Il mio amore per la pista d’atletica

La prima volta che sono entrata in pista dovevo ritirare il pettorale della mia prima gara. Prima di allora l’avevo vista al massimo in tv.

Atletica, ginnastica artistica, ritmica e pattinaggio sono le sole discipline olimpiche che ho sempre guardato con gli occhi a cuore. Da bambina sognavo di essere la donna più veloce del mondo e di mordere il tartan con passo leggero e velocissimo.

A dire la verità lo sogno ancora.

A dire proprio tutta la verità è un sogno proibito.

È vero anche che i sogni si chiamano sogni perché stanno lì tra le nuvole dove la mia testa è cittadino onorario.

San Pietro un giorno mi ha dato le chiavi, ma mi ha detto anche che devo aspettare ad usarle perché è troppo presto. Per ora posso solo guardare tra le sbarre dorate o farmi un giretto con ricevuta i ritorno mentre sogno.

Di notte o a occhi aperti non lo ha ben specificato e quindi quando ne ho l’opportunità viaggio.

La mia migliore amica lo dice sempre che io di droghe non ne ho bisogno, sono sballata di natura e nella tana del bianconiglio mi ci tuffo come Alice senza bisogno di alcun aiuto. Senza paracadute.

Torniamo a noi. Alla pista.

Forse è stato perché era lo stadio più bello del mondo, la pista di Caracalla, lo Stadio Nando Martellini, ma è stato amore a prima vista.

Un paio d’anni dopo ci sono tornata non come turista, ma, rullo di tamburi, come atleta. Non riesco a riferirmi a me con questo termine perché non ho mai raggiunto traguardi che non fossero con me stessa, mi sono superata tante volte, ma non ho mai superato nessun altro.

Io sto nelle retrovie, dove ci si diverte, si fa casino e si va piano. Se un gatto nero mi attraversa la strada è per girare subito dopo e sorpassarmi da destra. Non porta sfiga, è solo più veloce di me. Forse porto più sfiga io a lui perché lo invidio.

Ho divagato ancora.

La pista.

Entro in pista la prima volta e c’è il sole. Per una che osserva le piccole cose e coglie i segni della quotidianità è un ottimo auspicio. Il prato al centro è curato, ci sono alberi e le rovine delle Terme di Caracalla sullo sfondo.

Non è una pista, è un palcoscenico sulla Roma antica nel ventre della Capitale. Pura poesia.

Entro carica di emozione e reverenziale timore. Non ho mai corso su una superficie così curata, perfetta ed elastica.

Solo a camminarci sopra, provo la sensazione di avere le molle sotto le scarpe. Correndo con le Hoka sono praticamente su un tappeto elastico, posso volteggiare nel cielo e rimbalzare giù e ancora saltare e rimbalzare e…torna a terra Alice.

La prima cosa che la mia Wonder Coach mi ha insegnato, è che in pista ci sono delle regole che vanno rispettate affinché tutti possano usufruirne senza darsi fastidio uno con l’altro. Praticamente la pista è la metafora della vita, dell’educazione civica, della politica.

Ha un verso.

Altrimenti sarebbe un enorme autoscontro, o peggio un Royal Rumble di “mortacci tua!” a destra e a manca, con persone che si tamponano, provano a scansarsi, corrono male. Come una società senza regole dove le persone si scontrano, si insultano, si evitano, vivono male.

Ha una misura.

Non è che pigli e parti dove ti pare. Ogni 100 m c’è un segno, un piccolo traguardo, un cambio di passo. Come nella vita, dove ogni decade è segnata da un cambiamento, una nuova avventura, una nuova saggezza.

Ha delle corsie.

Quella più interna è per chi fa esercizi di velocità, quella più esterna per chi vuole solo riscaldarsi. Uno spazio per chi va piano e uno per chi va veloce, c’è una strada per ognuno e tante strade per tutti, non seguirai la stessa per sempre, ti sposterai su tutte innumerevoli volte tracciando storie incredibili, terrificanti e meravigliose.

Registrate le regole si parte. Comincia l’allenamento.

E niente. Sulla pista andare piano non è possibile. Il passo corto, regolare, rilassato, non è che non lo puoi fare, non ti viene proprio in mente di farlo.

Cominci a correre e il passo si apre naturalmente, come un recinto di unicorni che si apre e li lascia uscire a spargere i loro colori ovunque come le manate di un bambino affondate nella pittura e strusciate apparentemente senza senso su una tela.

Poi però il cuore e i polmoni ti presentano inevitabilmente il conto e quell’entusiasmo come un cielo azzurro viene coperto dalle nuvole della fatica. Il cuore ti batte nel cervello, il respiro si fa corto e frequente, non ce la fai più e quei pochi metri che ti mancano alla fine del giro sembrano dilatarsi nello spaziotempo.

Vedi la fine, ma non arriva mai. Mollare non è contemplato, anche se ti sembra di scoppiare, sai che dopo quella linea bianca potrai riposare. Non qui, non ora. Dopo. Oltre la linea bianca, perché non si molla quando si vede il traguardo.

Il tartan ti richiama come le Sirene chiamano Ulisse, riposi, ma con il pensiero sei già al prossimo giro, pensi a come affrontarlo, a quando trattenere il passo e a quando aprire e andare a tutta.

Pensi a quanta fatica quelle curve e al ginocchio ballerino, che “col cavolo che mi fermo!

Oggi le voglio finire tutte”.

Ogni ripetuta è come trovarsi davanti ad un problema, analizzarlo, affrontarlo e cercare di risolverlo per ottenere il massimo risultato, per dare il meglio che si può utilizzando in modo costruttivo le proprie energie.

La pista è come la vita. Come nella vita puoi cadere, ma alla fine ti devi rialzare e ripartire.

Ludmilla Sanfelice