La pioggia ha coperto il cielo dell’Elba per quasi tutto il weekend. Ha spento i colori, nascosto gli scorci più luminosi, reso il mare una linea grigia sullo sfondo. Eppure, dentro quella fatica bagnata e complicata, la Maratona dell’Isola d’Elba ha confermato ancora una volta qualcosa che va oltre il semplice dato sportivo: esiste un modo diverso di organizzare la corsa.
Un modo fatto di territori, esperienza, accoglienza e identità.
A raccontarlo è Damiano Di Cicco, anima di un progetto che negli anni ha trasformato le isole del Tirreno in tappe di un percorso capace di unire sport, viaggio e scoperta.
“Stiamo bene, anche se molto stanchi”, racconta all’indomani del weekend elbano. “Siamo soddisfatti perché abbiamo raggiunto numeri mai toccati prima. Certo, c’è il dispiacere per il maltempo: chi veniva qui per la prima volta non ha potuto vedere la parte più bella dell’isola. Con il sole sembra davvero un altro posto”.
Ed è proprio qui che si comprende il senso profondo dell’evento. La Maratona dell’Elba non è costruita soltanto attorno ai chilometri. È pensata come esperienza immersiva, dove il territorio diventa parte integrante della corsa.
Tre gare dentro un unico evento
Organizzare contemporaneamente maratona, mezza maratona e 10 chilometri significa muovere tre eventi paralleli all’interno di un equilibrio logistico delicatissimo.
“Non è assolutamente facile”, spiega Di Cicco. “Cerchiamo di progettare tutto in anticipo e far coincidere il più possibile i percorsi per regalare a tutti un tratto di corsa bello e unico”.
Dietro questa continuità organizzativa, arrivata ormai al decimo anno, non c’è una formula industriale. C’è piuttosto una filosofia precisa.
“Il segreto è la passione e la voglia di crescere. Cerchiamo di trattare i corridori come amici: dall’accoglienza semplice e genuina al pacco gara studiato ogni anno per non essere banale. Vogliamo che chi venga qui non trovi solo una gara, ma un’esperienza completa”.
Ed è probabilmente questa la differenza che oggi separa molti eventi “da calendario” da quelli che riescono a lasciare un ricordo.

L’errore alla 10 km e la responsabilità organizzativa
Il weekend dell’Elba ha avuto anche un momento complicato: il problema al giro di boa della 10 km, dove diversi atleti hanno sbagliato direzione.
Di Cicco non cerca attenuanti.
“La pioggia battente ha reso tutto più difficile. Lo scorso anno la stessa segnaletica aveva funzionato perfettamente, stavolta evidentemente non è bastata. Ci siamo accorti di aver sbagliato qualcosa”.
La differenza, però, sta nella capacità di leggere immediatamente il problema e correggerlo.
“Il prossimo anno metteremo una transenna con freccia al centro della carreggiata. Sarà impossibile sbagliare”.
Una risposta concreta, tecnica, senza retorica. Perché nelle manifestazioni endurance l’analisi post evento è parte integrante della qualità organizzativa.

Correre sulle isole: una visione prima ancora che un format
Negli anni il progetto costruito da Damiano Di Cicco ha assunto contorni sempre più chiari: portare la corsa in territori straordinari ma logisticamente complessi, come le isole dell’arcipelago toscano e laziale.
Non semplici location suggestive, ma luoghi da vivere attraverso il movimento.
“Il progetto nasce dalla voglia di far conoscere territori ancora poco conosciuti dalla massa”, racconta. “Correre qui significa vivere la propria passione immersi nella natura, nei panorami, nella libertà. Sembra quasi di correre in un altro mondo”.
Dietro questa idea, però, esiste una complessità enorme fatta di trasporti, autorizzazioni, equilibri ambientali e relazioni istituzionali.
“Per organizzare su un’isola bisogna avere un progetto credibile, essere empatici e capire che questi territori sono completamente diversi da qualsiasi altra realtà”.
E se già l’Elba rappresenta una sfida organizzativa, il capitolo Pianosa assume quasi il valore di una conquista culturale.

Pianosa: il limite trasformato in esperienza
All’interno del circuito Tuscany Island Tour, Pianosa rappresenta probabilmente il simbolo massimo di questa filosofia.
Una riserva naturale protetta dove fino a pochi anni fa correre era semplicemente impensabile.
“Avere il permesso di organizzare una gara lì è stata una grande impresa”, spiega Di Cicco. “Ma il progetto era sensibile alla realtà del territorio e piano piano è stato accolto dal Parco”.
L’evento sarà a numero chiuso: 300 persone complessive tra runner e camminatori, con partenze scaglionate da 50 partecipanti ogni dieci minuti.
Una scelta necessaria per preservare l’equilibrio ambientale dell’isola.
“Anche chi verrà semplicemente da accompagnatore vivrà qualcosa di unico. Pianosa sembra davvero un’isola dimenticata, lontana dalla civiltà, con una natura e un mare che sembrano usciti da una cartolina”.
In un’epoca in cui molte gare inseguono esclusivamente i grandi numeri, qui il limite diventa parte stessa dell’esperienza.

Le isole non sono tutte uguali
Nel racconto di Di Cicco emerge anche una distinzione netta tra le isole toscane e quelle laziali.
“Si compensano tra loro”, dice. “Cambiano dimensioni, cultura, storia, morfologia. Forse l’unica somiglianza è tra Elba e Giglio. Le altre bisogna viverle per capirle”.
Ed è probabilmente questo il cuore più autentico del progetto: trasformare ogni gara in un’identità diversa, evitando che il circuito diventi una replica continua di sé stesso.
Run The Islands: il sogno che guarda oltre
Alla fine dell’intervista arriva anche uno sguardo sul futuro. Un’idea che oggi assomiglia ancora a un sogno, ma che nelle parole di Di Cicco sembra già avere contorni molto concreti.
“Vorrei creare un campionato di tutte le isole del Mediterraneo”.
Un progetto che potrebbe presto iniziare a prendere forma sotto il nome di Run The Islands, includendo anche Monte Isola.
Perché ormai il punto non è più soltanto organizzare gare.
La sensazione è che l’obiettivo sia costruire una geografia emotiva della corsa, dove ogni isola diventi un frammento di esperienza da attraversare lentamente, un passo dopo l’altro.






