La Storia Ricorrente 41a puntata

Cristiano si guarda intorno. Non c’è traccia di Georgia Joanna, nemmeno il suo profumo, le scarpe, i bracciali, gli abiti. Per la prima volta è contento che il suo campo visivo non sia invaso dal suo sguardo anima.

Tomaso spegne il computer e chiama subito Irene, ansioso di riferirle le sue impressioni sulla conferenza stampa, mostrando l’attenzione che circonda ogni azione che fa, in particolar modo quelle in qualche modo collegate a lei:

-Ehi.

-Ciao. E’ finita?

-Sì sì, qualche istante fa. Beh, sono molto provati, sia i genitori che suo marito. Lui non ha proprio detto una parola. Loro, beh, visibilmente preoccupati.

-E’ comprensibile. Ormai è passato un po’ di tempo, mi pare.

Sì.

-Nulla su Bertrando?

-Beh, han detto che la sua decisione non ha mostrato rispetto verso Victoria. Verso di lei e verso le regole del gioco, dello spettacolo. Ecco, han detto questo e basta.

-Ok, ti ringrazio molto.

-Ma tu dove sei?

-Eh, sono vicino Sant’Ambrogio. Conosci via della Caminadella?

 

Il rumore del citofono squarcia il silenzio della casa di Tomaso. E’ come se cambiasse anche il colore, così quieto e tenue, della luce di questo pomeriggio negli interni dell’appartamento.

 

-Irene, ti richiamo. Citofonano.

-Certo, a tra poco.

Mentre si avvicina al citofono, il rumore, più insistente, più lungo, nuovamente irrompe nella calma dell’ambiente.

-Chi è?

-Sono io, aprimi. Veloce.

-Io chi?

-Sono Vicky.

A Tomaso gira la testa, sorpreso e stordito, apre il portone, immagina entrare Victoria nell’atrio, superare a destra la vittoria alata come non accadeva da due anni.

Si morde il labbro, si muove incerto, apre la porta in attesa di sentire i passi da sotto.

Ricorda questo tic di lei, che non ha mai voluto prendere l’ascensore, perchè detestava sentirsi chiusa.

Tomaso si sporge dalla tromba delle scale per scorgere la figura di lei se non i rumori, invece sente salire l’ascensore e non fa in tempo a pensare che le abitudini e le fobie cambiano che la carrozzina di Isacco gli si materializza davanti, con Victoria a sospingerla e ad entrare velocemente in casa sua.

-Vicky, che succede?

Da quanto non la chiamava Vicky, da quanto casa sua non sentiva questo nomignolo, da quanto lei non varcava la soglia con tanta sicurezza, fretta, urgenza. Una sorta di necessità. Un uragano che non trattiene nulla dei ricordi che lui ha di lei. Un’altra donna, sospinta, infiammata, basica.

-Succede che sono sola. Ho fame. Lui ha fame. Non ho un posto dove stare, non ho il latte e non voglio che muoia, è l’unica cosa mia, adesso. Ti prego aiutami, non so davvero dove andare.

-Chi è lui?

Tomaso inquadra il volto del bimbo biondo che sta dormendo, un cappello rosso fino a metà fronte, la pelle rosea, le mani chiuse, la bocca leggermente aperta.

-Lui è Isacco.

-Siediti. Calmati. Raccontami.

-Ti racconto tutto ma tu non devi dire a nessuno, Tomaso, a nessuno che io sono qui adesso. Ho bisogno di farlo mangiare, ti prego. Ti racconto ogni cosa ma adesso, appena si sveglia, sarà affamato e io ho finito le scorte.

-Ma perché lui è con te?

-Perché eravamo soli entrambi. Io sono scappata per fuggire da tutto lo schifo e lui era lì, da solo, bisognoso di cure, abbandonato proprio come me. Adesso ho bisogno di un posto tranquillo, ho girato tanto, sono sfuggita più volte ai posti di blocco, mi stanno cercando.

