L’autostima è “volersi bene”, consci della propria imperfezione.
Secondo lo psicologo William James il “segreto” di una vita accettabile è quello di lasciare perdere i grandi ed ambiziosi obiettivi per concentrare l’attenzione solo sui traguardi che sappiamo essere alla nostra portata. Così facendo non si incorrerebbe in quella frustrazione del mancato raggiungimento di qualcosa che è posto fuori dalla nostra portata effettiva.
Seguendo questa teorica, il successo è costituito da una opportuna calibrazione delle pretese in relazione a quello che è realmente possibile fare in concreto e non in astratto. L’insoddisfazione deriva, quindi, da una sopravvalutazione di quanto siamo effettivamente in grado di fare con risultati positivi.
È a tutti gli effetti un problema conoscitivo: non sappiamo chi siamo e siamo convinti di essere altro. Finché non scopriamo la verità.
Questa idea di autostima contiene, in sé, un alibi formidabile. Il primo è l’abbassamento della soglia delle possibilità fino a toccare uno stato personale in grado di consentire di raccogliere il risultato. Riducendo le pretese si “vince facile”. Il secondo alibi è considerare l’autostima nella sua “autonomia”, ossia senza correre il rischio di misurarla nel rapporto tra successo e pretese. In altre parole, si elimina dall’equazione la pretesa sicché resta solo il successo di una autostima “in sé”, come se si trattasse di un valore autonomo e non la risultante di una relazione.
Cosa c’entra la corsa?
Inutile nasconderlo, possiamo correre al massimo delle nostre condizioni “attuali” ma sogniamo sempre il miglioramento. Altrimenti perché allenarsi? Abbiamo bisogno di sapere che possiamo essere migliori di come siamo e che le pretese devono essere, per quanto possibile, ambiziose. Chiaramente in termini relativi e non assoluti. Se favoleggio di correre la maratona in 3 ore, il ricovero per turbe mentali risulta essere più doveroso che consigliabile. Diverso è, invece, altare l’asticella quel poco (o quel tanto) che è fisiologicamente sostenibile. Una pretesa “ragionata”, insomma. Ma ragionata con un pizzico di ambizione.
Restiamo frustrati quando non si coglie il risultato? Certamente, ma non perché perdiamo l’autostima, quanto per non aver fatto quello che andava fatto per concretizzare la pretesa. Insistere, significa voler superare, quel poco o tanto non rileva, gli attuali confini in cui ci troviamo. L’autostima, quindi, non c’entra nulla. Siamo podisti è ciò basta. Solo che non è sufficiente.
Parafrasando W.B. Yeats, Corri leggero, perché corri sui tuoi sogni.
[Colonna sonora: Claustraphobia, Burning my Dreams (Max Steel Night Remix); Claustraphobia, Transmission (The Fire Remix)]





