“Ma chi me lo fa fare?” È la domanda che ricorre più volte nelle pagine di “Come guadagnare due spicci facendo il coach”, il nuovo libro di Stefano La Cara.
Una domanda che ogni allenatore, soprattutto nel mondo del triathlon, si è posto almeno una volta.
La risposta non è mai nei soldi — quelli sono pochi, “due spicci” appunto — ma in un intreccio di passione, ironia e relazioni umane che trasformano la fatica in storie da raccontare.
Il mestiere dietro le tabelle
A prima vista il coach è quello che scrive programmi, compila Excel colorati e carica tabelle su TrainingPeaks. Ma Stefano La Cara lo racconta diversamente: il 10% del lavoro è scrivere allenamenti, il resto è gestire persone.
Significa convincere l’atleta che “correre piano” non è un insulto, rispondere a messaggi vocali di otto minuti ricevuti a mezzanotte, e accettare che il piano perfetto crolli di fronte a un mal di pancia o a un matrimonio imprevisto.
“Il coach vero non è quello che scrive tabelle… È quello che trasforma i sogni degli altri.”
Il libro smonta così l’illusione che basti conoscere la fisiologia o avere il “metodo giusto”: il coaching è soprattutto ascolto, pazienza e la capacità di adattarsi all’imprevisto.

Aneddoti che valgono più delle medaglie
Uno dei punti forti del libro sono gli aneddoti concreti, raccontati con una vena ironica che li rende universali. C’è l’amico che vuole preparare la maratona di New York con tre uscite in due settimane. C’è l’atleta che confonde “corsa lenta” con un fartlek devastante, salvo poi chiedere se “va bene lo stesso”.
E poi c’è il primo atleta: quello che non paga, che sparisce, che magari molla. Ma che ti cambia per sempre, perché da quel momento non sei più solo “uno che si allena”: sei un coach.
“Il primo atleta non si scorda mai. Anche se non ha mai pagato… è quello che ti ha fatto capire che questa cosa del coaching non è solo un lavoro. È un modo di essere.”
Il guadagno che non è economico.
Il titolo del libro gioca sull’aspetto più spinoso: i soldi. Chi pensa al coaching come a un business facile resta deluso: tariffe basse, fatture che non arrivano, atleti che ti pagano “con una birra”.
“All’inizio prendi una cifra ridicola. Tipo: 30 euro al mese per tabelle, feedback costante, supporto WhatsApp h24… Poi ti chiedi perché sei stanco, frustrato e senza un euro. Risposta: perché ti stai trattando come un hobby.”
Eppure, nelle pagine emerge un’altra verità: il valore reale non si misura in euro, ma in grazie sussurrati al traguardo, in foto con la medaglia inviate con la voce rotta dall’emozione, in messaggi che dicono “oggi avrei mollato, ma tu mi hai fatto andare avanti”.
Sono ricompense che non fanno salire il saldo in banca, ma che riempiono quello emotivo.
Dall’atleta al coach: una metamorfosi.






