Oggi ho corso pensando a mia madre. Un percorso scelto per cancellare ogni pensiero e lasciar fluire il caldo e la fatica come una sorta di meditazione dinamica.
Mi aspettavo che mia madre assumesse la postura del mezzofondista e dopo una progressiva accelerazione, passasse sulla linea del traguardo. Invece, il suono della campanella, al posto di segnalare l’ultimo giro, ha innestato una lunga corsa di resistenza; una ultramaratona che può finire solo quando il cuore decide di fermarsi. Chiaramente è un paradosso perché, com’è risaputo, per noi tutti il “trapasso” è segnato dall’arresto cardiaco. Quale che sia la causa dell’ultima frazione, ogni conclusione avviene “tecnicamente” perché il cuore non batte più.
Nel caso di mia madre, restava giusto questo muscolo. Per il resto, a cominciare dalle funzioni cognitive, è scomparsa, progressivamente tanti mesi fa. Rimaneva solo quel corpo fragile, un involucro dalle fattezze somiglianti a quanto ci ricordavamo, ma non più la “persona” che era stata.
Su questo aspetto mi sono reso conto di sapere pochissime cose della sua vita, delle sue aspirazioni e di tutto quello che poi costituisce il lascito ai propri cari. Ne so molto poco e, purtroppo, me ne rendo conto quando è davvero troppo tardi per porvi rimedio.
Resterà però, per sempre, il ricordo di una situazione familiare. Una domenica mattina, eravamo tutti “ammonticchiati” sul letto di mio fratello, quando lei entra nella stanza e afferma risoluta: “Oggi faccio la gallina?”. Fu inevitabile un fragoroso scoppio di risa per il senso buffo di quella frase. La risata divento ancora più forte quando ci rendemmo conto, dal suo volto interrogativo, che non aveva minimamente compreso il suo involontario umorismo. Ecco, questo ricordo resterà. Tutto il resto la seguirà nell’ultimo viaggio.
Non respiro. Dalla gola escono solo dei rantoli. Non c’è più aria.
l corpo sta per cedere. È qui dentro. Nella mia testa. Questo silenzio mi opprime.
Voltati e corri finché le gambe reggono. Fuggi.
Correre verso dove? Non c’è un “indietro”, né un “avanti”. Sono qui. Immobile.
Tutto sta per essere cancellato. La mia casa, la mia vita, il mio nome. Ogni cosa.
Ciò che ero si sta sfaldando come polvere tra le dita. Resta solo quel confine.
E i muri intorno si muovono. Sono fatti di carne e di ossa. Vivono!
La voce della morte mi chiama. Mi promette la fine di questa agonia. Mi promette la verità.
Se varchi quella soglia, cesserai di esistere. Nessuno ne è mai uscito. Mai.
Ma cosa c’è da salvare in questa mente spezzata?
I confini tra la veglia e l’incubo sono ormai caduti. L’aria non mi serve più.
Non ho più paura. Non appartengo a questo mondo. È ora di andare.
L’oscurità mi attende. Il vuoto non è un nemico. Il vuoto è pace.
Un solo passo. Per conoscere l’ignoto. Per poter, finalmente, rinascere.
[Per Maria (1944-2026)]





