Ma voi controllate sempre il costo delle iscrizioni alle gare, fate confronti tra gare e negli anni per la stessa gara?
Anche quando si tratta della corsa del Fagiolo Arlecchino al paese de nonna?
Quanto pesa oggi il prezzo del pettorale nel bilancio di un podista amatoriale? E soprattutto: quanto pesa rispetto a tutto il resto?
Da Nord a Sud correre è diventato parte di una quotidianità che deve fare i conti con stipendi spesso fermi, bollette, mutui, figli, carburante, spese impreviste. In questo contesto anche i pettorali seguono la stessa traiettoria. Nelle grandi città, ormai, partecipare a una 10 chilometri può significare spendere 20 euro o più. Dieci anni fa, nella maggior parte dei casi, ne bastavano la metà.
Quando raccontiamo il lavoro che c’è dietro una manifestazione, tra permessi, sicurezza, servizi e logistica, molti fanno fatica ad accettare certe cifre. Eppure il problema raramente è l’organizzatore. Più spesso è tutto ciò che si muove intorno all’evento: costi strutturali, richieste amministrative, servizi obbligatori e una catena di spese che finisce inevitabilmente per ricadere sul pettorale.
La domanda allora non è se una gara costi troppo. La domanda è se il sistema stia diventando sostenibile per chi corre.
Perché mentre discutiamo del prezzo di una 10 km, intorno a noi aumentano il costo del cibo, dei servizi, dell’abbigliamento sportivo, dei trasporti. E nel frattempo sempre più famiglie fanno fatica a investire nello sport dei propri figli.
Se lo sport diventa un lusso, il problema non riguarda soltanto chi corre oggi. Riguarda chi dovrebbe correre domani.





