L’ultimo chilometro di Solveig Løvseth

Alla prossima maratona, quando sarete in difficoltà negli ultimi chilometri, ripensate a quello che è successo sabato scorso a Solveig Løvseth, ai Mondiali IRONMAN di Kona, alle Hawaii.

La norvegese era in testa alla gara quando, a poco più di un chilometro dall’arrivo, il suo corpo ha cominciato a cedere. Dopo 3,8 chilometri di nuoto, 180 in bicicletta e oltre 40 di corsa, non riusciva più a stare in piedi.

È caduta una prima volta, si è rialzata, ha provato a correre ancora, poi è finita nuovamente a terra. Una scena difficile da guardare, soprattutto pensando a quanto aveva fatto fino a quel momento.

Solveig Løvseth ha 27 anni ed è una delle atlete più forti della nuova generazione del triathlon norvegese. Ha iniziato sulle distanze sprint e olimpiche, vincendo due ori agli Europei multisport del 2023, nella gara individuale e nella staffetta mista. Nel 2024 ha partecipato alle Olimpiadi di Parigi.

Poi è passata alle lunghe distanze, con risultati impressionanti.

Nel 2025, al debutto sulla distanza IRONMAN, è arrivata terza ad Amburgo, ha vinto a Lake Placid e si è laureata campionessa mondiale proprio a Kona, chiudendo in 8 ore, 28 minuti e 27 secondi.

Quest’anno aveva già vinto gli IRONMAN del Texas e di Amburgo. Insomma, non era certo arrivata alle Hawaii per fare una passeggiata.

E infatti, fino a poco più di un chilometro dal traguardo, stava vincendo.

Poi è successo quello che abbiamo visto nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo.

HAMBURG, GERMANY – JUNE 07:  Løvseth of Norway (Photo by Joern Pollex/Getty Images for Ironman)

Per percorrere quell’ultimo chilometro ha impiegato circa mezz’ora. Non esiste un riscontro cronometrico ufficiale per quella frazione, ma le ripetute cadute, i tentativi di rialzarsi e gli ultimi metri percorsi camminando hanno trasformato un finale di gara in qualcosa di difficile persino da raccontare.

Alla fine ha tagliato il traguardo all’ottavo posto, in 9 ore, 2 minuti e 9 secondi. La vincitrice, Taylor Knibb, aveva concluso in 8 ore, 36 minuti e 29 secondi.

Venticinque minuti e quaranta secondi di distacco. Quasi tutti accumulati in quel finale drammatico.

Dodici mesi prima era diventata campionessa del mondo. Sabato scorso, sulla stessa strada, ha conosciuto una delle sconfitte più dure della sua carriera.

Eppure, guardando quelle immagini, mi è venuto da pensare soprattutto a noi, a quelli che corrono le maratone la domenica mattina, che si allenano prima di andare al lavoro, che cercano di migliorare un personale magari di pochi secondi.

Quante volte abbiamo considerato una gara sbagliata soltanto perché il cronometro non ci ha dato ragione? Quante volte abbiamo insistito per recuperare qualche posizione, ignorando segnali che avrebbero meritato maggiore attenzione?

La vicenda di Solveig ci ricorda che il corpo ha dei limiti, anche quando appartiene a un’atleta capace di vincere un Mondiale IRONMAN. E che la preparazione, il talento e la determinazione non garantiscono sempre il risultato.

Ma c’è anche un’altra considerazione da fare.

Non tutto quello che vediamo nello sport deve diventare un esempio da imitare.

La volontà di Solveig di arrivare al traguardo è comprensibile. È quella di chi ha dedicato anni a un obiettivo e se lo vede sfuggire quando ormai sembra raggiunto. Ma un crollo fisico di quelle proporzioni non è una semplice crisi da superare stringendo i denti. È una condizione che può diventare pericolosa.

E questo vale ancora di più per noi amatori, che il lunedì mattina dobbiamo tornare al lavoro, occuparci delle nostre famiglie e continuare a vivere lo sport come una parte importante della nostra vita, non come l’unica.

Abbiamo imparato ad ammirare chi non molla mai. Forse dovremmo imparare ad avere altrettanto rispetto per chi capisce quando è il momento di fermarsi.

Perché una maratona, un IRONMAN o una qualsiasi gara possono insegnarci molto anche quando non arriviamo dove avevamo previsto.

Il traguardo resta sempre lì. Noi, per fortuna, abbiamo molto altro per cui vale la pena tornare a casa.