Ilaria Fedeli e i suoi scatti unici sull’atletica

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Ilaria Fedeli è una donna che vive lo sport da sempre. Sposata con Orlando Pizzolato, gestisce insieme al marito tutto l’universo di consulenza, preparazione, stage, viaggi e pubblicazioni che il due volte vincitore della Maratona di New York ha creato in tanti anni.

Appassionata di natura e fotografia, è diventata una fotografa sportiva eccezionale. Ilaria sa fermare la fatica in gesti atletici che mascherano lo sforzo e fanno essere tutto perfetto.

Avendo davanti dei “modelli” forgiati dallo sport il quadro assume una consistenza a tratti unica, potenza della natura.

Vivendo il running a 360 gradi hai avuto modo di capire quali sono i momenti per lo scatto ideale?

Se vuoi “cogliere l’attimo”, ritengo sia indispensabile conoscere bene sia i momenti clou di ogni gesto tipico delle discipline dell’atletica, sia le caratteristiche specifiche di ogni atleta. Se non sai qual è il momento giusto per scattare, lo scatto può essere banale o scontato. Se non conosci le abitudini, i gesti scaramantici, gli atteggiamenti tipici di ogni atleta, rischi di lasciarti sfuggire foto emblematiche.

Per esempio, non puoi non sapere che Lyles salta ad altezze spaventose prima di mettersi sui blocchi, o che Kzsczot si schiaffeggia fino a far arrossare la pelle prima della partenza, o che Warholm, oltre a schiaffeggiarsi, urla e spalanca gli occhi, o che Lisek caccia un urlo sovrumano prima di iniziare la sua rincorsa nell’asta… Poi Catherine Ibarguen si concentra che sembra pregare prima di saltare, mentre Marija Lasickene è low profile, ma si piega all’indietro ad arco quasi ad uscire dal tuo mirino… a me piace congelare questi momenti, non solo il gesto atletico.

Vivere e lavorare accanto a Orlando è stato un punto di vista utile a raccontare con le immagini uomini e donne che si mettono in gioco?

Certamente. Ho vissuto di atletica e di corsa da quando l’ho conosciuto (e ci siamo conosciuti molto giovani, io avevo 14 anni!). Ma la passione per la fotografia è arrivata molto dopo, anche merito degli stages che gestiamo insieme. Avevo voglia di lasciare ai partecipanti un ricordo fotografico della loro settimana con noi, e così ho cominciato a scattare foto, dapprima ai gruppi, poi via via ai singoli, ai paesaggi in cui si correva, e sono arrivata a scattare foto mentre pedalavo o correvo per seguire i partecipanti. Poi la passione per l’atletica mi ha spinto a chiedere l’accredito per qualche manifestazione; da lì la voglia di fotografare è cresciuta, e l’esperienza maturata.

Le tue foto degli eventi internazionali di atletica sono bellissime, potevi anche stare a guardare, così come le tante gare in strada, quando hai deciso di metterti in gioco per esserne parte narrante?

A dire il vero a volte trovo difficile fotografare, quando vorrei invece gustarmi la gara. Mi capita di smettere di fotografare perché il contesto mi coinvolge. Oppure ci riesco, ma devo ammettere che spesso ho il cuore in gola e la mano trema. E’ la passione per il gesto, l’amore per lo sport e il movimento che mi prende, e il coinvolgimento emotivo diventa predominante.

Ciononostante, la fotografia mi permette di portare a casa queste emozioni. Ecco perché ho iniziato e continuo a fotografare.

Oltre allo sport c’è anche tanta natura nelle tue gallerie, l’impegno per provare a superare questo periodo storico passa anche attraverso la fotografia, così come i grandi eventi sociali del passato. Credi che far vedere le ricchezze di madre terra smuova un le nostre coscienze a rispettarla e non fare altri danni?

Tocchi un tasto molto dolente, perché il rispetto per la natura e il nostro pianeta, per tutto quello che è vivente e ne fa parte, è per me essenziale. Sono anche molto preoccupata per come noi uomini abbiamo trattato e continuiamo a trattare la Terra, e nel mio piccolo cerco di vivere nel rispetto di cose, animali e persone.

Vorrei poterti dire che fotografare la madre terra può servire a smuovere le coscienze ed evitare altri danni, ma penso che purtroppo non sia così, sono un po’ pessimista: se l’umanità non ha finora capito che sta distruggendo il nostro pianeta, pur avendo la possibilità di vedere attraverso il web tutte le meraviglie che possiede, penso che non siano le mie foto a sensibilizzare, ma piuttosto il mio comportamento. Su piccola scala, magari, ma qualcosa posso fare: l’importante è ridurre i consumi, non sprecare, riutilizzare, e vivere con basso impatto. Cerco di sensibilizzare anche chi conosco e, senza falsa modestia, ritengo che la mia famiglia possa essere esemplare nello stile di vita, eccetto per gli spostamenti, che continuiamo a fare e che – come tu sai – dovrebbero anch’essi essere ridotti all’essenziale.

In ogni caso, fotografare paesaggi, natura e vita mi entusiasma. Non solo sport, insomma.

Ricordi quale è stata la foto sportiva che ti ha fatto capire che potevi essere parte attiva di questo mondo in continuo movimento seppur stando immobile per fissarlo?

Sì, la foto che ho scattato a Gimbo Tamberi dagli spalti della curva dello stadio di Monaco Montecarlo, in mezzo a tanta gente che saltava e urlava. Ero spettatrice, e con un obiettivo 300, nelle condizioni difficili di lontananza, poca luce e confusione, ho immortalato il momento in cui Gimbo salta e purtroppo si fa male al piede.

La foto è tragica e buffa allo stesso tempo: tragica perché Gimbo sta urlando dal dolore, buffa perché dietro di lui c’è la fila di fotografi pronti a scattare la foto del superamento del metro e 40. Tutti in posizione ottimale, ma nessuno con la mia prospettiva, che mi ha permesso di congelare l’urlo di dolore dell’atleta. La foto finì a piena pagina sulla Gazzetta dello Sport, unica foto che rendesse la tragicità di quel momento. A volte pensi di trovarti nel posto sbagliato, e invece scopri che sei tu dalla parte giusta.

La galleria che segue è stata composta con alcuni degli scatti presi del profilo Facebook di Ilaria, le avrei prese tutte per la bellezza e spontaneità, vi consiglio di andarle a vedere.

Grazie Ilaria

Marco Raffaelli

 

 

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