La Filippide e la sua notte da paura

“Il partecipante esonera l’Organizzazione da ogni responsabilità nel caso in cui non venga seguito il corretto percorso di gara”. La previsione non mi era parsa troppo stravagante, per cui la firmai senza degnarla di particolare attenzione. Pensandoci ora, forse avrei dovuto.

“La Filippide” è una maratona particolare che si svolge in Provincia di Ragusa la prima settimana di agosto. Parte dall’Antica Stazione di Chiaramonte Gulfì (a 833 metri di altitudine) e termina a Punta Secca, piccola frazione del Comune di Santa Croce Camerina, divenuta celebre perché – nella finzione televisiva – vi è collocata la casa del commissario Montalbano.

La differenza con le altre maratone è che comincia alle 4,30 della mattina e che bisogna correrla, come si dice, “a sensazione” dal momento che è proibito l’uso di qualunque strumento di misurazione e gli stessi ristori (di sola acqua, tranne gli ultimi con qualche manciata di frutta secca) sono distribuiti in modo casuale per evitare che il podista possa trarre indicazioni di spazio e di tempo. Solo al termine si saprà se si è giunti in tempo per essere classificati o no.

Si corre – in circa 150 – in mezzo a delle “planate” (altipiani), caratterizzate da muretti a secco, che congiungono diverse vallate piene di erba dal colore dorato.

Dopo circa un’oretta diventa urgente una sosta “tecnica” e devo trovare un varco nei muri che delimitano i campi che circondano il percorso. Grazie all’illuminazione fornita dalla luna, finalmente individuo un varco. Scavalco il muro parzialmente diroccato e mi inoltro nell’erba alta alla ricerca di un luogo utile: un piccolo avvallamento spoglio fa proprio al caso mio.

Forse sarà l’immaginazione derivante dal contesto ma ho l’impressione di sentire dei fruscii e avverto di essere osservata da qualcosa. Sembrano dei piccoli cani che lentamente convergono verso di me, senza emettere alcun suono. Sono paralizzata dall’orrore e il cervello fatica ad accettare come reale quello che sta accadendo. Intanto si avvicinano inesorabilmente.

“Torna qui, subito!”

È la voce stentorea di un volontario che accende una potente torcia e la muove da destra a sinistra come un ferroviere.

L’istinto podistico prevale sul terrore. Scatto. Una falcata scomposta, disperata, per saltare oltre il muretto e ritrovare la striscia di terra battuta. Prima di riprendere il passo, mi volto per un solo secondo. La luce della torcia taglia l’oscurità e illumina quelle cose. Non sono cani. Hanno volti vagamente umani, ma distorti da una smorfia grottesca. Niente occhi, solo fessure cieche. E una bocca smisurata, piena di denti aguzzi che riflettono il bianco della luce. Infastiditi dal chiarore, arretrano. Scivolano di nuovo nell’erba alta e svaniscono nel buio.

“Ora comprenderà a cosa servono i muri e le recinzioni. Tenere lontani quegli esseri. Nessuno sa cosa siano. Escono solo di notte, in mezzo all’erba. Negli anni precedenti abbiamo perso qualche partecipante”.

Riprendo a correre, con il cuore in subbuglio. Alla prossima maratona, giuro, leggerò con molta più attenzione la liberatoria dell’Organizzazione.

[Nota: l’esperienza personale della “Rossa” è stata fondamentale per la scrittura di questo pezzo]

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.