Per noi la Monza Resegone è cominciata la notte di Capodanno, quando davanti a una domanda tanto semplice quanto inevitabile — “che cazzata podistica vogliamo fare nel 2026?” — la risposta è arrivata in pochi secondi. Monza Resegone. Detto, fatto. Un mese dopo eravamo già iscritti alla 64ª edizione.
Organizzare una trasferta da Roma con due squadre è già, di per sé, una Monza Resegone. Ma tutta quella fatica scompare quando, sabato sera, ti ritrovi sotto l’Arengario di Monza, circondato da centinaia di persone, pronto a partire verso una montagna che nella notte sembra lontanissima.
Questa volta, però, dopo dieci anni dall’ultima partecipazione, il cambiamento più evidente è stato quello climatico.

Alle 21 il termometro segnava 34 gradi. Un’umidità pesantissima, capace di togliere lucidità ancora prima delle energie. Non era semplicemente caldo: era una condizione eccezionale, destinata inevitabilmente a cambiare il volto di gare come questa.
Lo dimostrano anche i numeri. Delle 135 squadre, ne risultano arrivate 90. Forse non era mai successo in una percentuale così alta.
La nostra esperienza racconta bene cosa abbia significato affrontare questa edizione.
Il Team Roma Montesacro A, formato da Marco, Giulia ed Emiliano, è arrivato ultimo. Ma anche immensamente felice. Perché in certe gare la classifica racconta pochissimo. Abbiamo rallentato fin dai primi chilometri, per la sofferenza fisica di correre in quelle condizioni, rispettando e ascoltando il corpo. È stata una scelta che ci ha permesso, passo dopo passo, di raggiungere la Capanna Alpinisti Monzesi. Ed era quello l’unico traguardo che contasse davvero.

Più difficile il destino del Team Roma Montesacro B, composto da Nicolas, Claudia e Riccardo. Dopo circa dieci chilometri Claudia ha accusato un malore dovuto alle condizioni estreme. L’intervento dei sanitari l’hanno accompagnata fino a Calolziocorte (32 Km), dove avevamo lasciato uno dei nostri mezzi. Nicolas e Riccardo hanno raggiunto il paese correndo, ma la loro Monza Resegone si è conclusa lì.

È impossibile non riflettere su quello che sta accadendo.
Le estati mediterranee stanno cambiando rapidamente e gare storiche come la Monza Resegone dovranno probabilmente iniziare a considerare il caldo come oggi già fanno con pioggia, vento o temporali. Partire con temperature simili alle nove di sera non può più essere considerata un’eccezione.
Eppure sarebbe un errore ridurre questa edizione soltanto alle difficoltà climatiche.
Perché la Monza Resegone continua a essere una delle ultime grandi avventure collettive della corsa italiana.
Una gara dove il tempo passa quasi in secondo piano. Dove si corre rigorosamente in tre e si arriva soltanto in tre. Dove la logistica fa parte dell’impresa tanto quanto l’allenamento.
Anche quest’anno abbiamo spedito i sacchi con i cambi al negozio Affari & Sport di Villasanta, storico partner della manifestazione, da dove i volontari li hanno trasportati in elicottero fino alla Capanna. Siamo partiti da Roma con due mezzi: uno lasciato a Monza e uno parcheggiato a Calolziocorte, al chilometro 32, punto strategico per il rientro dopo la gara grazie alle navette dell’organizzazione.
Sono dettagli organizzativi che sembrano secondari, ma che raccontano quanto questa corsa sia diversa da qualsiasi altra maratona.

E poi ci sono le persone.
I volontari ai ristori, presenti per tutta la notte. I cittadini dei paesi attraversati che aspettano il passaggio dei corridori fino a tardi. Gli applausi, gli incoraggiamenti, le mani tese con un bicchiere d’acqua quando ne hai più bisogno.
La Monza Resegone è una festa che parte dalla piazza dell’Arengario e finisce davanti alla Capanna Alpinisti Monzesi. In mezzo ci sono quarantadue chilometri di fatica, amicizia e montagna.
Quello che resta, una volta tornati a casa, non è il tempo finale.
È la consapevolezza di aver condiviso qualcosa di raro con persone che nella vita di tutti i giorni affrontano lavori, famiglie e problemi diversi, ma che per una notte diventano semplicemente compagni di squadra.
Personalmente, questa avventura si è conclusa soltanto lunedì mattina alle sei, dopo tredici ore consecutive di sonno. Un finale quasi inevitabile.
Perché la Monza Resegone ti svuota completamente.
E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, continua a esercitare un fascino unico: è una sfida d’altri tempi, rimasta fedele alla propria anima, ma che oggi, come tutti noi, deve imparare a confrontarsi con un mondo che sta cambiando.






