Non riesco a concepire di correre il “Passatore”.
Lo comprendo, ma solo dal punto di vista meramente intellettuale. E questo significa ben poco, perché per conoscere bene qualcosa è quasi sempre necessaria un’esperienza diretta.
Di conseguenza i 100 km del “Passatore” sono di fronte a me, come le terre inesplorate: hic sunt leones. Ne prendo atto, con maturità. Non tutti debbono per forza fare quello che fanno altri.
I nostri protagonisti – cioè coloro che completano il “Passatore”(qualunque tempo ci impieghino) – questa distanza la valicano. Non li hanno più di fronte, ma alle spalle. Nelle nove volte che sono andato a questa gara per fornire la benzina indispensabile per gli ultimi chilometri, per conseguire un obiettivo di tempo o, come più spesso è accaduto, per “spingere” al traguardo, ho visto il momento entusiasmante in cui il “Passatore” è dietro le spalle e si conclude una notte di fatica, resistenza, volontà e tutte le qualità che apprezziamo nei nostri colleghi podisti.
Dopo un viaggio che dire rocambolesco sarebbe un vero eufemismo, sono appostato – ad attendere i miei “clienti” in quel di Brisighella, ossia al km 88. Bei tempi andati quando il supporto era destinato a corridori, con la conseguenza che l’attesa finiva, più o meno, tra le 2 e le 3 di notte e alle 9 esatte di domenica mattina ero a fare colazione al bar sotto casa.
Ora il supporto è dedicato, in questa edizione, a due marciatrici che, come tutte le belle dame, fanno doverosamente attendere il cavaliere. Ho acquisito, sin dal primo anno, la capacità di effettuare dei calcoli così precisi da produrmi in previsioni con un errore medio non superiore a 10 minuti.
Per cui, comprendo subito se qualcosa non va nel verso giusto. L’appuntamento prospettato, conti alla mano,tra le 5,15 e le 5,30, comprendo che non sarà possibile.
La Rossa e la Simona hanno avuto qualche problema e la previsione è stata riassestata per le 6,10. Stando così le cose, i 12 chilometri finali avrebbero richiesto 2 ore e 20 minuti.
Invece di attendere passivamente gli eventi, preferisco andare loroincontro. Inizio, quindi, ad andare a ritroso perché, in questi casi, se l’aiuto comincia prima, si può capire quale possa essere una idonea strategia da adottare.
Questa decisione fa parte del mio know-how. A persone “cotte” non si può chiedere di “ragionare” su alcunché, ma con tatto e “mestiere” si impone ciò che è realistico “pretendere” e si premono i tasti giusti. In fin dei conti, restiamo degli animali spesso incapaci di comprendere la situazione quando ci siamo immersi mentre, dall’esterno, alcune questioni si vedono con maggiore chiarezza.
Poco più di un chilometro prima del ristoro (e della salitella che lo caratterizza), le marciatrici marciano ma a scartamento ridotto. Simona è in seria difficoltà ed appare priva di lucidità. La Rossa, al contrario, è ancora con i piedi per terra ma finirebbe per risentire del clima “tossico”.
Ma, almeno, sono sorridenti ed è un buon segno. Quando si esce dall’oscurità della notte, sorridendo al giorno, il corpo si rigenera, soprattutto in vista dei benefici effetti dei raggi solari.
Mi raccontano di una lucciola ed è chiaro che è meglio passare ad altro. Dopo il ristoro, faccio presente che ho il treno del rientro alle 8,30,lasciando sullo sfondo che non intendo perderlo.
La Rossa riprende il suo “passetto” e Simona si rigenera, cominciando ad alternare, con me al fianco, corsetta e marcia. Il ritmo prende subito la piega giusta, ben sotto i 9min/km. Dopo tre chilometri, illustro la mia previsione: l’arrivo è previsto tra le 7,50 e le 8,07.
Nel mentre tengo sotto controllo Simona raccontandole delle curiosità sugli animali (il riferimento precedente non era per nulla casuale). L’immaginazione, in questo frangente, non può essere troppo astratta in quanto l’astrazione riguarda un emisfero che, sotto stress, non funziona al meglio.
Le faccende dotate di “concretezza”, al contrario, vengono metabolizzate all’istante, anche se le avessi inventate di sana pianta. Chi inventa racconta pochi dettagli mentre, in questa situazione, ogni particolare distrae: colori, suoni, movimento, sono acquisiti con rapidità, spesso effettuando un transfer associato al momento in corso di svolgimento. Come fanno le formiche a resistere sulla sabbia del deserto a 60 gradi?
Viaggiano in direzione di Faenza senza alcun tentennamento, meccanismi di un orologio perfetto. Soprattutto dopo il chilometro 95 dove tutti sono a conoscenza che l’Organizzazione, quale forma di sadismo, non segnala gli ultimi, concedendo solo la consolazione del 99. Serve invece – eccome – disporre di un punto di riferimento, esatto al centimetro. Peccato che gli strumenti di misurazione – specie su una distanza così lunga – abbiano un’affidabilità piuttosto relativa.
Il mio Garmin, invece, avviato dal km 88 spacca il centimetro, conferendo al sottoscritto una sorta di autorità, di potere sovrano sulla strada. Se dicoche tra 240 metri siamo al km 96, loro sono assolutamente certe che è proprio così. Si affidano, quindi, a questa “superiorità”; questo, unito al fatto che non faccio alcuna fatica (va bene che ho passato la notte insonne, ma sono pur sempre 12 chilometri) conferisce al mio aiuto una sorta di effetto taumaturgico.
Si arriva secondo le previsioni, come se queste potessero spostare veramente i termini. Eppure succede proprio questo. Poi interviene la frase magica – proferita da clienti ormai sul pezzo – “Obiettivo: entro le diciassette ore”. E sarà proprio così, dopo una performance che ha consentito di sviluppare i 12 chilometri conclusivi in 1h41min.
Dopo la foto di rito, il mio lavoro è terminato. Per inciso, il mio treno era alle 8,49. Altrimenti come farei a sostenere che sappia fare i calcoli?
La cronaca di questa gara che, riconosco, è molto limitata rispetto alle innumerevoli cose che potevano e dovevano essere dette, non può chiudersi senza un cenno al Comandante.
Dopo un periodo di forma strepitosa, questo “Passatore” doveva essere gestito senza troppi affanni. Ma, o per il caldo, o per un destino cinico e baro, le gambe proprio non carburano come ragionevolmente si doveva attendere.
Controllati i primi “passaggi” vedo subito che qualcosa non gira per il verso giusto e il mio compagno di mille gare, mi preannuncia che terminerà alla Colla. Con quella lucidità non ancora compromessa, 52 chilometri senza spinta non avrebbero alcun senso. Più danno che beneficio per uno che non deve dimostrare alcunché né a sé, figuriamoci ad altri.
Dedico a Lui questo contributo, riconoscendogli la maturità sportiva di saper accettare che si può nuotare controcorrente solo per pochi tratti. In caso di minaccia di tempesta, il marinaio accorto cerca una rada sicura. Passata la burrasca, il mare è ancora lì.





