mercoledì, Giugno 3, 2026
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L’Alleanato senza l’Allenatore

Il pensiero che il tuo coach abbia finalmente caricato gli allenamenti di inizio stagione sulla piattaforma dedicata ti regala una gioia difficile da spiegare.

Un fremito attraversa ogni fibra del corpo, risvegliando cellule addormentate da settimane di torpore sportivo.

Eri rimasto orfano. Ti allenavi svogliatamente, come un viandante senza meta, un muratore senza progetto, un innamorato senza la sua amata. Correvi, nuotavi, pedalavi in un tunnel di pensieri poco performanti, in balia di te stesso e della noia.

E poi — all’improvviso — la notifica in chat: “Hai gli allenamenti del mese caricati.”

E tutto cambia.

È come il messaggio di un amore non corrisposto che, per un attimo, sembra ricambiarti.

Come la mail di un bonifico in entrata.

Come il “È prontoooo!” gridato da tua madre la domenica a pranzo.

Perché lui, il coach, è tutto per te: figura mitologica sospesa tra Galimberti e Julio Velasco, il Massimo Recalcati della prima corsia, il Bearzot della fatica.

Padre severo e protettivo, guida spirituale e psicoterapeuta tascabile, destinatario di ogni speranza, timore e sogno sportivo.

Una volta avviata la tabella, sei ormai certo che lui sia lì solo per te — dietro ogni mail, ogni chat, ogni “buon allenamento”.

Convinto, giorno dopo giorno, che lavori instancabilmente per te, che pensi solo a te, che viva solo per te.

Lo cerchi, lo aggiorni, lo rassicuri: “Coach, tutto bene, sto seguendo tutto!”

Solo gli amici della squadra — la grande squadra — e gli amici degli amici della squadra ti ricordano la realtà:

che dovresti lasciarlo in pace, non disturbarlo, mollare un po’ la presa.

Perché, in fondo, il tuo coach personale è anche quello di altri…cinquecento come te.