Lo ammetto sono dipendente dal GPS

Quando esci per un allenamento, anche solo per far girare le gambe, io lo so che anche tu hai sempre l’orologio per correre, sempre!

Negli altri momenti della giornata, tra computer, impegni di lavoro e telefono alla mano, non hai bisogno di sapere che ore sono.

Di conseguenza, indossare un orologio per la corsa, è  importante al pari della scelta del tipo di scarpa da usare.

Negli ultimi anni ho sempre avuto un Garmin al polso. Dal 2006, con il modello Forunner 205, cambiò la percezione della corsa, il tempo lo avevo relativizzato alla misurarazione puntuale della strada percorsa.

A quei tempi l’interfaccia orologio computer era poco flessibile, il software bisognoso di continui aggiornamenti, alla fine, stufo di tutta ‘sta manfrina, avevo smesso di archiviare su piattaforma Garmin le gare e gli allenamenti.

Il mio solito approccio naif al running.

Il primo Garmin affrontò alla grande una carriera magnifica, misurando le maratone più belle, comprese le disfatte più impietose.

A volte capitava che il cielo era livido di nuvole, allora dovevo attendere sempre un po’ prima che riuscisse ad agganciare il segnale gps. Nel frattempo, lo poggiavo sul tetto dell’auto, mi cambiavo e a ridosso dello start della gara ero pronto di tutto punto, compreso il filo invisibile che univa il mio polso al satellite.

Che bella sensazione.

Oggi, quel vecchio Forunner 205, è nel cassetto dei ricordi, insieme a qualche medaglia indimenticata e a dei pettorali di maratone da incorniciare: la NYCM del 2005, il Passatore, la mia prima Corsa del Giocatollo del 1994.

Cosa è successo fino ad oggi?

La Garmin è diventata una realtà unica sul mercato, sì sì lo so ci sono altre case che producono supporti che per alcuni vanno meglio, ma tanto lo sapete che è come quando provi a passare da Apple a Samsung, è solo un abbaglio e poi tutto torna al punto di partenza.

Da quel primo modello nel frattempo è arrivato il triathlon e nel 2012 fa la sua comparsa, bello come il sole, con cinturino verde pistacchio, il Forunner 910XT.

Provo a spiegare cosa comportava avere un orologio che funzionava in strada e in acqua.

Avete presente la spocchia di chi sa il fatto suo come atleta completo e allenato e fanatico e comprensivo verso tutti i comuni mortali che correvano e basta?

Ecco, con tale approccio, tutt’altro che decubertiano, ho avuto la presunzione di ergermi a difensore della triplice pur avendo tempi biblici in carriera.

Mi ero reso unico grazie alla mia filosofia da quattro soldi, per cui “la forma è anche un po’ contenuto”, forse per me, e grazie a un orologio multifunzione, era diventata un po’ troppo contenuto.

C’è da dire però che in acque libere era davvero divertente e anche solo cambiare tra vasca e mare, ti faceva venire i birividi e non erano di freddo.

Ormai da troppo tempo la situzione è diventata patologica, qualsiasi sarà la strada che andrò a percorrere, che sia in bici o di corsa, qualsiasi misura di vasca o specchio d’acqua vedranno le mie pesanti bracciate, il Forunner 920XT, il fratello maggiore, è sempre con me.

Se malauguratamente me lo dimentico prima di uscire, torno indietro a prenderlo, se è scarico aspetto di ricaricarlo quanto basta per l’allenamento di turno.

Sta di fatto che se non lo indosso è come se non avessi corso. Quando faccio i lavori in pista mi pavoneggio di quanto viene riportato sul display dove ci sono numeri per ogni ripetuta che mai nessun piano di allenamento aveva previsto.

In tutta questa giostra di dati e tragurdi la sola certezza è che sono dipendente da quel coso al polso: è come una droga.

Ma perchè?

Il motivo è semplcie, non abbiamo più memoria fisica degli allenamenti. Non ci sono più le agende dove riportavamo cosa avevi fatto e a quale gara avevi preso parte.

Oggi tutto è condiviso e caricato su piattaforme in rete. La tua identità atletica digitale è più vera della fatica provata in strada. Se non sei su Garmin Connect, Strava o altro non hai corso, pedalato, nuotato.

Il rendiconto mensile dei km fatti non può avere buchi, incertezze, debiti, pena la tua insofferenza e scomodità atletica emotiva.

Allora facciamo una prova? Usciamo a correre per una settimana con i polsi liberi? Senza manette satellitari, senza l’apparente controllo del tempo? scagionati dal capestro strada, chilometri, ore, minuti, secondi?

Scommettiamo che le cose andranno meglio?

Dici?

Non ti vedo convinto.

Si lo sono.

No non lo sei.

No non lo sono...vabbè magari facciamo tre giorni?

Sei irrecuperabile, come il tempo che passa.

Marco Raffaelli