Nel buco nero prima della corsa

quanti chilometri correre

L’esatto istante in cui stai per iniziare a correre è un varco microscopico tra due universi inconciliabili: da una parte il buco nero di Gargantua che risucchia ogni tua energia vitale, dall’altra la terra di Mordor che ti attende, incandescente e spietata.

È un momento sospeso, un limbo in cui nulla e nessuno può davvero aiutarti. Sei solo, irrimediabilmente solo, a contrattare con i tuoi demoni più domestici — quelli seduti accanto a te sul divano, che ti attirano con una forza gravitazionale vischiosa, rassicurante, quasi affettiva.

Ti sussurrano che non ne vale la pena, che fuori fa freddo, che la fatica non è un valore ma una punizione.

Eppure, in quell’attimo minuscolo, devi fare un atto di fede. Devi inventarti una visione, lavorare di fantasia per intravedere cosa c’è oltre la siepe dell’indolenza, oltre il recinto invisibile delle scuse.

Devi alzarti sulle spalle di chi, prima di te, ha trasformato la corsa da gesto individuale a rito collettivo, portandola giù dai templi dell’agonismo e dentro la vita comune — tra i marciapiedi, le periferie, i parchi di quartiere.

Non ti resta che scartare ogni compromesso, ridurre al silenzio le voci interne che cercano di contrattare con la pigrizia, schiacciare sotto il primo passo ogni residuo di miseria atletica, ogni molecola di esitazione.

E da quel momento in poi, ogni metro diventa una conquista: la riconquista del tuo corpo, della tua mente, della tua capacità di andare oltre.

Dietro il parco di casa, forse, non ti aspetta un traguardo con medaglie o applausi, ma una certezza più profonda: quella di poter ancora scegliere il movimento invece della resa, la volontà invece della gravità.