La vita di chi corre è un alternarsi di lacrime e sorrisi, bilanciati da post social carichi di endorfine che ti fanno credere che tu sia: GRANDE, IMMENSO, EROICO.
In qualsiasi stagione non c’è altro sport al mondo in cui si possano imitare una serie di colori, scritte, accostamenti come quelli delle divise del podista medio, forse solo il ciclista medio riesce a far di peggio – ma questo è un capitolo da affrontare a parte.
Chi corre è sempre in preparazione di qualcosa, alla ricerca del fisioterapista perfetto, del massaggiatore che lo curi, dell’osteopata che lo scastri. Ma non ci sarà mai un podista medio che ti chieda il consiglio per uno psicologo bravo.
Scrive al tuo allenatore alle tre di notte, in piena crisi mistica, perché incombe la gara dell’anno
(la leggendaria Corsa del fagotto di 5 km).
Sottoscrive con serenità un prestito in 72 comodissime rate pur di chiudere, una volta per tutte, il capitolo del pataccone delle Six Major.
Perché, diciamocela tutta, chi corre in generale è un po’ pazzo, un giocherellone, uno che grazie alla corsa è stato sottratto a drammi esistenziali peggiori e che in famiglia, per una mattina a settimana, se lo levano di torno almeno fino a pranzo.
Alimenta generosamente i conti correnti di ogni figura professionale, medica e para-medica:
NUTRIZIONISTA, OSTEOPATA, FISIOTERAPISTA, ORTOPEDICO, PSICHIATRA. (Arriverà anche lui)
Chi corre, superati i 45 anni, uomo o donna che sia, ha già fatto la metà dei danni che una persona possa combinare in un’intera esistenza.
Per sua fortuna a 50 anni suonati, l’unico problema sarà imparare a giocare a padel, evitare gli inviti degli amici dopo le 22:00 e concentrare tutte le energie per andare alla ricerca della gara meno partecipata, più premiata, senza salite e, soprattutto, con il pacco gara piu ingordo della regione.





