domenica, Agosto 16, 2026
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Che farci? Ancora alla 6 Ore di Roma

Esistono gare che ci piacciono molto, spesso senza capirne il vero motivo. Sono faccende del tutto personali che non possono essere estese ad altri con superficialità. Per me, su tutte, indico la defunta Mezza di Civitavecchia, la Collemar-athon e la 6 Ore di Roma. Tre iniziative estremamente diverse tra loro sotto ogni profilo ma accomunate dall’esigenza di partecipare, di essere presente, per un piacere che supera ogni valutazione contingente.

Civitavecchia “scorreva” senza neppure che mi rendessi conto del percorso, per cui passavo dal Km 12 al 19 senza comprendere dove fosse finita la strada mancante all’appello. Collemar-athon – che oggi non mi azzardo a disputare perché non posso più permettermela – recava una fascinazione tra il contesto storico e le numerose pendenze. Queste ultime, invise ai più, costituivano la parte migliore della gara, il “luogo” in cui mi sentivo più a mio agio. Infatti soffrivo gli ultimi 10 chilometri piatti e poco affascinanti.

Infine, la 6 Ore di Roma della quale, più volte, vi ho tessuto le lodi, certo di avere ragione.

A quest’ultima non posso mancare e sarebbe curioso investigarne i motivi che, probabilmente, indurrebbero i sani di mente a soprassedere. Eppure, assieme ad un gruppo di affezionati, non appena aprono le iscrizioni siamo sempre i primi a conquistare un pettorale, quale che sia il costo che, tra l’altro, è risibile rispetto alla bellezza dell’iniziativa.

Probabilmente c’è un briciolo di follia da parte dei partecipanti ma altrettanta è la cifra stilistica dei suoi organizzatori. Aleggia attorno a noi un affetto abbastanza inconsueto in un panorama podistico, in cui tolte alcune eccezioni che conoscete bene, nella maggior parte dei casi oltre a sembrare il pollo da spennare, siamo configurati come individui “molesti”, quasi che si trattasse di renderci un favore.

Anche una relazione “commerciale” richiede quella cura del cliente che viene coltivata perfino da un monopolista. Del resto la partecipazione alle gare non è un bene indispensabile, per cui un pochino di attenzione cura non guasterebbe.

Alle 6 Ore di Roma – dicevo – vogliono bene al podista. Ti fanno vedere persino la bozza della medaglia, in un crescendo che porta a questa lunga notte. Se volessero fare cassa, alzerebbero il prezzo (e senza fare facili polemiche vi invito a un raffronto con l’Appia Run edizione minor di cui, mi dicono che della Regina viarum non si sia vista traccia alcuna), ridurrebbero il ristoro, via la musica, medaglia “cinese”, niente pacco gara, e così via.

6-Ore-di-Roma

Invece se non operano in questi termini deve pur esserci una ragione. Si tratta, semplicemente, di una loro passione che “avvolge” i partecipanti rendendoli, a tutti gli effetti, co-organizzatori di una storia in cui non sono comparse ma gli attori protagonisti e non protagonisti… I primi sono chiaramente coloro che sviluppano chilometri su chilometri per tutta la durata della gara, mentre i secondi sono quelli come noi che, per diverse vicende, vengono a portare una loro testimonianza correndo 10, 20, 30 chilometri oppure un tempo definito, ma che non intendono comunque mancare all’appuntamento.

È il caso mio e del Comandante: non potevamo mancare, seppure incapaci in questo momento storico di sviluppare una corsa “seria”, ossia capace almeno superare la distanza della maratona. Il Comandante sta completando lo smaltimento delle ultime tossine del Passatore mentre io ho inanellato due lutti a breve distanza. Prima la morte di mia madre e, giusto una settimana dopo, l’improvvisa scomparsa di una cara amica. La corsa (cioè un allenamento sufficiente alla bisogna) deve lasciare il passo a un altro genere di “recupero”. Si guarda avanti e si riprende, seppur psicologicamente debilitati. L’obiettivo deliberato è stato dunque quello di fare 10 giri, con il tempo occorrente, per poi gustarci un piatto di spaghetti con la bottarga, innaffiati da abbondante birra. Poche pretese, ma significative.

Per il resto, poche note. Qualche piccola variazione nel percorso per renderlo più confortevole. Un caldo dell’accidente che ha indotto a miti consigli anche i temerari della velocità. Un’accorta e ripetuta innaffiata del chilometro di gara ha impedito di correre nella polvere sollevata dai partecipanti. Tra questi, assieme ad alcuni “novizi”, un sorridente Merli, Simona la camminatrice, Rosella dei bradipi, il solito Minici, il nostro Enzino e tanti che sarebbe defatigante segnalare degnamente.

Per questa edizione è stata realizzata la maglietta, assieme alla medaglia che tradizionalmente è grande come un piattino da caffè. Credo che i partecipanti abbiano apprezzato la maglietta perché mancava dalla prima edizione e – ogni volta – moltissimi mi chiedevano dove avessi preso la mia. Privilegi del grado, viste le sei partecipazioni. Tutto il resto è andato secondo gli standard e, in ogni caso, qualora si ravvisino delle pecche – ché la perfezione non è di questo mondo, non solo podistico – come dicevo sopra, a compensare adeguatamente il deficit è molto più che sufficiente l’affetto.

Sono sicuro che quando smetterò con le maratone, la notte a Villa De Santis verrò comunque a passarla. Magari correndo un po’ meglio. Che altro dire?

Dedicato a Gianluca Adornetto e allo staff della “6 Ore di Roma”.

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.