Nella corsetta di oggi pensavo alla circostanza che: “Gli esami non finiscono mai”. La saggezza popolare, consacrata nella nota commedia di Eduardo de Filippo, trova nuova conferma in questo periodo, un momento in bilico tra la fine dell’inverno e i sogni e le aspirazioni della “ripresa” in un clima migliore, qualsivoglia questa sia.
Quando il periodo oscilla tra variabili di segno e natura molto diversificate, il nostro “esame” si affaccia all’orizzonte. Se siamo in grado di rendercene pienamente conto, e non è detto.
L’esame è quello al quale ci sottopongono quanti, in qualunque modo o circostanza, si interfacciano con noi. Dall’amico, al coach, al collega, alla persona amata, al commesso, allo sconosciuto che ci ferma per strada… ogni occasione è – in realtà – una sorta di valutazione, di scrutinio, di cui molto spesso ignoriamo perfino ognuno dei parametri in discussione. Manca ogni ansia da prestazione, perché non ci stiamo accorgendo di un bel niente.
Ecco che, con una punta di sgomento, si prende atto che, in ogni istante della nostra vita, qualcuno può avere in mente una sorta di “pagella” della quale, implicitamente o esplicitamente, ci squaderna il risultato.
Le richieste dall’aspetto più innocente – come quelle in cui è chiaro che qualsiasi risposta andrebbe bene – si trasformano in una trappola insidiosa. Non avevamo minimamente compreso che la scelta tra l’andare a far shopping, rispetto ad una “mera” passeggiata, celasse un giudizio tutt’altro che banale. Anche lo Zelig di Woody Allen farebbe molta fatica nelle sue trasformazioni mimetiche se non sapesse di doverle fare.
Purtroppo credo di aver realizzato che il problema non presenta alcuna soluzione. E, su questo aspetto, banale se si vuole, cadono inesorabilmente anche i più sofisticati sistemi di IA che non sono stati “organizzati” per fornire – ogni tanto – l’unica risposta davvero giusta che è: non esiste una risposta. Si baloccano per trovare, ad ogni costo, qualcosa da dire ed il più delle volte si tratta di una sonora stupidaggine.
Dunque, non c’è alcun modo di evitare gli esami altrui. Ora lo sapete anche voi.
Purtroppo, la matassa si ingarbuglia ulteriormente, non appena ci accorgiamo che non serve affatto qualcuno a metterci sotto esame quando l’esaminatore e l’esaminando coincidono nello stesso soggetto: noi stessi. Comincia il peana di porsi di fronte ad un inquisitore che, seppur ci voglia bene, potrebbe essere ben spietato. È vero che possiamo “eludere” la realtà e mistificare il livello e la profondità dell’esame, ma resta, comunque, un trucco. L’io ti fa una domanda, alla quale l’io risponde ‘evasivamente’ o facendo finta di non aver rettamente inteso il quesito.
Secondo Stirner, gli esami sono antitetici alla libertà individuale per cui – a suo dire – l’unica via percorribile per la salvezza, tanto nella vita come nella commedia di Eduardo, è riscoprire la solitudine; essa, se gestita a dovere, garantisce solo esami dall’esito positivo.
Mi permetto di revocare in dubbio questa prospettazione. Essendo fondata – di fatto – su una (auto)menzogna ciò non ci porterebbe veramente lontano ed è, dunque, nettamente preferibile l’esame “esterno” laddove, se azzecchiamo (non-si-sa-come) la cosa giusta da replicare, in qualche misura la nostra sopravvivenza sociale è salvaguardata.
A questo punto, nella vostra prossima uscita pedestre, provate a verificare quali siano gli esami ai quali siete sottoposti e quali siano più difficili tra quelli “esterni” e quelli “interni”.
Io, per esempio, ho scoperto di essere stato messo alla prova, in uno stato di totale inconsapevolezza, e non ho ancora compreso se ho superato o meno l’esame e non mi azzardo a fare previsioni. Forse la spontaneità mi ha salvato ma, come alibi, funziona molto poco. La speranza è la penultima a morire.
Sono uscito senza ombrello; ed oggi piovono sassi.