-Lo so, ma perché non avverti i tuoi, tuo marito?

-Mi vergogno di tutto. Non voglio vedere nessuno. Non… io mi devo calmare, devo stare tranquilla. E’ diventato tutto difficile. Schifoso e difficile da un giorno all’altro. Ho bisogno di tranquillità. Di cose normali. Hai cambiato il parquet?

-No, è sempre quello.

-Me lo ricordavo più chiaro.

-Scendo a comprare il latte.

-Grazie Tomaso, grazie.

Victoria si siede, guarda Isacco che dorme, la luce che penetra dalle due finestre gemelle equidistanti dal caminetto, si toglie le scarpe, è felice di conoscere Tomaso e di aver pensato a lui come a un porto sicuro, improvvisamente, d’istinto, nonostante non lo veda da anni e non l’abbia più sentito. Senza traumi o rancori, ma per un reciproco progressivo spegnersi.

Ma si fida di lui, del suo equlibrio che non suona come una minaccia, che non la frastorna. E del profumo della sua pelle di cui aveva bisogno.

Della qualità indiscussa delle sue azioni. Del buon cuore e della sicurezza.

Dalla posizione seduta passa a quella sdraiata, ad occupare tre quarti del lungo divano bianco del salone di fronte al caminetto. Non vuole dedicare nessun pensiero a Cristiano, anche se le viene naturale pensare che in questo momento non lo sente vicino e non sa chiedersi perché.

Vorrebbe troncare ogni legame col suo passato, con le sue sconfitte, con i suoi azzardi e le sue ambizioni, con i genitori così attenti ad ogni sua mossa, tanto da circondarla ed aiutarla in ogni passo.

Troncare ogni Victoria Danse possibile fin qui, anche quella in pasto ai followers, quella delle dirette social e del cellulare perennemente in mano, dei lustrini del web e delle luci finte, delle torce per le live, dei commenti cattivi, di quelli esaltati, della cronaca istante per istante di ogni giorno della sua vita, delle foto venute bene, di quelle venute male, di quelle rubate, di quelle fintamente rubate, di quelle truccate.

Victoria si ascolta respirare, butta un ultimo sguardo a Isacco e si lascia invadere da un sonno profondo che a onde promette di toglierle tutta la stanchezza di questi giorni.

Tomaso esce in strada a cercare il latte in polvere e si sente violentato dall’ultimo quarto d’ora.

Non sa come comportarsi, quanta distanza mettere tra lui e Victoria, quanto aspettare per avvisare i suoi genitori, quanta verità raccontare ad Irene. E quanto piacere fa pensare che lei si sia rivolta a lui? Probabilmente poco.

Non riesce a parlare di piacere, rivedere Victoria gli ha fatto un effetto ciclone con cui non sa fare i conti al momento. Vederla con il bambino, ascoltare le sue parole deliranti, captare il suo esser così scossa, diversa e chiedersi se è solo un momento, se sta per passare, se può davvero aiutarla o se sarà lei a mettere nei guai lui.

E di chi è questo bambino e quanto è distante da un altro dei suoi capricci, cosa significa, perché è venuta da me, perché ha avuto questo coraggio e perché proprio in questo momento. Perché.

-Pronto?

-Ehi, Irene.

-Sei scomparso così, mentre ti chiedevo se sei mai stato in via della Caminadella.

-Sì, sì che ci son stato.

-E nella pasticceria?

-Nella pasticceria no, non credo, almeno.

-Se ci fossi stato te la ricorderesti. Comunque stasera vediamoci, ti devo parlare. Ti devo raccontare una cosa importante. Devo aiutare una persona, adesso è qui con me e non posso dirti di più.

Anch’io devo aiutare una persona.

No, non l’ha detto.

E’ a metà della frase.

Sta per dirla.

Non la dice.

-Va bene. A più tardi allora.

-A dopo.

Chiude la comunicazione ed entra in farmacia.

Elvio Calderoni

Elvio Calderoni
Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.