Omar Di Felice e le domande dell’uomo della strada (per altro neppure in salita)

Dopo 1.294 chilometri e 34.586 metri di dislivello finalmente sono arrivato quassù con la forza delle mie gambe e delle mie braccia. Ma anche della mente e del cuore. Ed ora quassù, da solo, tutto il resto sparisce e ci sono solo la gioia, l’emozione e l’orgoglio per questi 19 lunghi giorni inseguendo un sogno. Io, la mia bicicletta e, di fronte a me, la montagna più alta del mondo. Ho finalmente raggiunto “il mio Everest”.

Questo è il post che il campione di ultracylcing Omar di Felice ha pubblicato sulla sua bacheca l’8 marzo 2021, al termine dell’impresa che lo ha visto pedalare per raggiungere il campo base del monte Everest.

E poi ci siamo noi e le nostre domande da uomo della strada, peraltro neppure in salita, a cui Omar ha accettato di dare risposta….

Omar, hai mai pensato di non farcela? Di deludere tutto il carico di aspettative che sponsor, amici, follower avevano riposto nelle tue gambe e nella tua testa come approccio mentale alla conquista del campo base..

Allora, diciamo che di base quello che io faccio è molto estremo, difficile comunque; non è detto che si riesca a portare a termine questo tipo di avventure. Fa parte un po’ dello sport anche quello, partire sapendo che potresti non farcela e, quindi, senza mai dare nulla per scontato. Ovviamente c’è anche da dire che negli anni si è creato un ottimo team di lavoro, e un rapporto di fiducia con sponsor, amici, ma anche e banalmente con i follower che mi seguono, e che sanno la bontà di quello che faccio.

Ma conoscono anche la genuinità con cui io cerco di raggiungere i miei obiettivi; sanno che c’è una buona parte di possibilità che questo tipo di sfide non arrivi al traguardo, ed è questo il motivo per cui io parto sempre abbastanza tranquillo. In primis perché, comunque, nella mia ricerca del limite in ogni esplorazione metto sempre in conto che potrei trovare ostacoli o trovare veramente il mio di limite e non essere in grado di andare all’arrivo. Diciamo che da questo punto di vista sono sempre abbastanza tranquillo, non vivo l’ansia della prestazione legata alla conclusione di una impresa.

Omar presso la porta di ingresso al Sagarmatha (Everest) National Park!!

Campo base del Monte Everest. Hai mai pensato che fosse tutto troppo anche per te?  Ha mai creduto, anche solo per un attimo, di aver fatto il passo più lungo della gamba…?

Quando mi sono lanciato in questa avventura sapevo che essa era abbastanza fuori dagli standard  rispetto a quelle che avevo già fatto fino ad allora. Tanto per la difficoltà quanto per le modalità: una mountain-bike, i sentieri di montagna e tutta una serie di cose che comunque non avevo mai affrontato prima. Avevo messo in conto che ci sarebbero state cose imprevedibili ed impreviste e che le avrei scoperte strada facendo e che, magari, non sarebbero state proprio nelle mie corde. Di conseguenza ci sono stati dei momenti, soprattutto quando ho fatto dei passaggi alpinistici con la bici in spalla, in cui ho pensato effettivamente che magari era un po’ tutto quanto troppo Grande per me o, comunque, fuori dalla mia zona di comfort; però poi ti metti lì e, piano piano, passo dopo passo capisci come si riescono a vincere questo tipo di imprese.

Hai retto più botta ai leoni da tastiera che ai dislivelli himalayani.  Ti viene mai in mente di mollare tutto il delirio dei social e riprendere una dimensione più umana delle tue imprese, lasciando ad esse stesse di diventare la tua narrazione?

Allora, devo dirti, sinceramente, che di mollare i social sinceramente non l’ho mai pensato.

Io lavoro con i social sulla narrazione, perché sono lo strumento più immediato per raccontare le mie avventure; ma di base sono un atleta e sono consapevole che quello che faccio non è legato strettamente alla piattaforma su cui racconto, o meglio, so che perseguo degli obiettivi che sono un po’ più nobili del semplice racconto. Non sono un influencer che vive di foto o di video su YouTube.

Sono un atleta che vive di racconti, di imprese, di avventure, di cose da fare e, nonostante io veda tutti i giorni questo clima sempre più esasperato sui social, ma non solo verso di me, ma verso chiunque faccia qualcosa – soprattutto ora che, con il covid, siamo veramente in pochi quelli che hanno il coraggio, la forza e la capacità di muoversi – non mi sono mai lasciato scoraggiare. Sono anche consapevole del fatto che comunque non si può piacere a tutti. Le critiche sono ben accette, fanno parte poi del mio mestiere, fanno parte dell’esposizione pubblica. Quello che mi fa riflettere maggiormente e che non tollero molto, e su cui infatti sono diventato abbastanza drastico, è la maleducazione e la mancanza di rispetto. Ecco, su quello non transigo più e diciamo che sulla mia bacheca, almeno sui miei canali, non c’è più spazio per le zuffe fatte di parolacce, insulti e quant’altro, che alcune volte alcuni personaggi hanno portato avanti.

Omar con una bimba in una via di Katmandu

Al tuo ritorno hai provato la fase down, quella sensazione di aver toccato il cielo con un dito (e i pedali) e sentirsi svuotato…?

La fase down l’ho vissuta ma, più che per il discorso che fai tu, cioè per la sensazione di aver toccato il cielo con un dito e poi sentirsi svuotati e quindi mentalmente vuoti dopo un’avventura così grande, è stata proprio una reazione fisica.

Io comunque sono passato dai 5000 metri e il freddo a, di colpo, quote più basse, dove c’era caldo; poi c’è stato il volo aereo, quello verso casa: sono rientrato abbastanza velocemente rispetto alla Mongolia, quando comunque ero rimasto bloccato nella capitale.

Diciamo che la fase di decompressione è stata un po’ più complicata, anche perché, appena arrivato, sono stato sommerso da mille richieste dei media, da cose da fare per le aziende che mi hanno supportato, da tante attività anche molto belle che però non mi hanno dato la possibilità di recuperare nel breve. Diciamo che ho vissuto un po’ con l’acqua alla gola per le tante cose da fare, e la stanchezza che mi portavo addosso.

Hai fatto a Omar la domanda che si fanno ai campioni? E ora?

Alla fine me ne sono fatte fare due di domande, e le risposte me le ha trovate la mia compagna che mi ha fatto la cacio e pepe, sia quando sono arrivato – ma poi sono stato male un paio di giorni perchè ero abbastanza debilitato – sia, di nuovo, due giorni dopo, e posso dire che alla fine mi è andata meglio di come avrei creduto.

Complimenti campione

La faccia di chi è passato da -10ºC e 4.000 metri, a +20ºC e 750 m, pedalando 92 km e 1500 m. Di dislivello. One shot to Besisahar.