L’illusione monetaria è quel fenomeno collettivo che ci spinge a considerare il solo valore nominale del denaro, dimenticando il potere d’acquisto reale che si nasconde dietro i numeri.
Festeggiamo un aumento dello stipendio del 3%, ma se nel frattempo il costo della vita è cresciuto del 6%, quel brindisi si trasforma in una perdita netta poiché, in realtà, il potere d’acquisto del nostro stipendio è inferiore del 3%.
Il numero sul conto corrente ci inganna: lo consideriamo un dato assoluto, isolato dal contesto e slegato dal mondo “concreto”.
Nella corsa cadiamo esattamente nella stessa trappola.
Prendiamo la tipica gara da 10 chilometri. Se giungiamo al traguardo in un’ora, abbiamo corso a un passo di 6 min/km. Un ritmo piuttosto lento, direbbe qualcuno. Se non fosse che tale tempo va correlato a una serie di fattori sia personali sia oggettivi.
Il valore finale dipende dall’età del corridore, dalle sue condizioni fisiche, ma anche da variabili esterne. Affrontare la salita della “Speata” non è affatto la stessa cosa che correre la “Vola Ciampino”.
Gareggiare con quaranta gradi all’ombra, oppure al gelo o, ancora, sotto un nubifragio, sono situazioni che incidono notevolmente sulla prestazione. Tendiamo a scordare che i numeri sul quadrante sono, per l’appunto, delle semplificazioni e che, dietro, ci sono fattori capaci di ribaltare qualsiasi valutazione.

Spesso viviamo – e non solo nello sport – con l’ossessione del dato assoluto. Forse è l’ansia del controllo che ci fa trattare i numeri come dogmi indiscutibili, siano essi il saldo del conto corrente, o il tempo finale rilevato dal chip sul pettorale. Ci comportiamo come risparmiatori distratti, capaci di guardare solo la cifra nominale senza accorgerci che l’inflazione dell’esistenza sta svalutando i nostri sforzi.
Dovremmo imparare, invece, a calcolare il nostro “passo reale”.
Correre un chilometro in cinque minuti quando la mente è leggera, il meteo è perfetto e le preoccupazioni sono al minimo, è un’operazione a basso costo. È moneta corrente, facile da spendere. Ma quanto vale lo stesso chilometro corso in sei minuti dopo una giornata negativa in ufficio, con la testa pesante che implora di crollare sul letto?
Quel minuto in più non è pigrizia. È l’indice di una salita invisibile che stiamo scalando. I primi tre chilometri della nostra “Speata” del momento.
Se misuriamo la nostra vita solo con il cronometro dell’efficienza, finiremo inevitabilmente per sentirci in perdita. Un’ora di corsa strappata alla stanchezza quotidiana ha un potere d’acquisto emotivo molto superiore alla domenica ideale in cui tutto fila per il verso giusto.
Perché nella corsa, come nella vita, alla fine, non è solo una questione di contabilità. La vera ricchezza non sta nel tempo in quanto tale, segnato dal cronometro, ma nel valore reale che diamo a ogni singolo metro. E credo sia ormai chiaro che ci aspetta un lungo cammino. Se ne siamo consapevoli.

[Nota: questo pezzo, da un’altra angolazione, tratta lo stesso argomentodel “Il 95% dei podisti…”. Solo che, questa volta, ce l’ho con noi stessi]





