Stai a guardà er capello?

Foto - Luca Bonanni

Visto che siamo in un clima di rinnovamento delle più alte cariche del Regno pontificio, uno sguardo al capello ci può anche stare.

Un tempo – siamo tra il 500 ed il 600 del millennio scorso – i romani stazionavano ben volentieri ai tavoli delle osterie e, tra un tocco ed una passatella (con il serramanico pronto alla bisogna), il vino non mancava proprio mai.

Veniva venduto in recipienti di terracotta o di metallo che non davano modo di vedere ai commensali quanto vino, effettivamente, ci fosse al loro interno. Già era noto il problema dell’aggiunta dell’acqua (… l’oste ar vino c’ha messo l’acqua: e noi je dimo, e noi je famo) se, poi, anche il quantitativo latitava ne nascevano dispute che spesso finivano nelle risse al momento di saldare il conto.

La questione doveva essere ben seria se Papa Sisto V, nel 1588, mise fuori legge i recipienti fino ad allora utilizzati, stabilendo che il vino potesse essere venduto unicamente in caraffe di vetro trasparenti, dei quali fu indicata anche la misura (es: il “quartino” corrispondente ad un quarto di litro). E il capello?

Per “segnare” con esattezza la correttezza del contenuto, le caraffe presentavano una riga incisa sul vetro, corrispondente al livello del giusto riempimento. Ecco nato il capello, anzi, dato che stiamo all’ombra der Cuppolone, “er capello”.

Dal vino, l’espressione falsamente tricologica, è transitata nel linguaggio comune della bassa veracità.

ConAho, che stai a guardà er capello?” – nell’acume dei romani (forse già un poco sbronzi) – si apostrofavano quanti si soffermavano sul dettaglio, su una cosa del tutto trascurabile (gli odierni “pedanti”, detto elegantemente, per non usare un più diretto termine, ossia, rompi…).

Oggi, il quartino è sparito, ma il capello è rimasto.

È l’ansia del “particolare”, di misurare le situazioni con quella pedanteria tipica di chi, appresso al particolare, magari dimentica l’insieme. Per tornare all’esempio delle bevutine in fraschetta, l’oste rispettava il “limite” ma, poi, chi dice che non rifilasse un cannellino di infima qualità?

Anche per noi – nei nostri tempi – è meglio guardare il “tutto” (in luogo di piccole parti) dove, se ci dice bene, avviene una intelligente compensazione dei pro e dei contro.

Nelle nostre gare, un ipotetico “Furio” (quello di Verdone) è sempre in agguato.

La volta scorsa l’acqua dei ristori era quella di Nepi e non dell’In’s. Il colore del nastro della medaglia non mi piace. Potevano mettere il gazebo più vicino all’arrivo. I “chimici” dondolano. C’è troppa gente. C’è poca gente. Era meglio il percorso della precedente edizione. Perché si inizia così tardi? Nella busta del pettorale mancano le spillette. È tardi per la premiazione. E potrei proseguire con altri “capelli” di vario colore e lunghezza.

Intanto verifichiamo se c’è il vino buono… e poi possiamo anche soprassedere se non arriva al capello. Prosit!

Pòrtece ‘n’antro litro, / Che noi se lo bevemo,

E poi j’arisponnemo: / “Embè? Embé? Che c’è?”

E quanno er vino – ‘mbè –/ Ciariva ar gozzo – ‘mbé

Ar gargarozzo – ‘mbé – / Ce fa ‘n ficozzo – ‘mbé

Pe’ falla corta, pe’ falla breve, /Noi dimo all’oste: “Pòrtece da beve!”

(La società de li magnaccioni)

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.