C’è un passaggio di Julio Velasco che resta impresso per la sua semplicità: per provare emozioni forti, molti scelgono di pagare un biglietto e salire sulle montagne russe. Paura, eccitazione, quel nodo in gola che ti sospende tra attesa e meraviglia. Lui dice di non averne mai avuto bisogno, perché quelle sensazioni le viveva ogni volta che i suoi atleti entravano in campo.
È esattamente ciò che accade anche a chi corre, anche a una runner amatoriale.
Non serve uno stadio pieno, né una medaglia in palio. Basta una linea di partenza, magari in una domenica mattina qualsiasi, con il pettorale appuntato e le scarpe già vissute. In quel momento, prima dello start, arriva tutto: il dubbio (“ce la farò?”), la consapevolezza di ciò che si è costruito (“mi sono allenata per questo”), e quella sottile tensione che non è paura, ma somiglia molto al rispetto per la sfida.
Correre una maratona – o anche solo una gara più breve – è accettare volontariamente l’incertezza. Non puoi controllare tutto: il corpo, il ritmo, le condizioni, la testa. Ed è proprio questo a renderla così potente. Come sulle montagne russe, sai che salirai e scenderai, ma non puoi prevedere esattamente quando sentirai lo stomaco stringersi o il cuore accelerare.
La differenza è che qui non sei passeggera: sei protagonista.
Ogni runner, dalla prima all’ultima arrivata, vive lo stesso viaggio emotivo. Cambiano i tempi, non le sensazioni. L’adrenalina della partenza, il dialogo silenzioso durante la fatica, la lotta nei momenti difficili, e poi quella spinta finale che arriva da un luogo difficile da spiegare.
È un’altalena continua tra ciò che sei e ciò che potresti essere.
E forse è proprio questo il motivo per cui si torna a correre, ancora e ancora: non per sfuggire alla paura o cercare l’euforia, ma per incontrarle entrambe, nello stesso istante. Perché in quel mix di incertezza e consapevolezza, di limite e possibilità, si scopre qualcosa che va ben oltre la gara.
Qualcosa che, davvero, nessuna montagna russa può replicare.





