiava quando era con me. Non si può spiegare, Malvina, non lo so spiegare.

– Penso di aver capito.
– Tu hai mai avuto un amore così travolgente?

Malvina arrossisce. Non si aspettava una domanda così personale.
– Scusa se te lo chiedo ma ti sto esibendo così male il mio che…
– No, ma che male. Me lo stai proprio… passando! E’ incredibile.
– Te lo passo ma a me non passa. E non voglio certo passarti quel che sento. Scusami di nuovo.

– Jorge, per me è un privilegio. Davvero. Non ti scusare. Di me non ti so dire. Mi sento così piccola di fronte alla morte, e forse anche di fronte all’amore. Mi sembra tutto più grande della vita. Della mia vita, di certo. Più forte. Mi inonda.
– Sei giovane. Quanti anni hai?
– Trenta ad agosto.
– Forse è presto per sentire quest’intensità. Questa puzza di eternità che fa paura. E che tutto è fuorché eterna. Riusciamo a sbagliare tutti i calcoli, Dio buono. Quanto si prende gioco di noi.

– Mi stai consigliando di stare al riparo?

Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.