Bestemmio ergo sum

Tendenza palese dai dodici ai diciotto anni, trasversale più della passione per la cioccolata,  upgrade più espressivo di  qualsiasi parolaccia, patente definitiva dell’identità e dell’entrata nel mondo dei grandi.
La bestemmia, ovviamente.

Chi preferisce rivolgersi alla Madonna, chi insiste con Dio, con infinite possibilità di varianti. Be’, infinite nemmeno molto, dato che tutti sono ben attenti a parlare la stessa lingua, a non uscire fuori nemmeno per un centimetro dal binario tratteggiato, dal percorso definito, accettato, codificato e decodificato: il “per” non fa molto sensazione, molto meglio il “porco”, in binomio con il “mannaggia”, possibilmente declinato uno verso l’entità superiore maschile, l’altro verso la madre di Gesù Cristo. Ah, già, c’è anche lui, Gesù Cristo e francamente ci sembra il meno gettonato dei tre. Per tacere dell’assenza dello Spirito Santo…

Che schifo.

Cari ragazzi, se vi inginocchiaste sui sanpietrini sortireste lo stesso effetto.
Le vostre urla bestemmianti mi fanno profondamente schifo, non per un cattolicesimo rigoroso e fondamentalista, la fede non c’entra assolutamente nulla, ma per il vostro disperato “mettervi in ginocchio”, al livello più basso possibile per farvi accettare dal gruppo, per parlare con lo stesso cuore, per sentirvi una cosa sola. Vi visualizzo in ginocchio, piangenti, quasi imploranti mentre bestemmiate copiosamente per sentirvi vivi e grandi e fighi.

Un mannaggia di qua, un porco di là e la serata ve la portate a casa.
Ma anche il pomeriggio.
Anche la mattina.

Non ammettereste mai a nessuno che lo fate per sentirvi grandi, proprio perché il gioco sarebbe troppo scoperto.

La parolaccia, ok.  A chi farebbe più effetto?
La sigaretta, ok. Fumano tutti, anche i comunicandi.
Il telefono, ok. Ma che patente sarebbe?

Ma la bestemmia non la dico per sentirmi grande, la dico perché SONO grande, sono, anzi, maestoso, mi è permesso tutto, ho messo tutti in fila, con così poco, istituzioni, catechisti, nonne religiose, nonne atee, chiese, oratori, etichette scolastiche, di ambiente sportivo, di norme del vivere civile.

Ho vinto io. Che per la strada urlo bestemmiando il cosiddetto creatore e la voce è alta e mi sento forte e lo ripeto 4, 5, 10 volte in 10 minuti, incurante di chi mi sia attorno ( anzi, se ci sono bambini è anche meglio così demarco in modo più evidente il fatto che io non sono più un bambino ), io non sono come voi, io non rispetto alcuna regola se non quella di essere una pecora come gli altri. E il giorno che gli altri smetteranno di bestemmiare e diranno “viva la Madonna”, probabilmente lo dirò anche io, anche se non so niente di quel che gli altri mi mettono in bocca. Tanto decidono loro e io mi sento figo. Mi sento vivo.

Bestemmio, dunque sono.

Non sono quando studio.
Non sono quando bacio.
Non sono quando parlo a bassa voce.
Non sono quando corro.
Non sono quando mi innamoro.
Non sono quando ho un amico nuovo.
Non sono quando aiuto mamma e papà.
Non sono quando abbraccio il mio fratellino.
Non sono quando suono.
Non sono quando imparo a cucinare una pasta.
Non sono quando viaggio.
Non sono quando rido.
Non sono quando guadagno i miei primi venti euro.

Sono quando bestemmio.

Io ho un profondo bisogno di bestemmiare perché ho un innato bisogno di esistere.
Ragazzi, ve lo giuro che siete molto di più, che siete qualcosa di meglio, che la patente di esistenza e di crescita non ve la darà il parlare con le parole degli altri ma il cercare le proprie, la vostra strada, al di là di qualsiasi Dio da provocare, da insultare o da ignorare. Così come state messi, vi vedo con le ginocchia sanguinanti, piccoli piccoli piccoli. Scopertamente, troppo apertamente piccoli. Minimi.

Così come state facendo, non state scommettendo un solo centesimo su voi stessi. Così come state facendo, vale più il vostro smartphone di voi.

Ribellatevi davvero.
Non così.

Alzatevi dall’inginocchiatoio dell’omologazione spinta al più basso grado.

Potete ancora farcela.

Elvio Calderoni