Respirare sembra facile. Abituati sin dal primo vagito, si configura come una incombenza, tutto sommato, scontata. Inspiriamo ed espiriamo, sperando di continuare, senza alcuna noia, per un periodo molto lungo.
Nella corsa, tuttavia, la respirazione non è quella “basale” che serve a sopravvivere, ma quella che consente, al meglio, di gestire l’attività insana che vogliamo per forza fare.
Quelli che di fisiologia ne sanno meglio di noi distinguono la respirazione polmonare da quella addominale. Il che pare bizzarro tenuto conto che, notoriamente, gestiamo l’ossigeno (e l’anidride carbonica) attraverso i polmoni.
La respirazione c.d. polmonare è una modalità “pigra” in cui lo scambio tra interno ed esterno è ridotto al minimo funzionale. È tutta una questione toracica, in cui i polmoni si espandono contando sulla flessibilità delle vertebre che costituiscono, per l’appunto, la cassa toracica (ed io, di vertebre, me ne intendo).
Diversa è invece la respirazione c.d. diaframmatica nella quale entra in gioco l’addome e, più esattamente, il diaframma nella parte superiore e il pavimento pelvico nella parte inferiore.
Inspirando profondamente, il diaframma scende e lo stesso fa il pavimento pelvico, nel mentre gli addominali si spostano verso l’esterno per creare il giusto spazio; espirando accade l’esatto contrario. Con questa respirazione si ottengono molteplici benefici.
Il primo è quello di aumentare la capacità polmonare perché nell’inspirazione – come detto – si creano più centimetri cubici di superficie utile. La quantità aggiuntiva di ossigeno ha lo stesso effetto della sovra alimentazione dei motori turbo. Più aria si immette nella miscela di benzina e maggiore è la resa.
Il secondo beneficio avviene nell’espirazione, in cui, data la compressione, si svuotano (quasi) completamente gli alveoli polmonari: insomma, è il caso di dire, si cambia aria, evitando il ristagno.
Il terzo beneficio risiede nel “massaggio” che tale movimento reca sulle viscere, su ciò che contiene la cavità addominale e sulla nostra bella tartarughina (per chi la possiede).
Adesso potete comprendere perché i cantanti – specie quelli di musica classica – si allenino ad attuare la respirazione “profonda” poiché con quella “superficiale” dopo pochi minuti resterebbero senza fiato (che non è un modo di dire), esattamente come capita a noi se proviamo a fare dieci minuti di karaoke.
La respirazione, da sempre, è la base della meditazione. E si comprende il perché senza bisogno di troppe spiegazioni. Correndo proviamo a concentrare l’attenzione su come respiriamo e comprenderemo che c’è detto spazio utile per aggiungere potenza al motore.
Poi, però, pensiamo solo a divertirci, contando sull’automatismo della funzione respiratoria. E tiriamo un sospiro di sollievo!
[Riferimenti musicali: Mina, Brava; A-Ha, Summer Moved On (Morten Harket dal vivo!); Antonella Ruggiero, Pitagora, Giuni Russo, Una vipera sarò; Giuni Russo, Crisi metropolitana (live); Shirley Bassey, Goldfinger]





